R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
C’è qualcosa di gratificante e in un certo qual modo anche rassicurante nello (ri)scoprire dei gioielli musicali come questo Freigeweht, opera d’esordio nel lontano 1981 del pianista tedesco Rainer Brüninghaus e ristampato da ECM nel gennaio del 2025. A quel tempo il jazz non mi interessava particolarmente, essendo ancora totalmente immerso – se parliamo di musica tedesca – all’interno della coda di quel conturbante fenomeno della Kosmische Musik e del rock di stampo germanico che aveva apportato nuova linfa musicale in Europa. Non so nemmeno se sarei stato in grado di apprezzare un album come questo, al tempo. Ma dato che la conoscenza della Musica è un cammino lungo e articolato, ritengo buona cosa essermi imbattuto nella riedizione di quest’opera, soprattutto in questo periodo d’inizio anno in cui mi sto occupando di pianisti tedeschi, tutti pubblicati da ECM. Innanzi tutto, chi è Rainer Brüninghaus? Il settantaseienne musicista tedesco della Bassa Sassonia, ha percorso la storia del jazz relativamente dietro le quinte, vuoi perché oscurato dall’importante pletora di pianisti, soprattutto americani, ed anche un po’ perché, se siamo sinceri, il pubblico dei jazzofili è sempre stato più attratto, comunque non senza buoni motivi, dalle novità di provenienza statunitense.

Brüninghaus, dopo aver studiato pianoforte classico, è stato risucchiato anche lui poco più che ventenne dalla luminescente cometa krautrock fondando un gruppo come gli Eiliff – di cui si può trovar ancora qualcosa su YT. Ma il suo essere jazzista letteralmente germogliò insieme al contrabbassista Eberhard Weber – più vecchio di nove anni – e al sassofonista Charlie Mariano, nel 1975 con i Colours. Negli anni ’80, dopo aver pubblicato l’album di cui ci stiamo occupando, e di seguito all’esperienza in trio col trombettista Markus Stockhausen, cominciò una lunga collaborazione con Jan Garbarek con cui suonò per circa un trentennio a fasi alterne. La formazione presente in questa ristampa vede, oltre a Brüninghaus al pianoforte e al synth, il famosissimo canadese Kenny Wheeler al flicorno, Jon Christhensen – scomparso nel 2020 e che partecipò a numerose sessioni discografiche in casa ECM – alla batteria e Bynjar Hoff, elemento della filarmonica di Oslo, all’oboe e al corno inglese. Ho pochi dubbi sul fatto che il pianista tedesco sia stato influenzato da un certo minimalismo – sue sono le frequenti sequenze ipnotiche reiterate in accompagnamento – anche se forse l’avvicinamento con Steve Reich e Terry Riley proposto da alcuni mi sembra un po’ forzato, pur se plausibile. Soprattutto Brüninghaus c’entra poco o comunque solo di lato con l’ideale della new age, ipotesi peraltro avanzata da più parti. Questo pianista è un jazzista puro che viaggia in direzioni diverse da quelle tracciate dal post-bop e che tende a costruire una musica espansiva, senza ritmiche squadrate secondo moduli mainstream. Il suo tocco, probabilmente anche influenzato da Keith Jarrett, è nello stesso tempo lirico e tecnico, in grado di evocare atmosfere sospese ma levitate su una base strutturale piuttosto articolata. L’album risulta pertanto come un’oasi di pace e bellezza che ascoltato a quasi 45 anni dalla sua prima pubblicazione non mostra segno alcuno di decadimento. C’è tutto quello che si può desiderare da un quartetto jazz – o quasi, in questo contesto è assente il contrabbasso – trovandoci ritmo, improvvisazioni condotte con maestria dal piano e dal flicorno e soprattutto il respiro. Il vento evocato dal titolo dell’album e dalle foto di copertina – queste ultime mi hanno ricordato alcune sequenze del film di Mendes, American Beauty (1999) – lo ritroviamo nelle sue ariose composizioni, negli assoli emozionanti che si dilatano aprendosi all’ambiente, evocando paesaggismi nordici, restando perfettamente in linea con quella collocazione geografica che soprattutto le prime pubblicazioni ECM proponevano al pubblico, senza nascondere peraltro un certo orgoglio d’appartenenza nordeuropeo. Inoltre, il legame tra l’Autore e il flicorno di Wheeler testimonia non solo un rapporto d’amicizia tra i due musicisti ma soprattutto un’intesa aurea in una cornice definita e delineata con puntuale raffinatezza. La musica, anche per l’innesto – una delle prime volte nel jazz – di uno strumento non tradizionalmente affine a certe sonorità come l’oboe, preserva un’innata delicatezza e si tiene lontana da ogni stucchevole stagnazione affidandosi alla vitalità e al senso di movimento della componente ritmica. I brani presenti nell’album sono solo sei ma tutti piuttosto lunghi e interamente composti da Brüninghaus.
Primo brano a comparire in scaletta è Stufen, introdotto proprio da un drone di note ripetute di piano e un drammatico incipit determinato dal flicorno di Wheeler, raddoppiato in sovra-incisione o forse dalla sovrapposizione del corno inglese. Una poderosa e quasi sferzante batteria in 7/4 ne costituisce il nerbo ritmico e non fa rimpiangere la mancanza di un basso. Sulle note pianistiche di bordone, non le stesse che comparivano inizialmente ma identiche nel senso della strategia, si appoggia un abbozzo di assolo di flicorno, a cui segue un certo periodare del piano. In fase d’improvvisazione Christensen e Wheeler dialogano incessantemente, mentre il pianoforte s’allontana al contempo dal modulo ripetuto di note per inserire qualche accordo non sempre consonante. Ho parlato di respiro precedentemente ma qui, proprio nel brano iniziale, si avverte spesso un’apnea che si risolve solo in parte attraverso l’assolo di Brüninghaus con una coda classicheggiante – ricorda in alcuni punti il Köln Concert di Jarrett del 1975 – che rallenta verosimilmente, per poi andare a riprendere sia il drone iniziale che le ultime note di Wheeler. Termina tutto con un accordo cupo in La Maggiore, probabilmente eseguito in terzo rivolto.

