A R T E – M O S T R E


Articolo di Mario Grella

Chiunque abbia frequentato una scuola d’arte o anche chiunque si sia cimentato, non già nell’esecuzione di un dipinto o di un disegno, ma anche di uno scritto, conosce bene l’angoscia del foglio bianco; forse non si tratta esattamente di angoscia perché certamente il vuoto provoca una sensazione di estrema libertà, ma anche contemporaneamente si palesa una tensione emozionale. Ci sono artisti che hanno però operato al contrario, cioè di fronte a immagini pre-esistenti hanno cercato di ripristinare il vuoto, la quale operazione non è affatto più semplice di quella di creare dal vuoto il pieno, anzi, in un certo senso, è anche molto più complessa sia da un punto divista concettuale che formale. Non si tratta solo di “cancellare” con una pennellata o una mano di bianco ciò a cui è stata data una forma, un colore, una profondità di campo, un significato, un simbolismo, ma di ricostituire proprio una sensazione di vuoto e di annullamento. A provarci è per esempio l’artista belga Thierry De Cordier che nella sua carriera artistica ha fatto sperimentazioni con diversi e numerosissimi materiali.

Una installazione artistica di Thierry De Cordier con una grande parete blu e un quadro nero al centro, all'interno di uno spazio espositivo minimalista.

Nelle tele dal titolo “Nada”, eseguite dal 1999 al 2025, De Cordier si prefigge lo scopo di effettuare una cancellazione dell’immagine e, in particolare, di una specifica immagine che nella storia delle arti ha rivestito un ruolo fondamentale, l’immagine sacra e, ancora più nel dettaglio, l’artista ha cercato di cancellare il tema della Crocefissione, con l’esplicito scopo di far percepire allo spettatore quella grandezza del nulla che ha sempre affascinato poeti e scrittori, ma anche pittori e scultori. Potrebbe sembrare un paradosso che alla ricerca del nulla e della sua grandezza ci vada un creatore, ma è altrettanto noto che, esistendo materia ed anti materia, il nulla sostanzialmente esiste. Ad ospitare queste grandiose, impressionanti ed inquietanti tele è la Fondazione Prada di Milano che, nei locali della Cisterna, ha esposto tutti e dieci i dipinti di Thierry De Cordier (la mostra è aperta fino al prossimo 29 settembre). L’artista, particolarmente legato al contesto storico e culturale spagnolo, raccoglie visivamente l’eredità delle sacre rappresentazioni di maestri secenteschi iberici e fiamminghi quali Rubens, Van Dyck, Zurbaran, Ribera, Murillo e Velasquez per procedere quindi ad una cancellazione della figura del Cristo Crocefisso e lo fa con amplissime campiture di colore a olio, acquarello e bitume. Il risultato è francamente piuttosto impressionante poiché, benché lo spazio rappresentato risulti oggettivamente vuoto dal punto di vista della percezione visiva, quello spazio sembra (anche simbolicamente) abitato.

De Cordier, che cerca spasmodicamente la cancellazione per documentare in certo senso la limitatezza dell’esistenza, finisce, a mio modo di vedere, col creare una visione fantasmatica potente, di ciò che è stato cancellato. Persino la scritta “Nada”, posta su quel che resta di una croce da dove è stata cancellata la figura di Gesù Cristo, in sostituzione della iscrizione “INRI”, non riesce, a mio parere, a convincere lo spettatore che l’operazione sia pienamente riuscita. Indubbiamente si potrebbe ascrivere il nome di Thierry de Cordier con quella serie di artisti che hanno attraversato obliquamente la storia dell’arte, che hanno cercato, secondo il noto aforisma di Karl Kraus, di fare della soluzione un problema. Si deve dire allora che la sperimentazione dell’artista belga sia fallita? Io credo che De Cordier stesso che, ricordiamolo, è stato anche un grande e provocatore performer sul finire degli anni Ottanta, sia in qualche modo conscio che cercare di dimostrare che il nulla esiste e che tutto ha come unica destinazione la fine, sia una operazione quasi impossibile.

Vista dell'installazione di Thierry De Cordier alla Fondazione Prada di Milano, con un grande pannello blu e un'immagine scura all'interno di una cornice.

Mi piacerebbe paragonare la sua figura a quella di uno scrittore che amo molto, ovvero Emil Cioran, che ha passato la vita a cercare di dimostrare che l’esistenza è inutile, che tutti gli esseri sono finiti, che nessuna speranza è data all’uomo e che è il nulla il capolinea di tutto, ma per fare questo e per essere sufficientemente convincente, non ha fatto altro per tutta la vita che scrivere, produrre, creare, immaginare, elaborare pensieri, dimostrando nei fatti che la vita non è né utile, né inutile, è vita e basta, così ci è data, così siamo chiamati a viverla. Infine qualche parola sul luogo dove la mostra è ospitata. L’edificio della Cisterna alla Fondazione Prada (ricordiamo che la Fondazione è ospitata in un edificio che fu una distilleria), è costituito da tre gigantesche sale sviluppate in altezza e illuminate dall’alto dalla luce naturale. Il progetto di De Cordier prevede tre strutture, una per ogni stanza, che formano idealmente un trittico monumentale. Una visita alla Fondazione ed in particolare a questa mostra-installazione, nelle desolate e assolate giornate d’estate, consente al visitatore un’esperienza che potrebbe assomigliare a quella di un pellegrinaggio nel luogo della sacralità negata. Fortemente consigliata.

Foto © Agostino Osio Courtesy Fondazione Prada


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