R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Cos’è rimasto del nu-jazz nel secondo ventennio degli anni duemila? Pur avendolo personalmente interpretato come una libera esplorazione di un mondo in fermento – un divertente ottovolante emotivo dedito il più delle volte ad un ingegnoso rubacchiar di frammenti già editati per incollarli tra loro – oggi come oggi questo genere si è evoluto per seguire una strada creativa più indipendente ed autonoma. Anche se le basi ritmiche continuano spesso ad ispirarsi al dub di origine giamaicana, le sovrapposizioni melodiche arricchite da soul-jazz, funky, hip-hop e r&B coi numerosi inserti orchestrali, che ascoltiamo ad esempio nel caso di questo All the Quiet-part I di Joe Armon-Jones, rendono finalmente giustizia ad uno stile ancora troppo snobbato dai jazzofili più puri. L’autore britannico, tastierista e produttore, già membro di un’importante e pluripremiata band come gli Ezra Collective, da sempre cultore dei mix fai da te, ha creato una visione sonora tanto ambiziosa quanto radicale. L’album, nato dalla fascinazione di Armon-Jones per il mondo del dub e per artisti del tipo King Tubby in testa, è un manifesto di come l’ispirazione possa trasformarsi in un’opera che unisca tecnica, improvvisazione e narrativa di manica larga comprendente una certa gioia di vivere e un ottimismo musicale addirittura insolito per i tempi che stiamo vivendo.

L’approccio di Armon-Jones alla realizzazione di All The Quiet- part I – seguirà presto una part II già programmata in uscita nei prossimi mesi – sembra riflettere il flusso inarrestabile delle sue idee, dove la curiosità della sperimentazione si è intrecciata alla sua anima jazz, trasformando il processo di mixaggio in una sorta di jam session tecnologica: una scoperta che ha permesso ad Armon-Jones di ridefinire i confini tra jazz, funk e reggae in modo organico e avventuroso. Le sessioni di registrazione hanno catturato quindi l’energia di un ensemble di ottimo livello. La sezione ritmica composta da Mutale Shashi al basso elettrico con Natcyet Wakili e Jaega Gordon alla batteria pulsa con un precisione metronomica, mentre il percussionista Kwake Bass aggiunge una texture profonda e stratificata. I fiati, guidati dal sax tenore della brava Nubya Garcia insieme a quello di James Mollison e alla tromba di Ife Ogunjobi, emergono come voci narrative di un racconto che si muove tra tensione e libertà. In più compare la chitarra di Oscar Jerome insieme ai cantanti Ras T. Asheber, Goya Gumbani e Yazmin Lacey. A questa base solida e ispirata, Armon-Jones aggiunge la sua firma con sintetizzatori, piano elettrico, effetti dub e un lavoro di editing che trasforma il materiale in una composizione immersiva, pulsante di echi, delay e sfumature sonore. Il concept di All The Quiet va oltre la semplice musica. Armon-Jones immagina un universo narrativo in cui i “paladini del suono” combattano per preservare l’essenza creativa in un mondo sempre più dominato dalla mercificazione e dall’indifferenza verso l’arte. È una metafora fantasiosa ma incisiva, che punta il dito contro una realtà spesso soffocante per gli artisti. Afferma lo stesso Autore, infatti, come questa ambientazione immaginaria in realtà possa essere “…il risultato estremo e definitivo di ciò a cui stiamo assistendo in questo momento…”. Musicalmente, l’album è una fusione di colori caratterizzati dal continuo dialogo tra linguaggi già conosciuti e ricerca di nuove combinazioni. All The Quiet suona come un’eccitazione controllata, tra le voci emozionanti dei cantanti e il basso e la batteria che emergono con forza quasi primitiva, mentre fiati e tastiere si intrecciano in linee melodiche oscillanti tra l’esuberanza e la malinconia. Il mixaggio dub aggiunge profondità e una sensazione di dinamismo costante, rendendo ogni ascolto una scoperta di nuove sfumature. Ma alla base di quest’operazione c’è una visione ottimistica del Mondo al di là dei timori che riguardano, come detto poco sopra, la libertà espressiva degli artisti. Una realtà presentata con la sua arcaica pulsazione vitale che si trasmette senza nevrosi ad ogni ascoltatore, anzi, aggiungendovi quella leggerezza di tocco che stimola anche l’eventuale desiderio di ballare, una volta abbandonati pienamente alla musica.
Quasi un annuncio in pompa magna l’iniziale Lifetones con l’innesto della coppia basso-batteria e un incrocio di synth a misurarsi con uno smooth jazz d’altri tempi. Intervengono i fiati enfatizzati un po’ alla maniera dei Calexico e poi il piano elettrico dell’Autore con poche, semplici frasi d’effetto, a volte chiuse da accordi di dominante. C’è molto gioco e divertimento in questo brano, con linee ripetute di tastiera e una scorrevolezza che rende tutto perfettamente piacevole. Forgiveness ha un tema reiterato fortificato da cori, tastiere e fiati e un ticchettio continuo tra piatti e cerchio di rullante. Interviene poi un assolo di sax molto jazzy, rispetto al canovaccio di questi brani, condotto senza fretta dalla Garcia. Buono anche l’assolo di Armon-Jones al piano elettrico che alimenta il groove con delicatezza e tocco leggero. I brani sono piuttosto lunghi e per come sono realizzati potrebbero durare anche di più senza annoiare. Conclude il tema condotto dai fiati e da qualche nota palm muting di chitarra.

