R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Nonostante Automata sia il primo album pubblicato dal trio milanese Aeronauts, i componenti di questo gruppo non sono proprio degli esordienti. Il chitarrista Francesco Sensi, ad esempio, è già comparso tra le pagine di Off Topic con il buon lavoro pubblicato l’anno scorso, In Abstracto – leggi qui. Il batterista Marcello Repola lo troviamo coinvolto in un altro interessante album, anch’esso datato 2024, della Monique Chao Jazz Orchestra, Time Chamber. Il terzo componente di questa formazione è Francesco Masetti, poli-strumentista qui alle prese con il basso elettrico, facente parte del sestetto che ha accompagnato la cantante Elena Rosselli nell’album Double Wind. Ci troviamo di fronte, quindi, ad un classico trio chitarra-basso-batteria coinvolto in un viaggio sonoro che si dipana tra sentieri di jazz moderno, intricati paesaggi di rock a tempi dispari – il mathematic rock, abbreviato in math rock come certa critica tende a chiamarlo – e morbide incursioni nella pop music. Questi generi non vengono solamente sfiorati, direi invece che risultano ben intrecciati in un tessuto ricco e robusto, capace di interessare sia il jazzofilo meno tradizionalista quanto il curioso esploratore delle variabili combinatorie tra aspetti musicali differenti.

I tre strumentisti mantengono una costante tensione dialogica lungo tutto il decorso dell’album, dimostrando coesione ed equilibrio dinamico ma orientando il timone più spesso verso le acque agitate del rock o in quelle più placide del pop-rock. Anche se non è lecito paragonare questa formazione triadica con il quartetto di In Abstracto, la chitarra di Sensi si fa più aggressiva in questo contesto, pure se l’attrazione per il rock era già ben presente nel suo album da titolare. Qui le cose sono diverse, anche perché il trio elettrico spinge ovviamente in una direzione di maggior compattezza strumentale e diventa più naturale un certo ispessimento del suono. Certo è che Sensi si conferma un chitarrista piuttosto eclettico, in grado di dominare una vasta gamma di linguaggi espressivi, passando con disinvoltura da fraseggi taglienti e sincopati a linee melodiche più liriche. Masetti si propone con un solido basso elettrico spesso proposto in timbriche distorte conducendo ottimi assoli con traiettorie frequentemente costruite all’interno di un incedere più rockeggiante rispetto ai classici walking dei contrabbassisti jazz. Dall’altra parte della componente ritmica, la batteria di Repola funge da motore propulsivo, spingendo i brani con un’energia controllata che bilancia intricati pattern ritmici e momenti di maggior linearità. Quando la musica di Automata s’avvicina a lambire i territori di un raffinato pop-rock, vi trovo delle somiglianze con gruppi come gli americani Real Estate e A Great Big Pile of Leaves, soprattutto negli arpeggi chitarristici che sembrano evocare atmosfere più delicate, come ad esempio nel brano iniziale Apricity. Ma le folate melodicamente più aggressive, quelle per intenderci di pezzi come Chrysalis, hanno nelle loro corde qualcosa del progressive di Canterbury. Se invece l’ago della bussola s’indirizza verso strutture più jazzate allora possono riaffiorare segmenti melodici alla Bill Frisell o alla Kurt Rosenwinkel. Voglio sottolineare comunque come l’ascolto di Automata sia, in generale, molto divertente, anche eccitante, sostenuto com’è da un costante sostanzioso nerbo ritmico e da una forma di energia naturale che coinvolge da subito l’ascoltatore.

