R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il nuovo album della sassofonista Cecilie Strange, Beech, quinto da titolare, è un’opera che s’immerge nel rapporto tra luogo e identità e che traduce questa connessione in una forma sonora ancestrale. Scordatevi la parola jazz, quasi completamente fuori luogo come pure il termine folk. Questo lavoro, rarefatto sino alla coraggiosa sperimentazione sonora, si trova infatti in una dimensione temporale anteriore ad ogni codificazione letteraria, addirittura precedente alla formazione di una vera e propria tradizione. Se infatti consideriamo il lavoro di un’altra artista nordica come la norvegese Sinikka Langeland – vedi qui e qui – possiamo renderci conto di come quest’ultima sia legata ad una forma di racconto popolare che sembra addirittura creatosi a posteriori rispetto alla linea espressiva scelta dalla Strange. Con Beech siamo infatti di fronte ad una suite contemplativa, una forma noetica impregnata di radicamento e di crescita che invita ad immergersi in un ascolto profondo e primordiale.

Silhouette di una sassofonista che suona, con un'illuminazione morbida che mette in risalto il profilo e lo strumento.

È una meditazione open-focus in sei movimenti su temi universali come l’appartenenza, il Tempo, l’identità, la memoria. Ogni nota sembra emergere dalla terra e alzarsi verso la luce, come le prime foglie primaverili dai rami di faggio, beech appunto, che la Strange descrive con tanto amore. Concepito e interpretato con una sensibilità quasi arcaica, l’album invita l’ascoltatore a diventare parte di un territorio, a immergersi nella natura attraverso una forma di partecipation mystique idonea a riscoprire sé stessi. Ho sempre voluto leggere, in lavori di questo tipo, la classica triade romantica Io-Dio-Natura, dove l’unità dell’Essere si realizza nel mistero dello stupore umano verso la Creazione e dove ogni cellula soggettiva di pensiero s’identifica e si coinvolge nella ciclicità dei ritmi naturali. Come un ponte tra l’umano e il trascendente, tra il particolare e l’universale, questo lavoro è sicuramente debitore ai luoghi della Danimarca che l’hanno ispirato ma è anche un’opera senza fissa dimora che descrive sei mondi geograficamente distanti uno dall’altro che vanno dalla terra natale dell’Autrice fino a New York – dove ebbe come guide di perfezionamento maestri dello spessore di Chris Cheek e Chris Potter – e all’Islanda. Territori diversi ma che vengono comunque coinvolti in quella dimensione simbolica interiorizzata tipicamente nordica, terreno fertile di insidiose malinconie e di nostalgie d’appartenenza. Off Topic si era già occupata della Strange nel 2023, recensendo il suo precedente Beyond – a cui rimando per le informazioni biografiche dell’Autrice – un album che appare oggi concettualmente piuttosto lontano da questo ultimo ma non poi così distante come si possa credere. Anche se il jazz ne costituiva in effetti l’anima indiscussa, è sufficiente ascoltare New Life, il penultimo brano di Beyond, per ritrovarci quei semi fluttuanti responsabili della crescita di Beech. La Strange suona oggi il suo sax come fosse quasi uno shofar, uno strumento rituale che soffi annunciando una celebrazione pagana, ispirata e connessa intimamente con la Natura. Il suo strumento respira, è uno strascico di fiato che imita il vento primaverile tra gli alberi, mentre la voce di Josephine Cronholm è il canto dei boschi, delle pianure, del mare e dell’Uomo, quasi inconsapevole presenza custodita in questo alveo naturale. Una sorta di canzone delle streghe, intendendo queste ultime come quelle creature femminili che più di altri esseri umani erano le custodi dei segreti elementali della Terra. La formazione che accompagna l’Autrice è la stessa dal 2019 e quindi anche dell’album precedente, dove, oltre alla cantante e percussionista Cronholm, troviamo Peter Rosendal al pianoforte, Thommy Andersson al contrabbasso e Jakob Høyer alla batteria e alle percussioni. Gli strumenti che compaiono in questo album non svolgono interamente quei ruoli che da loro ci si potrebbe aspettare. Possiedono infatti una funzione quasi onomatopeica, sono fruscii in mezzo all’erba, gocce di pioggia sulle piante, aritmici battiti cardiaci, passi lenti sul terreno. Tutto per consentire a questo album – da considerarsi piuttosto estremo da un punto di vista formale – di mantenere un carattere omogeneo, continuo e senza sbalzi d’umore.