Kingfisher è un dub-soul illuminato dalla cantilena della voce rastafariana di Ras Asheber sostenuta dal coro e da un insistente rullante di batteria. Sullo sfondo qualche lampo di aerofoni e synth, prima che Armon-Jones si proponga in un eccellente assolo di piano elettrico, dimostrando di possedere una buona, più che basilare sintassi jazzistica. Nothing Noble è un funky di grande presa, pompato da un basso che occupa tutto il padiglione auricolare, se ascoltato in cuffia… I fiati impostano, sorreggono e spianano la strada ad un grande assolo di pianoforte – mi sto veramente appassionando alla tecnica espressiva dell’Autore – che si muove serpentino tra le altre tastiere. C’è poi il notevole assolo di tromba di Ogunjobi che viene poi progressivamente inglobato dalla corposità dell’insieme dei fiati, andando verso un finale del tipo liberi tutti. Eye Swear è un puro rap cantato e recitato da Goya Gumbani. Il beat è sempre sostenuto in mid-tempo ma i rap, generalmente, mi annoiano così come le vagonate di parole che vengono pronunciate a raffica ogni volta. Danger Everywhere è il momento cupo dell’album, tra voci rallentate, fragore di piatti e qualche accordo di piano elettrico. Sembra più una voluta parentesi discontinua che un vero e proprio brano. Si torna a fare sul serio in The Citadel con la presenza del percussionista Bass a coadiuvare Wakili alla batteria. In evidenza immediata l’intro di piano e gli strumenti a fiato, con i loro giri ritornanti, ad annunciare un brano cangiante e dinamico, che si muove tra smooth jazz, accenti di r&b e improvvise sterzate verso ritmi cubani, dove Armon Jones si carica di ormoni musicali e suona come un novello Rubalcaba. Forse questo è il brano dove si avverte meno la Giamaica e la musica dirotta più ad Ovest verso l’orizzonte latino. Ma il dub torna imperioso quando è la volta di Snakes, un arrotolato funky caricato a molla da una batteria secca ed implacabile. Tastiere al comando, piano elettrico sul trono almeno fino a quando un inaspettato cambio di ritmo e di atmosfera circa a metà brano, fa deviare la musica verso un rallentamento condito da voci filtrate elettronicamente. Evidentemente l’Autore qui si diverte a mescolare le carte e tende a frammentare il brano in segmenti diversi, allungando però troppo la minestra che perde di sapidità. Show Me è una soul-ballad dal cuore malato, brano corto rispetto alla media che va a confluire nell’ultimo Hurry Up & Wait dove la formazione a trio cambia sia il batterista, che diventa Morgan Simpson e il bassista che ora è Luke Wynter. Un brano sofisticato, retto benissimo dalla cucitura jazzistica, che immette al suo interno note soul aggraziate, pur non smarrendo il suo turgore ritmico.
Armon-Jones si dimostra un ottimo regista, raccogliendo sotto di sé un insieme di direzionalità che si legano armoniosamente l’una all’altra senza confliggere. Resta evidente il suo divertimento nel manipolare i suoni, le voci, le variabilità ritmiche, creando un jazz differente fatto di dinamiche anche culturalmente tra loro lontane eppure, a conti fatti, ben funzionanti quando vengono a contatto. E poi la sua abilità come pianista risalta in quasi tutti i brani dell’album, evidenziando come non ci siano limiti né mancanze nel suo profilo musicale.
Tracklist:
01 Lifetones
02 Forgiveness
03 Kingfisher (feat. Asheber)
04 Nothing Noble
05 Eye Swear (feat. Goya Gumbani)
06 Danger Everywhere
07 The Citadel
08 Snakes
09 Show Me
10 Hurry Up & Wait
Photo © Marco Grey






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