R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Una semplice frase estrapolata dalle note stampa dell’ultimo album di Julia Hülsmann, afferma che “...la musica non è semplicemente bella ma può essere anche ruvida. O aggressiva”. Anche se poi di vere e proprie asperità o virulenze si parla molto poco in questo Under the Surface, titolo che già di per sé allude alla possibilità di una stratificazione di significato. Quello che la pianista tedesca tiene a sottolineare si focalizza meglio su come sia in effetti importante per lei “…scrivere dei pezzi piuttosto contrastanti, anche quando a volte può essere difficile sfuggire da sé stessi”. In effetti la Hülsmann, in modo sintetico ma efficace, prova a descrivere non solo il carattere della sua musica ma nello stesso tempo quella componente istintiva radicata nel genere umano – e forse non solo – che è l’ambivalenza comportamentale. A volte argomentiamo in senso opposto ai nostri pensieri più autentici. Altre volte esprimiamo sentimenti delicati attraverso asprezze che non avremmo inizialmente voluto dimostrare e, naturalmente, vale anche la possibilità contraria. La musica può veicolare tutto questo, aiutare a percepire le nostre ed altrui contraddizioni per mezzo di stili sovrapposti, di richiami talora antitetici, di messaggi equivoci, di pendolarismi tra un riferimento storico e l’altro.

Hülsmann e il suo quartetto con l’inusuale presenza di uno strumento come il bukkehorn – altrimenti detto corno di capra scandinavo, parente prossimo dello shofar ebraico – dal suono flautato che può ricordare il duduk, ci accompagna in un viaggio reale sotto la superficie dell’apparenza, dove conflitti irrisolti e tensioni mascherate si traducono musicalmente in una parentesi di jazz che sta non così lontano dalla tradizione ma nello stesso tempo a contatto di gomito con elementi contemporanei, senza perdere mai di vista melodia e groove. Hülsmann ha costruito, dai primi anni 2000 ad oggi, una discografia di tutto rispetto, in trio e in quartetto. I primi contatti con l’ECM avvengono nel 2008 con l’uscita di The End of a Summer, dove compaiono al suo fianco due partner che ritroveremo spesso in molte altre pubblicazioni della pianista, compreso quest’ultimo Under the Surface. Si tratta del contrabbassista Marc Muellbauer e del batterista Heinrich Kobberling che in quest’ultimo lavoro s’affiancano, oltre che alla Hülsmann, al tenor-sassofonista Uli Kempendorff, già con la pianista nel 2019 per la prima volta con Not Far From Here. In ultimo segnalo l’ospitata della trombettista e strumentista del sopracitato bukkehom, Hildegunn Oiseth. La musica di Under the Surface è ben ancorata alla matrice ritmica e prevalentemente – ma non esclusivamente – legata a strutture armoniche tradizionali. In effetti l’album oscilla evidenziando una generica ambiguità d’intenti, passando da momenti più rarefatti e riflessivi a soluzioni più frizzanti e inattese. Ma al di là di questi estremi il climax dell’intero lavoro resta sempre coinvolgente, con attenzione al dettaglio e pulizia sonora, contando sulla fluida e scorrevole chiarezza dei passaggi strumentali. Lirismo ed echi di post-bop tendono a fondersi con naturalezza, nel tentativo di superare l’ambivalenza di fondo prima discussa. La Hülsmann è a mio parere una musicista di grande livello, possiede molta inventiva, non si banalizza mai in semplici schemi armonici di repertorio. Nei suoi assoli si avverte la ricerca continua di assonanze intense, i fraseggi sono elitari, le pause fondamentali. In più, la pianista di Bonn, non è l’unica autrice dell’album ma le composizioni sono affidate più o meno a tutti gli elementi del quartetto e questo, probabilmente, partecipa all’amalgama del gruppo rafforzando l’intesa psicologica tra tutti i musicisti.
Proprio una composizione di Hülsmann, They Stumble,They Walk, apre l’album e sono i legami con la tradizione post-bop ad emergere prepotentemente con un riff di contrabbasso sostenuto dal misurato parlottio della batteria, al quale il sax s’approccia con un’inquieta linea melodica. Segue da lì a poco l’assolo di piano. La mano destra cerca fraseggi non usuali di carattere swingante e qui si avverte tutta l’esperienza maturata dal trio piano-contrabbasso-batteria, in qualche modo la radice essenziale e collaudata della formazione. Kempendorff interviene con il sax in movimenti di natura piuttosto shorteriana, dall’andamento velatamente misterioso. Quando è la volta di May Song, a firma del batterista Kobberling, il clima cambia radicalmente. Un lento scivolamento verso la ballad sembra quasi sottolineare il brulichio di vita che lentamente si risveglia nella stagione primaverile. Entra la tromba in un contrappunto delicato con il sax e i due fiati si cercano a poco a poco, innescando poi un tema morbido sulla cui trama di fondo il piano costruisce accordi lineari e sognanti. Un pezzo breve, molto intenso, che sembra quasi il frutto di un dormiveglia emozionale, una zona ambigua di passaggio tra stati di coscienza non ancora ben delineati.

