L E T T U R E


Recensione di Alessandro Tacconi

Herbie Hancock. In primis essere umano, poi buddista e musicista, ma a una tale consapevolezza giungi dopo 40 anni di pratica di buddismo giapponese, perché quando inizi a suonare, quando non hai ancora incontrato il messaggio di Nichiren Daishonin, sei soltanto un musicista. Un giovane talentuoso dotatissimo musicista che ne farà di strada, eccome, comprendendo sempre di più quale debba essere il senso di fare musica.
La casa editrice romana minimum fax da anni ha creato una collana dedicata ai giganti della musica jazz, funk, pop e rock: da Miles Davis a John Lennon, da James Brown a Tom Waits, da Lou Reed a Curt Cobain, da Duke Ellinghton a Kim Gordon, da Neil Young a… ovviamente Herbie Hancock!
Trecentosessanta pagine in cui il pianista e compositore, con una naturalezza e un candore che ci ha disarmato, si racconta nei momenti più felici e intensi come in quelli più bui.

Un musicista al pianoforte in una sala di registrazione, intento a suonare mentre guarda le sue mani. Sullo sfondo si intravede un computer e una telecamera.

Un professionista che ha la fortuna di essere nel posto giusto al momento giusto? Possibile. L’esistenza è fatta di… possibilità come ricorda il titolo del volume e il nostro sembra averne avute molte. Ma è pure vero che queste possibilità te le crei.

“Ogni cosa è ogni cosa”.
Ogni cosa faceva parte di un intero, tutto si fondeva,
eravamo complementari, un’entità sola.
(Herbie Hancock a proposito del gruppo Mwandishi)

Il giovane Herbie impara le prime frasi del linguaggio jazzistico da un album di George Shearing risuonandole sulla tastiera: “Individuata una frase che mi piaceva, cercavo le note sulla tastiera riascoltandola più e più volte, fosse solo per ricavarne un’improvvisazione a nota singola con la mano destra. Mi sforzavo di andare oltre la melodia, concentrandomi sulle parti improvvisate per ricostruire ciò che dovevo suonare nota dopo nota”. Lavoro assiduo, quotidiano, perfino ossessivo.
Con il passare del tempo e della pratica le frasi si fanno sempre più articolate. Impara a improvvisare copiando le frasi di un musicista che gli piace, grazie a un approccio analitico e meccanico, che gli permetta di acquisire le basi per poi superarle. Improvvisare significa esplorare ciò che non si conosce. Significa entrare in una stanza buia della quale non si riconosce nulla, e ballarci dentro come se la si conoscesse da sempre.

La carriera è fatta anche di incontri significativi ed Herbie ne ha avuti davvero molti. È il 1960 e una delle leggende del sax tenore, Coleman Hawkins, arriva a Chicago e ha bisogno di un pianista. Il batterista Louis Taylor fa il suo nome al leader e il giovane si trova catapultato sul palco insieme a una delle leggende del jazz. Poi in città arrivano Pepper Adams e Donald Byrd, alfieri dell’hard bop. Grazie a un contrattempo del pianista, rimasto bloccato dalla neve, viene chiamato come sostituto.

“Perché non provare a scrivere qualcosa
che affondi le radici nella mia esperienza di nero a Chicago”.
(Herbie Hancock a proposito del brano Watermelon Man

Donald Byrd diventa una sorta di fratello maggiore per il giovane pianista ventenne. Rassicura perfino la madre, quando si tratta di convincerla a lasciare andare suo figlio a suonare a New York! Sotto la sua ala, Herbie ha la possibilità di farsi sentire nei locali da vari colleghi che lo chiameranno per suonare dal vivo e in studio. È proprio sull’album del trombettista, Royal Flush, che ha la possibilità di registrare anche un suo pezzo: Requiem. I consigli del suo “fratello maggiore” sono fondamentali sia sul palco sia quando ha a che fare con le case discografiche come la celebre Blue Note, per ottenere le migliori condizioni possibili.
È proprio in occasione dell’album di debutto come leader Takin’ Off del 1962 che incide quello che diventerà un vero e proprio standard: Watermelon man, reso celebre dall’arrangiamento del percussionista afrocubano Mongo Santamaria e dalla sua versione funky con gli Headhunters.