Il primo brano che si ascolta è A Fairytale of a Violin ed è un omaggio al paese natale della Strange, Odense, nell’isola danese di Funen. In questa città nacquero il musicista e compositore Carl Nielsen – a cui è attribuibile il termine violin del titolo – e lo scrittore Hans Christian Andersen, al quale si deve l’altro termine fairytale. Il sassofono mistico e grave della compositrice si percepisce come un respiro che sembra provenire dalla viscerale lontananza del ricordo, andandosi poi ad intrecciare con il piano di Rosendal e le sporadiche percussioni. L’amalgama che ne risulta realizza un dialogo lirico e struggente, permanentemente immerso nell’austerità di questa ondulazione sonora. Written in Runes ci rimanda a Jelling, vecchia capitale della Danimarca, e fa riferimento ad antiche scritture runiche su pietra. Una introduzione affidata alle percussioni apre il brano più lungo di tutto l’album, oltre dieci minuti. Lo spazio tra i suoni sembra oltremodo dilatarsi, dove le note di contrabbasso come passi lenti e pesanti si muovono verso la voce della Cronholm, a tratti irridente, che in altri punti pare risuonare come una sorta di grido d’allarme. Tra questi suoni alternati a silenzi entra qualche sporadica nota di sax e briciole di intervento pianistico. Il clima si mantiene freddo, meditativo, tenebroso. Nella seconda metà del brano la musica sembra fondersi maggiormente, a tratti cercando di assomigliare ad un’aeriforme jazz ballad. Anche la voce della Cronholm improvvisa una sorta di scat, tra il moderno e il primitivo, fino a spegnersi spontaneamente in una specie di sussurro.

Un gruppo di cinque persone sorridenti in un ambiente esterno, con piante e un muro di mattoni sullo sfondo.

Copenaghen – A Love Story sintetizza un duplice afflato amoroso, sia per la città in sé dove ora abita l’Autrice, sia per gli incontri professionali e sentimentali che hanno sottolineato la sua stessa vita. L’atmosfera generale si distende, la cupezza del brano precedente si dissolve in una nuvola di percussioni delicate e brevi sequenze di note di piano che accennano anche ad un potenziale swing. L’improvvisazione cerca di mantenere l’unità discorsiva tra gli elementi del gruppo ed anche il canto, qui, si fa più sereno. La capitale danese diventa quasi un’interlocutrice che respira, palpita e racconta storie allo specchio in cui la Strange riesce a ritrovarsi. La batteria di Jakob Høyer guida l’ensemble, insieme agli schemi percussivi della stessa Crobholm, con un tocco delicato ma deciso, mentre il contrabbasso di Thommy Andersson sembra totalmente assente in questa performance. Walking on Grand Street si riferisce alla strada dove si trovava l’alloggio della sassofonista a New York, durante il periodo intenso di perfezionamento nel linguaggio jazzistico. Anche questo brano ha un’introduzione fondata sulla ritmica, ma questa volta con l’intensa partecipazione del contrabbassista che scandisce sequenze di note profondamente notturne. L’intervento del sax e la compartecipazione ritmica e pianistica fanno di questo brano forse il più jazzato, se non l’unico, tra gli altri pezzi della raccolta. Una strana commistione tra antico e moderno si riflette in queste note, come se l’impronta geografica e storica della terra d’origine si mescolasse – o tentasse di farlo – con le vibrazioni contemporanee della città più rappresentativa del jazz contemporaneo. On the Tip of Solheimajökull, il ghiacciaio islandese dove l’Autrice ha vissuto un’intensa, gioiosa esperienza trasformativa – perfettamente resa dalla partecipazione vocale della Cronholm – è immersa in quella terra dove ghiaccio e fuoco sono contemporanee espressioni opposte della vivacità geologica del pianeta. Qui, il paesaggio sonoro, se possibile, si fa ancor più rarefatto. L’intreccio tra il sassofono e la voce eterea della cantante è come materia che prenda vita, un momento sospeso tra la contemplazione e il silenzio della Natura. Chiude Skrova Fyr, un’isola dell’arcipelago delle Lofoten norvegesi, dove il clima muta anche se non radicalmente. Qui, la solitudine artistica di Strange si traduce in una di quelle tipiche jazz ballad alla maniera scandinava in cui pare sempre che si avverta la distanza tra gli Uomini e il loro essere nei luoghi, in perenne ricerca di ciò che sembra essere stato un tempo posseduto e poi smarrito. La narrazione musicale diventa quasi filosofica, esplorando temi come la riaffermazione della connessione tra il sacro e il profano, tra il cielo e la terra, tra il corpo e l’anima.

Beech è un album di accesso non complicato ma che per la natura di cui si compone potrebbe impegnare non poco chi si aspetta un lavoro simile al precedente Beyond. La Strange si concentra su una estetica minimalista, dove il non-detto pare affascinare più dell’esplicito e il jazz così, come generalmente lo conosciamo, appare nella velata filigrana di un linguaggio moderno, una vernice che nasconde un affresco originario ancora tutto da esplorare.

Tracklist:
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1. A Fairytale of a Violin (5:21)
02. Written in Runes (10:16)
03. Copenhagen – A Love Story (5:17)
04. Walking on Grand Street (4:53)
05. On the tip of Sólheimajökull (4:19)
06. Skrova Fyr (7:27)

Photo © Daniel Buchwald

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