R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Ho un buon rapporto con la musica del pianista quarantaquattrenne Bill Laurance. Sto pensando non tanto alle opere degli Snarky Puppy di cui lo stesso Laurance è stato cofondatore ma a quell’intenso Where You Wish You Were (2023) – vedi qui – realizzato in coppia con Michael League, altro elemento cardine del supergruppo di Brooklyn. Con Lumen, dopo una dozzina di album pubblicati a suo nome, Bill Laurance si concede un pellegrinaggio sonoro senza spettatori, un ritiro monastico che lascia il pianoforte libero di diventare il suo alter-ego. Registrato nell’aprile di quest’anno tra le mura della chiesa di St. Faith a Dulwich, nei pressi di Londra, l’album è attraversato da quel misterioso magnetismo che si coglie nei luoghi sacri e che stigmatizza per l’Autore statunitense una sensibilità intrisa di europeismo. È il silenzio stesso che circonda il musicista a volgersi progressivamente in musica, rifrangendosi come un’onda di risacca all’interno del suo animo. Laurance abita lo spazio tra composizione e improvvisazione con una naturalezza che non richiede molte spiegazioni né troppe cerimonie. La sua è una scrittura uniformemente tersa, capace di unire chiarezza espressiva e sincero lirismo.

Lumen si presenta allora anche come un documento e non soltanto come opera compiuta, perché la registrazione racconta di un isolamento volontario, di un esperimento sonoro che mette Bill Laurance di fronte a un pianoforte a coda Yamaha ed a un secondo piano verticale, opportunamente sordinato con gli usuali smorzatori in feltro. Il risultato oscilla tra il gesto improvvisato e la pagina definita, tra la volontà di trattenere la forma e l’inevitabile dissolversi in silenzi e riverberi. ll pianoforte, sia nella risonanza ampia di un coda da concerto oppure ovattato dai feltri, apre paesaggi immaginari, spesso indotti da abbrivi arpeggiati con melodie chiare che oscillano tra rigore e libertà, tra ordine scritto e abbandono improvvisato. Alcuni di questi panorami evocati sembrano favole che vogliano raccontare i sibillini enigmi dell’infanzia, sospesi sul filo fragile della rimembranza, mentre altri si spingono dentro delicate vegetazioni ritmiche, dove il tocco diventa danza, swing interiore che pulsa sotto traccia. Nonostante una certa enfasi spirituale che si può attribuire alla dimensione ambientale del progetto, ciò che emerge è soprattutto un esercizio di esposizione radicale, dove l’artista rinuncia all’orchestrazione, alle stratificazioni elettroniche, a qualsiasi mediazione, scegliendo il contatto diretto con lo strumento. Questa nudità produce momenti di immediatezza espressiva dove Laurance è piuttosto attento a non scivolare nell’aneddotico, in quelle vibrazioni new age che affascinano più per l’atmosfera che per la sostanza. C’è una nodo di concretezza, infatti, che attraversa la sua musica, come se Laurance stesso avesse scavato dentro il suono fino a ricavarne la materia nuda. Ma dentro questo sostanza si muove un apollineo sentire che rende l’album una sorta di confessione intima e non solo un’affascinante e sentimentale architettura sonora. Lumen non è ad ogni modo esente da qualche critica. Da un altro lato, se il dualismo tra il pianoforte da concerto e quello con sordina offre un’interessante dialettica timbrica, non sempre si riesce ad evitare una punta di autocompiacimento, peraltro comprensibile ad un musicista che si trovi un po’ lontano dai  propri schemi abituali, in una situazione suggestiva come quella in cui è avvenuta la registrazione. Le improvvisazioni, talvolta, finiscono per disperdersi in una ricerca melodico-armonica che rischia di tradursi più in costruzione retorica che non come rivelazione interiore. Comunque, in mezzo a queste piccole tensioni, Lumen conserva la sensazione che ciò che ascoltiamo non sia ancora un’opera finita, bensì un passaggio, un ponte tra due identità dell’artista. La presenza di una personalità con un indubbio bagaglio tecnico tra studi classici e passione jazzistica, in un panorama dove il pianismo “minimal” spesso si appiattisce in pallide sequenza di cliché, è per Laurance un vero e proprio punto di forza, un baricentro esperienziale, l’àncora di salvezza che lo mantiene immune da ogni stucchevole deviazione.

