R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Provo sempre piacere a recensire un album di artisti esordienti. Un po’ perché da una parte si fatica di meno, non ci sono raffronti coi lavori precedenti e non si deve litigare con ampie e numerose discografie, peraltro sempre piuttosto imprecise. Ma il rovescio della medaglia sta nel fatto che è più facile prendere abbagli, confondere il talento con la buona volontà e cadere in errori di sopra o sottovalutazione. In Abstracto di Francesco Sensi mi ha convinto da subito e dopo i primi ascolti l’album non ha perso nulla delle iniziali promesse, anzi. Per un chitarrista come Sensi appena ventiseienne e per gli altri elementi del gruppo che, a giudicare dalle foto disponibili – poche, così come sono insufficienti le note stampa – non paiono molto più anziani di lui, questo esordio ha quasi del miracoloso. Raramente si riescono ad ascoltare opere prime di tale intensità e autorevolezza costituite da musica nuda e cruda, senza interventi elettronici né tagli e né rattoppi conseguenti in post-produzione. Il quartetto lavora con un forte senso d’insieme e anche se i riflettori vertono sullo strumento principale – la chitarra elettrica di Sensi – ogni componente del gruppo anima uno spazio ben definito, gestendolo con l’agio dovuto alla padronanza strumentale che tutti loro possiedono in abbondanza. Il giovane musicista che dà il proprio nome al quartetto, si è formato tra i conservatori di Perugia e Milano e dimostra di possedere idee chiare e carattere personale, alla ricerca di un proprio assetto formale cercando di ridurre al minimo l’incombenza dei numerosi modelli di chitarristi che attualmente il jazz propone. Le note stampe citano il nome di Kurt Rosenwinkel, tra gli attuali interpreti della sei corde, per quello che riguarda le influenze che hanno operato su Sensi. Personalmente vi aggiungerei anche il nome di Pat Metheny, suggestione che proviene anche dalla scelta della timbrica chitarristica, oltre che da una certa fluidità melodica comune pure al musicista statunitense.

Ad ogni modo la musica espressa da Francesco Sensi è molto matura, solida, materica, asciutta quanto basta per tener lontana qualsiasi tendenza alla spettacolarizzazione. Si avverte come nelle esecuzioni delle composizioni, tutte attribuite al chitarrista, l’oggetto di ricerca sia lontano da qualsiasi forma di egocentrismo legato a iper-tecnicismi dimostrativi. Come se un’energia vitale alla Henri Bergson soffiasse costantemente tra le fila del quartetto, impedendo ai singoli di disperdere le loro forze in rivoli secondari e mantenendo sempre ben delineata la rotta della direzione musicale. Il jazz che si ascolta su In Abstracto non disdegna di accostarsi a qualche complicità che viene dal rock più evoluto – qualche ricordo di progressive da brani come Collide, per esempio – e nei momenti più intimisti come Veil affiora anche la capacità di riflessivo raccoglimento che aveva in alcuni momenti l’americano Abercrombie. Ma la comunicazione, la scrittura, la sovrapposizione delle parti strumentali non diventano mai compulsive e cercano piuttosto costantemente quell’integrazione – oggi la si chiama interplay – che dovrebbe sempre rappresentare semplicemente il punto d’incontro di chi suona insieme ad altri. La musica si muove quindi in un contesto tutt’altro che statico, dove le linee melodico-armoniche riescono ad intrecciarsi senza confondersi, mantenendo un’essenziale fluidità che gioca a favore del senso di piacevolezza generale raccolto da questo album. Accanto a Sensi troviamo Diego Albini al pianoforte, ventottenne, musicalmente cresciuto tra il conservatorio di Como e i corsi di Siena Jazz e che ritroviamo nell’album Ego Taming del sassofonista Davide Intini, pubblicato fresco fresco in questi giorni di marzo. Un pianista che condivide a metà il lavoro armonico di Sensi, dimostrando un’ottima autonomia ed una tecnica molto moderna, evidenziando la nuova realtà non-euclidea del contemporaneo piano jazz, cresciuto nell’ambito della tradizione ma sviluppatosi per conto proprio, seguendo le sensibilità di ogni singolo musicista. Anche Enrico Palmieri, ventiseienne contrabbassista pugliese, ha diviso con Albini l’esperienza del lavoro di Intini. Alla batteria troviamo il più anziano – si fa per dire – elemento del gruppo, il milanese John De Martino, che credo abbia doppiato da poco la boa dei trent’anni. Di lui possiamo apprezzare, oltre al drumming che gli compete professionalmente, degli ottimi e approfonditi articoli musicali che potete trovare on line sulla rivista La Tigre di Carta.
L’ascolto dei brani di In Abstracto comincia con Ex Machina. L’inizio arpeggiato di chitarra viene subito dopo sostituito da un analogo movimento di pianoforte sul quale Sensi imposta un tema dalle vaghe reminiscenze piazzolliane. Un incremento improvviso di ritmo gestito dalla batteria di De Martino è seguito da una serie di stacchi che preludono ad un’iniziale esposizione in solitudine di Albini. Questi, come già accennato, mi sembra un pianista veramente originale e le poche note che compongono il suo breve assolo iniziale, che si alternerà poi più volte con quello di Sensi fino a integrarvisi, sembrano ampiamente dimostrarlo. La chitarra è sempre pulita, fluida, chiara nei fraseggi. Verso il finale affiorano alcune stimolanti promiscuità con la musica rock per via di qualche stacco più ruvido che s’appoggia fondamentalmente sulla batteria e sopra le note basse soprattutto del pianoforte. Veil s’apre ad una dimensione più malinconica e ottobrina, un dolcezza velata di ricordi fluttuanti. La melodia si sviluppa su accenti lenti e la chitarra di Sensi diventa quasi cantabile, arricchendosi di misteriose e seducenti vaghezze. Interagisce Albini con qualche nota dissonante mentre compare un notevole assolo di contrabbasso che sottolinea il tenore sospeso di questo brano. Il timbro morbido delle note di chitarra possiede il respiro dei grandi spazi. Nell’ultimo quarto del pezzo, il pianoforte sembra lavorare in un contesto astratto, armonicamente avanzato, lasciando le note finali sospese di chiusura a Sensi. Exile si contestualizza all’interno di un incipit tematico di chitarra che poi lascia campo libero al piano per un lungo assolo ben sorretto dal lavoro di Palmieri e De Martino. Albini si scava una trincea di note, in una dimensione spesso al limite della tonalità d’impianto o anche out of tune, mentre si avverte decisamente la notevole scansione ritmica del batterista in coppia con il contrabbassista, altrettanto dinamico e puntuale. A metà brano ritorna Sensi, coi suoi fraseggi cromatici, recuperando il tema dell’incipit iniziale.

