L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo
Un fuoco mi è scoppiato dentro, un’esplosione di infinite forme di emozione. Inaspettato, intenso, prolungato sulla scia di una vibrazione costante. Tutto questo e molto di più ho provato durante il concerto delle Madamè, quattro meravigliose donne, per il 25 aprile. Grazie ad una carissima amica che mi sa leggere dentro e mi indirizza sempre su nuove e bellissime strade, sono venuta ad assistere ad una serata che voleva essere già di per sé speciale, evocativa e importante proprio per la ricorrenza che rappresenta per tutti. Aspettavo dunque di ascoltare brani dal significato profondo, ma senza provare un tuffo proprio in pieno petto. Invece, non sono stata in grado di controllare la folata di vento che è arrivata e che mi ha fatto partire per un viaggio da Nord a Sud, poi in Europa, poi in America Latina e mi ha accecato a tal punto da creare una vertigine che nei giorni successivi non ha fatto altro che riattirarmi dentro di sé e farmi perpetuare l’ascolto di quelle voci, di quella melodia.

Un viaggio nella musica popolare italiana attraverso lo sguardo delle donne e la loro bellissima voce. Talento, arte, cura del particolare, empatia, un mix che non permette neppure per un secondo di staccare gli occhi, le orecchie e il cuore da queste figure splendide, forti, sinuose e volitive accompagnate dai loro strumenti che non smettono un solo istante di scalfire il silenzio con modulazione, ritmo, senso di echi e paesi lontani o tradizioni vicine che il battito rallenta per starle ad aspettare.
Il repertorio è tratto dalla cultura della musica popolare: mediante la ricerca e l’arrangiamento di brani selezionati, le Madamè riportano alla luce canzoni tradizionali di fine 800, inizio 900: canti di lavoro, di femmine, di briganti, d’amore, di speranza, di resistenza e di partecipazione. Nel viaggio s’incontrano brani emozionanti, lenti e introspettivi, ma anche brani che scatenano l’energia dei ritmi di balli e danze popolari.
Provenienti dalle Langhe e dalle Vallate Cuneesi «dove il cielo s’attacca alla collina» (da Il partigiano Johnny di Beppe Fenoglio), borghi sospesi tra terra e cielo dove Fenoglio, Corsini e tanti altri hanno ricamato nella terra e nelle viti i loro capolavori. Attraverso questi tralci così dannatamente aggrappati alle “rive” traggono linfa e guardano verso il sole come Fenoglio scriveva in Un giorno di fuoco: «… poi mossero gli occhi intorno e in alto. C’era da restare accecati a voler fissare là dove il cielo d’un azzurro di maggio si saldava alla cresta delle colline, di tutto nude fuorché di neve cristallizzata. Una irresistibile attrazione veniva, col barbaglio, da quella linea: sembrava essere la frontiera del mondo, da lassù potersi fare un tuffo senza fine». Hanno alle spalle un ricco percorso di studi in ambito musicale e conservatoriale. In modo spontaneo si sono avvicinate alla musica popolare e da subito l’hanno amata. Nel 2017 è stato ufficializzato il progetto Madamè.

La musica popolare viene spesso diffusa per tradizione orale, senza un riferimento scritto o un compositore. Molte volte non c’è un autore riconosciuto, ma appartiene al patrimonio culturale di una comunità. Una vera e propria forma espressiva che riflette le esperienze, i valori e le tradizioni. Scandisce spesso momenti e ricorrenze importanti come feste e riti religiosi attraverso strumenti musicali tipici della zona, della regione di riferimento. È una musica semplice, orecchiabile, spesso eseguita con strumenti tradizionali e che coinvolge canto e danza. Un patrimonio prezioso da salvaguardare e che deve perpetuare nel tempo.
Le Madamè, ossia: Erica Molineris (voce solista), Marica Canavese (voce solita e chitarra), Claudia Danni (fisarmonica, chitarra e cori) e Anna Chiapello (fisarmonica, percussioni e cori) con devozione e commozione portano avanti questo prezioso obiettivo, un raccolto d’estate fatto di spighe dorate e papaveri rossi. Nell’autunno 2018 è uscito il primo cd del gruppo dal titolo Sebben che siamo donne, come un Barolo da meditazione da degustare piano. In seguito, le Madamè hanno calcato numerosi palchi italiani e proposto anche il loro secondo album, Se tu sapessi il bene che io ti voglio, uscito a febbraio 2022, che vuole essere un omaggio sentito alle donne di ieri e di oggi. Brani intensi e rivisitati con incantesimi di raffinatezza, come un dono, il dono del vento di Davide Van De Sfroos.
Sapevo il Credo del nostro amato amico Cristiano De André che ha compiuto il miracolo di coniugare un brano della tradizione popolare che ha visto numerose paternità locali e trasformazioni con liriche dal sapore evocativo come «si riposano bestemmie ma la fatica no, mi ricordo da bambino gli occhi chiusi dopo il tuono». Un brano dal sapore dolcemente amaro, fatto di chiari-scuri caravaggeschi tanto da essere anche utilizzato nella versione Giovanottino nel film Sedotta e abbandonata del 1964 di Pietro Germi dove una giovane donna siciliana, interpretata da Stefania Sandrelli, viene concupita carnalmente dal promesso sposo della sorella di lei, di cui era segretamente innamorata.

Per raggiungere le amare terre toscane i contadini salivano su di un treno chiamato “della leggera” proprio perché i suoi passeggeri, uomini dall’impiego incerto e malpagato, viaggiavano con un bagaglio tutt’altro che pesante, riempito di fame e poco altro. Non è dunque difficile immaginare perché queste migrazioni di braccianti fossero solite intonare l’omonima canzone de La Leggera, un brano che suona come la fantasia in musica di chi fino a quel momento si è spaccato la schiena per due soldi e che adesso, per il tempo del canto, sogna di potersi permettere una vita più semplice, un’esistenza in cui, senza tanti pensieri, si è pronti a tirare in causa la legge e perfino i santi pur di avere una giustificazione valida per non lavorare.

Questo treno stasera corre veloce e compie numerose fermate toccando tante terre meravigliose dal Mugello al Piemonte, dalla Liguria al Cilento e, con un ponte magico, un ponte che va oltre, come quello scritto da Italo Calvino nel 1959, e arriva fino in Sicilia dove io non posso fare altro che fermarmi e rimanere incatenata dalla donna che mi ha stregato l’anima ed è diventata la mia ossessione di questi ultimi anni. Ho collaborato anche con il nipote che è stato a tutti gli effetti per lei e con lei un figlio nel realizzare un lavoro universitario dall’intensità profonda sulla scia di una vita incredibilmente dolorosa ma che ha fatto conoscere ovunque la “cantatrice del sud”, perché la sua voce una volta sentita non si può dimenticare: Rosa Balistreri, l’unica. Fatta di rabbia, di sangue e di cuore. Un impasto di Sicilia e urgenza di vivere e raccontare, di sentire e farsi sentire.
Grazie a queste interpreti straordinarie dalle «guance di pesca e di aurora» (Italo Calvino e Cantacronache, Oltre il ponte) tante meravigliose storie e anime hanno la voce necessaria per rinascere, ritrovarsi e riprendersi per mano. Tra sacro e profano. Tra leggerezza e profondità, amore e tradimento.
Mercedes Sosa rivive tra le note della sua indimenticabile interpretazione di Solo le pido a Dios e le femmine di Procida echeggiano con la loro nenia antica che affonda le radici nella notte dei tempi con inflessioni greche come il canto di omeriche sirene.



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