Si comincia con Fils D’or, un brano che vive in penombra tra jazz e momenti di sapore classico, tra i riferimenti a Mompou e Keith Jarrett della prima parte e il Gershwin orchestrale nella seconda. Resta comunque tra i brani più riusciti dell’album, anche se con troppi barocchismi verso la porzione finale della traccia. Segue la title-track Lumen sostenuta da un arpeggio fluidamente mosso come una superficie ondosa, tagliata da vorticose impressioni romantiche. Mantra si avvale della combinazione tra il piano con sordina inserita per ottenere un effetto leggermente più intimo e una parte solista che scorre con la brillantezza naturale dello Yamaha a coda. Il brano vive d’un bell’incremento sonoro in un crescendo che decade solo verso il finale, con la ripresa della costruzione solitaria delle note più ovattate come accompagnamento ostinato. Qualche sentore spagnoleggiante s’insinua tra le note lasciando profumi flamenchi nell’aria. What You Always Wanted nasce da un nucleo arpeggiato giocato su una coppia di accordi che si ripete ad libitum, creando un alone armonico che in un secondo tempo segue uno sviluppo anch’esso piuttosto minimale. Dove risalta in modo assoluto dal contesto dell’album, tuffandosi nel grande mare del blues con un fare piuttosto spiritoso ed accompagnamenti sincopati. Threehouse è il brano più elegante e affascinante dell’intero album, costruito in modo impeccabile quasi in contesto contrappuntistico, assai vicino al ricordo di Ravel ma con qualche variazione più jazzata ed una serie di alterazioni dinamiche che regalano spessore e colore all’ossatura della traccia. Una meraviglia da tenere ben presente nell’economia dei pianisti contemporanei per l’immediatezza e la fresca fragilità della musica così ottenuta. Lovers Leap è più irruente e con una variabile maggiormente drammatica, tutto lavorato su continui arpeggiati che s’allargano a vortice in una sarabanda di cicli melodici mulinanti. Con Opal rientra in pista il piano verticale che occupa la parte della mano sinistra impegnata nell’accompagnamento, mentre la destra procede alla linea melodica. La caratteristica principale di questi accompagnamenti, spesso utilizzati da Laurence, è quella di impegnarsi in fraseggi ostinati e reiterati, talora veri e propri vamp accordali, di modo che la parte solista venga affidata all’estro e al ricamo melodico che si trova a lavorare all’interno di quell’unica scala, determinata appunto dall’orientamento modale dello stesso accompagnamento. Sera ha un andamento più sbarazzino e meno incombente dei brani precedenti ma sembra quasi più un divertissement che lavori su un giro armonico sincopato, sviluppato per lo più anch’esso in forma modale. Evan After All è una chiosa ricercata che sembra una jazz ballad alla Strayhorn scritta in forma rarefatta, con ampi spazi meditativi tra gli accordi, pieni di respiri e di avvertibili sospiri da parte dello stesso pianista. Anche in questo caso il tocco dell’Autore sui tasti sfrutta a pieno le dinamiche del pianoforte offrendo il colore di un certo spessore romantico al brano.

Lumen è da un lato un vero e proprio autoritratto transitorio del sentimento e dello stato dell’arte della musica di Laurance. Ma nello stesso tempo è anche un varco verso la profondità interiore di questo musicista. Un atto di fede nella musica vissuta come luogo di memoria e riflessione che resta nel cuore e nelle orecchie molto più a lungo di quanto non persista, nel tempo, il riverbero dell’ultima nota.

Tracklist:
01. Fils D’Or (6:56)
02. Lumen (3:02)
03. Mantra (4:08)
04. What You Always Wanted (3:29)
05. Dove (3:49)
06. Treehouse (6:22)
07. Lovers Leap (4:24)
08. Opal (3:29)
09. Sera (4:02)
10. Even After All (5:34)

Photo © Julian Lennon

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