27 s’immerge in un clima da ballad con sfumature vicine al pop ed è il contrabbasso di Palmieri ad avventurarsi in un melodico assolo in stile Charlie Haden. La chitarra si mantiene sulle orme di un certo approccio soft adottando un tema cantabile che il resto dei musicisti condivide e la composizione si mantiene in un equilibrio crepuscolare, entro limiti armonici e ritmici piuttosto tradizionali. Collide, come già indicato più sopra, ha un’anima orientata tra jazz e Canterbury e una parte iniziale che mi ha fatto ricordare Pip Pyle e gli Hatfield & the North. Musica comunque molto fresca e ben realizzata che evolve, in un secondo tempo, verso atmosfere più marcatamente di jazz contemporaneo, condotte prevalentemente dal sempre sorprendente piano di Albini e dalla frantumazione ritmica dell’ottimo comparto Palmieri-De Martino. Irrompe la chitarra di Sensi con un timbro moderatamente distorto a mezza strada tra Metheny e Pye Hastings e l’indice di godimento aumenta a tal punto che non esiterei a definire questo brano come uno tra i più belli, non solo dell’album, ma nel contesto di molti gruppi jazz guitar-oriented che conosca. Se si fa attenzione anche alla solida trama ritmica, agli accordi di pianoforte disposti dolcemente attorno all’escursione delle note chitarristiche, si può capire l’alto livello degli arrangiamenti e l’ideazione compositiva che sta dietro un brano come questo. Eidolon, termine in greco antico che significa immagine, ombra, spesso riferita a costruzioni fantasmatiche e spettrali, si discosta ma non poi così tanto dalla traccia precedente. I tempi sono più lenti e meditativi e questa volta l’incipit è affidato a dei passaggi circolari di pianoforte, su cui si sovrappone in seguito la chitarra. I salti armonici sono spesso ardui ma non appaiono forzati, si svolgono talora quasi sottovoce, incrementandosi con una serie di pennellate astratte pur sempre contenute nelle quadrature ritmiche offerte da contrabbasso e batteria. Ancora Albini in evidenza con le sue linee strutturali spesso volutamente poco armonizzate dalla mano sinistra e accompagnate solamente dalle solide note del contrabbasso. Shimmer lavora inizialmente su un sol ostinato di chitarra, raddoppiato delicatamente dal contrabbasso. Un colpo di piatto ed entrano chitarra e batteria, con le corde del piano direttamente sollecitate con la mano. La tensione s’incrementa e poi sfocia in un tema ripetuto più volte. Una sequenza di power chords è la porta attraverso cui s’apre il brano ad una maggior caratterizzazione jazz con qualche aspetto funky-latino mediato dalla brillantezza del piano – alla maniera di Hancock – e dal contributo spregiudicato della ritmica. Sensi fa viaggiare la sua chitarra in scioltezza tra i contro-tempi e la batteria poliritmica. Il brano è un susseguirsi strategico d’indugi, sospensioni e riprese, fino al ripescaggio dell’ostinato iniziale, dimostrando un grande concentrazione collettiva e un buon lavoro d’insieme. Chiude la moderata Beneath the Twilight sull’onda di un’introduzione pianistica, con un tema raccontato dall’incrocio, a volte all’unisono, tra chitarra e lo stesso piano. Qualche momento di solitudine per la triade Albini-Palmieri-De Martino con la timbrica profonda del contrabbasso in maggior evidenza. Gran finale di partecipazione corale con un certo indurimento complessivo delle dinamiche sonore.
La musica del quartetto guidato da Francesco Sensi non ama le iperboli, non si consegna agli estremismi. Senza essere provocatoria è molto stimolante, si muove all’interno di una certa complessità strutturale non diventando mai ostica. Il fattore a mio giudizio più importante è che tutti i brani siano nuove composizioni. Non ci sono le sicurezze degli standard e nonostante ciò non si può nemmeno parlare di presunzione per un quartetto come questo. Alla prima uscita discografica Sensi & C. dimostrano una sana spavalderia fondata sulle loro capacità compositive, senza timori reverenziali, basandosi solamente sull’evidenza incontestabile del proprio talento.
Tracklist:
01. Ex Machina
02. Veil
03. Exile
04. 27
05. Collide
06. Eidolon
07. Shimmer
08. Beneath The Twilight


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