Gran brano d’apertura è Apricity, in pieno stile pop-rock, che si presenta in un irresistibile attacco chitarristico con tanto di arpeggio e un rimarchevole accompagnamento ritmico. C’è spazio per un’abbondante parte d’improvvisazione dopo un minuto e trenta, dove Sensi fraseggia con pregevole capacità introspettiva, tra un basso elettrico che imposta non solo un gagliardo accompagnamento ma anche un assolo in stile progressive. Segue Until Down, un erratico pezzo che si muove prevalentemente in ambito pop-rock, molto gradevole, ma che fatica un poco a decollare e che rallenta l’intenzione più sciolta del brano precedente. Masetti si lancia in un assolo funzionante da rampa di lancio per l’accorrente chitarra di Sensi che parte in improvvisazione. L’elemento estemporaneo tipico del jazz è sempre presente nonostante le evidenti matrici di impronta rock che percorrono l’ossatura della traccia. Con Chrysalis i suoni s’induriscono anche per l’inserimento della distorsione, il brano si fa più aggressivo alternando però momenti di riflessiva sospensione a riprese più muscolari in stile quasi kingcrimsoniano, ben supportate, del resto, dall’attività incandescente di Repola con la sua batteria. Past Present sembra voler tirare il fiato, dopo la corsa del brano precedente. La chitarra coltiva le sue malinconie e inizialmente, con i suoi arpeggi, rimanda la memoria ad alcuni gruppi britannici della 4AD in epoca anni ’80 e ’90. Però, nella seconda parte, si avverte un cambio direzionale, soprattutto quando Sensi segue liberamente la sua vena improvvisativa e pare allinearsi addirittura ad alcuni momenti alla Peter Green del periodo The End of a Game.

27 –  brano già presente in bella evidenza nell’album In Abstracto –  è un titolo indicativo che potrebbe corrispondere all’età di Sensi, dimostrando inoltre come la ricerca di nuove toponomastiche sia il terreno privilegiato dove gli Aeronauts amano avventurarsi. Anche questo pezzo si comporta inizialmente con circospezione, adottando una classica scansione ritmica che supporta un tema orecchiabile. Sarà l’assolo di basso elettrico, bellissimo, a modificare un po’ le carte in tavola non solo squadernando la tecnica eccellente di Masetti ma innescando un momento di pura, oculata improvvisazione chitarristica che ipoteca la valutazione d’eccellenza del brano stesso. Antartica s’imposta su una progressione melodico-armonica discendente per sospendersi poi in una serie di arpeggi con grumi di accordi e stacchi. Tutto ciò rimanda ad una dimensione incerta tra l’atmosfera glaciale alla Terje Rypdal – con i suoni elettronici proposti da Sensi – e – sembra uno strano controsenso – a qualche band di folk rock britannico degli anni ’70. Soma dimostra un euforico senso costruttivo, esordendo in sordina per poi innescarsi esplosivo con un riff sovrapposto di basso e chitarra in stile hard-rock e oltre. Tra stacchi e riprese tipiche di una rock band il brano oscilla su sé stesso in un dedalo linguistico piuttosto vigoroso e sembra lasciarsi andare ad un’insolita deriva dove, anche se il fine di tutto si sfoca un po’, il divertimento ripartito tra musicisti e ascoltatori è senz’altro certificabile. Chasing Yesterday si posiziona tra i Cure (!) e gli Smiths (!!) ma fanno la differenza prima di tutto un bassista che queste band anglosassoni si potevano tranquillamente sognare e poi un chitarrista come Sensi che anche quando si muove tra scale pentatoniche sa esattamente come condurle, quando osare di più e quand’è il momento di rientrare. Buon finale anche da parte di Repola che terremota la parte conclusiva del brano con una serie di intransigenti rullate sulle pelli dei tamburi.

Non sono interessato poi tanto a capire che tipo di musica, in realtà, propongano gli Aeronauts perché ciò che al fine conta maggiormente è che Automata sia un album divertente ed elettrizzante, molto scorrevole e non problematico all’ascolto. Questi tre musicisti sono un puro distillato di naturalezza espressiva. “Io canto il corpo elettrico”, diceva Walt Whitman tra le sue Foglie d’Erba un secolo e mezzo fa. Gli Aeronauts suonano una musica fisica e malinconica nello stesso tempo, animata da una nervosa elettricità che tuttavia non soverchia il tratto gentile dell’emozione con cui riescono a farci partecipi.

Tracklist:
01. Apricity
02. Until Dawn
03. Chrysalis
04. Past, Present
05. 27
06. Antartica
07. Soma
08. Chasing Yesterday

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