Second Thoughts è opera del contrabbassista Muellbauer. Qui siamo più vicini, ma senza particolari strappi, ad una forma più contemporanea. I percorsi curvilinei di questo brano, sottolineati sia dal piano che dal sax, concorrono ad un’atmosfera d’incertezza rimarcati dalla ricerca da parte della Hülsmann di dissonanze efficaci che senza scivolare nell’atonalità contribuiscono a sostenere la formale piattaforma mobile del brano. Mi sembra che questa sia una traccia delle più interessanti, proprio per questa sua continua equilibrata instabilità, dove l’ossimoro sembra la soluzione più efficace per poterla inquadrare. Con Bubbles torniamo tra le composizioni di Kobberling. La Oiseth interviene su due fronti, inizialmente con una morbidissima tromba e in un secondo tempo col suono antico del corno di capra. Dopo una fase iniziale che si costruisce quasi oniricamente su una sequenza di accordi di piano, sax e tromba disegnano un tema vago che viene interrotto da un breve, bellissimo assolo della Hülsmann che prelude al suono dolce e medio-orientale del bukkehorn. Molto buono l’intervento di questa interessante fiatista che poi, riprendendo la tromba in compagnia del sax di Kempendorff, innesta un dialogo quasi bluesy sopra una ritmica sciolta e comprendente tutti gli altri strumentisti. Anche Nevergreen s’accosta di preferenza ad un jazz moderno costruito attorno al perno di un mid-tempo, in cui sax e tromba procedono per un certo tratto all’unisono per poi allontanarsi l’uno dall’altro seguendo i loro desideri d’improvvisazione. Qualche lieve intemperanza della tromba a cui fa seguito un assolo della Hülsmann, come sempre alla ricerca di nuove e più efficace fraseologie pianistiche. The Earth Below esplora l’altra faccia della creatività della stessa Hülsmann, autrice ed interprete di questo brano che la vede in solitaria e profonda sintonia con la trombettista Oiseth. Le due musiciste s’intercalano in un suggestivo intreccio dal carattere melodico e sospeso. Tanto per rimanere in linea con la premessa posta in capo a questa recensione, tornano buone le parole dell’Autrice sulla ruvidità che ben si adatta ad Anti Fragile, se vogliamo tra i brani più avantgarde dell’intero album. Si tratta di un vortice ritmico su cui lavorano sia il veloce e dissonante pianismo accordale della Hülsmann che le note in sincrono del sax, entrambi risoluti a costruire un tema fitto di sincopi e superfici scabre. Le note di Kempendorff si fanno taglientemente free ma nel finale vanno a chiudere con il piano, tornando al tema di cui sopra, vissuto di nuovo all’unisono. Trick, pur vivendo momenti contemporanei – e forse ancor più all’avanguardia – come il brano precedente, risulta più addolcito e meno ispido. Un gran lavoro di contrabbasso e di batteria tiene sulle sue corde sia il tema, come al solito espresso in parallela sovrapposizione tra piano e sax, che lo sviluppo degli assoli. In modo particolare abbiamo la possibilità di ascoltare la Hülsmann, che è anche autrice del pezzo, in uno dei suoi momenti caratteristici e parzialmente vissuti in solitudine, in cui si avverte la costante fase di ricerca melodica – mi ricorda, in questo, il pianismo di Vijay Iyer. Nella seconda parte del brano si parte per la tangente con una fase d’improvvisazione libera, in cui i due strumenti solisti abbandonano il groove che li tiene legati e fanno ascoltare la loro voce aspra e irregolare, alla ricerca di una nuova dimensione relazionale. Tornano entrambi, però alla fine, all’interno del nodo tematico da cui son partiti. Milkweed Monarch è opera del sassofonista Kempendorff e si apre con gli accordi spettrali e dissonanti gestiti dal pianoforte. Una bella parentesi generata dal contrabbasso crea l’occasione per un impegno swingante in cui il sax si muove in un vorticoso assolo che morde il freno, sentendosi quasi prigioniero all’interno della tonalità. A questo segue il piano della leader che si mantiene comunque nell’ambito post-bop con elastica lucidità interpretativa. Chiude la title-track Under the Surface con una ballata notturna in cui il sodalizio di sax e tromba all’unisono crea nello spazio silenzioso una traccia luminosa e malinconica. Molto espressivo anche l’assolo di contrabbasso, in totale simbiosi con il clima più intimista e rarefatto dell’album. Con il finale, in cui avvertiamo maggiormente le frasi dilatate della tromba, si chiude questo viaggio errabondo tra polarità spesso opposte, in una visione artistica complessiva di evidente, grande spessore.
Dai momenti di rado accompagnamento strumentale ad altri condotti con nerbo più ritmico, questa musica trasversale, con un piede nella tradizione ed un altro libero di percorrere sentieri nuovi, ci mostra un tonico quartetto in cui trova un perfetto ed equilibrato spazio la presenza bipartita della Oiseth, per la verità molto più presente con la tromba rispetto al bukkehorn. In Under the Surface mi piace considerare le assenze di eccessi devozionali ai nobili modelli della tradizione così come gli entusiasmi smorzati verso le tentazioni delle avanguardie. In questo modo la Hülsmann si concede il lusso di assorbire le suggestioni che più le convengono da un polo e dall’altro, mescolandole e interpretandole con intensa sensibilità. Ultima nota di merito per la tecnica ricercata di questa pianista e per la sua costante tensione nell’organizzare momenti solistici mai scontati.
Tracklist:
01. They Stumble, They Walk (4:25)
02. May Song (2:50)
03. Second Thoughts (4:55)
04. Bubbles (5:17)
05. Nevergreen (4:28)
06. The Earth Below (3:00)
07. Anti Fragile (2:40)
08. Trick (5:46)
09. Milkweed Monarch (4:25)
10. Under the Surface (5:21)






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