Segue Spielraum con una splendida introduzione di synth che Brüninghaus intende sempre in senso quasi orchestrale e l’oboe di Hoff che emerge dolce ed insinuante come un’apparizione pagana. Sopra la base elettronica si accomoda la tavolozza timbrica della tastiera pianistica, piuttosto infarcita di riferimenti romantici e di scale cromatiche, in attesa del flicorno di Wheeler. Frequenti i cambi tonali, con la batteria che insistendo sulla cassa, non fa avvertire la mancanza del contrabbasso. Ottimo jazz, senza dubbio, eppure qualcosa del passato rock sperimentale vissuto dall’Autore sembra riemergere a tratti, rimandando persino a qualche ricordo di band ibride come i Soft Machine. Di nuovo un’aerea componente di synth a sostegno del pianoforte cristallino di Brüninghaus che precede il flicorno in Rodspuren. Wheeler sfrutta l’universo morbido dell’Autore che sconfina tra le tonalità del suo piano in un assolo magnifico dalle tessiture sfuggenti. Poi ricompaiono i gruppi di note reiterate ad intersecarsi col synth, fino a quando lo scettro ritmico non viene impugnato autorevolmente da Christensen. Trionfo di synth e flicorno in evidenza. La trama fondamentale di questo brano è proprio il continuo divenire del flusso elettronico su quale, a turno, intervengono gli altri strumenti. Metà angelica e metà sulfurea, questa traccia prosegue lungo questo binario, in un continuo rimando tra synth, piano, batteria e flicorno. Die Flusse Hinauf è il pezzo che preferisco in assoluto. Tastiere e corno inglese conferiscono al brano un assetto rigoroso, modale, classico, con il piano che manda scintille sostando a lungo su un accordo sospeso in Sol minore con una nona aggiunta al secondo grado, per dare quella sensazione di leggera tensione. Quando compaiono l’oboe e il flicorno insieme, il quadro si completa ma c’è aria di levitazione, di atmosfera senza peso, di rarefazione in un desiderio assoluto di esperienza delle vette. Tauschung Der Luft (= illusioneaerea ) sembra uno spettro newtoniano, dove la luce si scompone in un succedersi di zone sfumate, un passaggio graduale tra il rosso e il violetto oltre i quali, in un senso o nell’altro, c’è l’invisibile. Oboe e synth s’accavallano in una rappresentazione magica, anche inquietante, solidificata tra vibrazioni elettroniche a bassa frequenza. Si chiude con la title-track, Freigeweth, introdotta dall’abituale sezione ripetuta di notedel synth e il canto trascendente dell’oboe di Hoff. Si parlava di respiro e qui ci sono tutti i crismi della percezione dell’aria, si sente il vento che dopo aver innalzato in vortici ascendenti l’oboe, conduce con sé il flicorno, mentre il drone di base continua imperterrito il suo cammino come una vera forza naturale. Il momento è favorevole anche ad alcuni misurati interventi di Christensen alla batteria che si trasformano poi in un vero e proprio assolo. Il set del batterista funziona quasi come strumento melodico, riuscendo ad offrire una dimensione paritaria con tutti gli altri. Chiude il pianoforte con note riflessive, come se si guardasse ben oltre il cielo e il movimento delle nuvole.
L’album di Brüninghaus è una sorta di Cantico dei Cantici di natura profana, una sineddoche paradisiaca che parla al cuore attraverso la musica e ci invita ad immergerci nella bellezza del suo suono. Un opera quindi che invecchia bene, un lavoro di caratura superiore che si dipana come un lungo respiro fino nell’interiorità dell’animo umano. Bene ha fatto ECM a riproporlo, anche dopo tutti questi anni.
Tracklist:
01. Stufen (8:24)
02. Spielraum (6:03)
03. Radspuren (10:52)
04. Die Flusse hinauf (8:37)
05. Tauschung der Luft (4:20)
06. Freigeweht (12:17)






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