Herbie Hancock – Avete delle canzoni? Oppure improvvisate e basta?
Eric Dolphy ridendo – Sì, abbiamo delle canzoni. Cioè, abbiamo i cambi.

Dopo il successo giungono anche altre richieste per incidere colonne sonore e album, ma sono gli incontri con due musicisti, Eric Dolphy (qui l’articolo al recente tributo del gruppo Nexus al polistrumentista) e “Dark Magus” Miles Davis, che segnano per sempre il suo modo di concepire la musica.

Nell’autunno del 1962 Eric invita Herbie a partecipare a un breve tour. Molte le perplessità del pianista, perché Dolphy è uno degli alfieri della New Thing, un modo di intendere il jazz molto lontano dalla formula dell’hard bop che si suona all’epoca. Il pianista si rende conto molto presto che deve ignorare le regole del ritmo, dell’armonia e dell’improvvisazione solista. Un’esperienza che il nostro definisce “spaventosa ed elettrizzante”, per poter suonare di pancia andando a fondo in modo onesto alle emozioni.

Nel 1963 arriva la chiamata di Miles Davis, che all’epoca è già leggenda. Sta costituendo il secondo quintetto che vede il sedicenne (!!) Tony Williams alla batteria, Ron Carter al contrabbasso, all’inizio George Coleman poi sostituito da Wayne Shorter al sax tenore.
Miles non ci dava mai limiti, anzi ci incoraggiava a osare sempre di più. A volte ci spingevamo così oltre che quasi perdevamo di vista il brano iniziale, ma a quel punto interveniva lui con un assolo che in qualche modo riusciva a metterci tutti in carreggiata. Ogni serata era una scommessa, e a volte persino Miles perdeva l’orientamento.

Copertina del libro 'Possibilities: L'autobiografia' di Herbie Hancock, con un'immagine in bianco e nero del musicista su sfondo blu.

L’esperienza in sala di registrazione e dal vivo del quintetto arricchiscono ulteriormente la sensibilità del pianista. Vengono registrati alcuni degli album più importanti della storia del jazz: E.S.P., Miles Smiles, Sorcerer, In A Silent Way
Herbie Hancock da sempre è appassionato di meccanica ed elettronica. Grazie a Miles Davis ha l’opportunità di “giocare” con un Fender Rhodes, che lo sorprende per le possibilità dinamiche. L’album del 1968, Miles in the Sky, è così il primo della discografia davisiana in cui vengono utilizzati strumenti elettronici.
In quel periodo Tony Williams, sempre alla ricerca di nuovi ascolti e stimoli, gli fa conoscere le opere di musica elettronica di Karlheinz Stockhausen, ma anche quelle di John Cage, Alban Berg e Paul Hindemith.

Herbie fa proprio questo modo di intendere la scrittura musicale: rimanere aperti per varcare di continuo nuovi confini: ”Scegliere significa agire, non solo reagire: i musicisti devono essere sufficientemente bravi e sicuri per fare l’una e l’altra cosa”.
Il suo DNA viene marchiato da questo approccio per i decenni a venire, sia quando viene plaudito (e pluripremiato!) sia quando viene criticato per le scelte considerate troppo pop e commerciali.

Ogni sua scelta si iscrive in un processo che a un certo punto non riguarda più soltanto la musica che compone, ma il senso stesso della sua esistenza. L’incontro con il buddismo giapponese all’inizio degli anni Settanta, grazie a Buster Williams, segna altrettanto profondamente la sua esistenza. Non si tratta più di incidere solo dischi che abbiano successo, ma di creare una rete di connessioni, la più ampia possibile, tra la sua musica e le persone per dare luogo a delle… possibilità. La rivista Off Topic, in fondo, si prefigge di fare altrettanto: grazie alla passione per la musica, vuole mettere in contatto i musicisti con un folto gruppo di persone e viceversa.

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