R E C E N S I O N E
Recensione di Elena Colombo
Il pianoforte è il mio strumento preferito. Quello che ho suonato per tanti anni, quello che con delicatezza mi ha accompagnata dall’infanzia all’adolescenza. È uno strumento per cui ho un debole, senza dubbio. Ma anche a chi non fosse egualmente fan di quegli 88 tasti bianchi e neri, suggerirei l’ascolto di Abbash, il nuovo album di Angelo Trabace, uscito il 9 maggio per Cassis Records, con distribuzione Artist First.
Dodici tracce, condite dalla maestria di chi conosce bene la musica e il cinema e dalla profondità di chi ama giocare con i generi, dal classico all’elettronico. L’uscita è stata anticipata dal singolo Animali Confusi, che comincia con un pianoforte delicato e poi, con l’aggiunta di archi e suoni elettronici, crea un paesaggio sonoro arioso e vibrante, che potrebbe facilmente essere la colonna sonora di un film ambientato nello spazio, o nel deserto, o magari nell’oceano.

Trabace è un artista noto nel panorama musicale italiano anche per il suo ruolo di compositore, arrangiatore e musicista. Ha collaborato con Colapesce e Dimartino, Francesco Bianconi e Vasco Brondi. Con Abbash, torna a lavorare a un proprio disco (il secondo, dopo Sbarco), e lo fa fondendo la tradizione folklorica dell’autore, di origini lucane, con la ricerca contemporanea.
Il nome stesso dell’album richiama queste radici: “abbash”, infatti, significa “giù” in dialetto lucano. Questo termine, spiega Trabace, “oltre al suono magico ed esotico che possiede, racchiude un significato che va oltre la nostalgia per i luoghi in cui sono nato e cresciuto. Non è solo un concetto legato ai paesaggi che mi mancano, ma una vera fascinazione per il suo significato letterale: Giù, sotto. Ci sono dimensioni nascoste, forze che si muovono silenziosamente e agiscono nel profondo, impercettibili ma potenti. Come il movimento caotico e (apparentemente) invisibile delle radici. Col tempo ho imparato a guardare a quel “giù” in modo diverso, scoprendone un valore nuovo”.
Il disco inizia con Not to disturb the neighbors, brano malinconico che comincia con un piano in sordina e una voce sussurrata, forse proprio per non disturbare i vicini di casa. I tasti si fanno via via più sonori e la stessa cosa accade per la voce. Chiudendo gli occhi, è possibile vedere lo skyline di Milano, dove vive l’autore, e immaginarlo di notte, nell’unica luce accesa in un condominio, intento a suonare il suo piano.
Tra le tracce, ho apprezzato particolarmente Road to a green desert, una sorta di viaggio in cui il piano è protagonista, affiancato dagli archi, con i quali crea un dialogo sospeso. Questi strumenti sono centrali anche in Go as a river, brano caratterizzato da più tensione rispetto al precedente.
In Jonio, irrompono inaspettatamente i fiati, e il susseguirsi di accordi al piano crea un equilibrio commuovente. Il seguente Don’t be afraid of black notes cambia il mood dell’album, che si fa più intimo. In questo brano, l’intervento di una voce aliena dà un tocco quasi spirituale alla canzone. Sons and Mom sono due tracce complementari e antitetiche, che mettono in musica la sfera famigliare, rispettivamente il sentimento di sentirsi figli di qualcosa di più grande, e l’assenza di una figura materna.
Con il successivo Go as a wind, che inizia con un forte soffio di fiati, ci spostiamo in un mondo diverso. Ecco quindi che arriva Abbash, singolo omonimo al disco, che comincia con un suono quasi da carillon, un po’ dolce, un po’ sognante. Ben presto, c’è un cambio di passo, con note scandite al piano accompagnate da tamburelli, altre percussioni e voci che dicono “Abbash o’ Vratn”, cioè “Giù, al fiume Bradano”, in Basilicata. L’energia che ci investe è sorprendente e coinvolgente. Il brano richiama la casa di infanzia di Trabace, ma anche le viscere della terra, con le percussioni che per la prima volta in tutto l’album si fanno forti e impattanti.
Segue Volture, che prende il nome da un complesso vulcanico in provincia di Potenza, oggi spento, e che ospita laghi nei suoi crateri vuoti. Infine, l’ultima traccia è Your brother, che comincia come un battito di farfalla, e che forse è sia un invito sussurrato alla fraternità, sia un omaggio al fratello Alessandro Trabace, violinista e autore (o co-autore) di diversi brani di questo album.
Un disco familiare e corale, sospeso tra atmosfere cinematografiche e oniriche, che vi invio calorosamente ad ascoltare, se possibile, anche live.
Tracklist:
01. Not to disturb the neighbors
02. Animali Confusi
03. Road to a green desert
04. Go as a River
05. Jonio
06. Don’t be afraid of black notes
07. Sons
08. Mom
09. Go as a Wind
10. Abbash
11. Vulture
12. Your brother
Photo ©️Michele Battilomo






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