L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello
Kae Tempest al Fabrique di Milano: parole che battono, identità che risuonano
Kae Tempest porta in scena Self Titled, il suo quinto album, con una performance che mescola poesia, beat e verità senza fronzoli. Niente scenografie elaborate, nessuna concessione all’effetto speciale: solo voce, corpo, parole. E un pubblico che risponde con silenzio e applausi.
Il concerto si è articolato in tre atti, ciascuno con un titolo che suona come un verso: I wasn’t ready yet, If you wait for the right time, you’ll never be ready, I think it’s time I stopped the show. Una struttura che riflette il percorso di Tempest: dall’urgenza del dire alla consapevolezza del mostrarsi, fino alla scelta di fermarsi per lasciare spazio all’ascolto.

La prima parte ha aperto con Holy Elixir, Priority Boredom e Beigeness, brani che affondano nella quotidianità e la ribaltano con un linguaggio tagliente. Salt Coast e “We Die” hanno portato il pubblico in territori più intimi, mentre Firesmoke e More Pressure hanno acceso il ritmo, culminando in People’s Faces, che ha lasciato il Fabrique sospeso in un silenzio denso.
Nel secondo atto, Tempest ha scavato più a fondo: I Stand on the Line, Statues, Know Yourself e Sunshine on Catford hanno tracciato una mappa emotiva tra identità, memoria e resistenza. Diagnoses e Hyper D hanno mostrato il lato più vulnerabile e politico dell’artista, mentre Forever e Till Morning hanno chiuso il cerchio con una dolcezza disarmante.
Il terzo e ultimo momento è stato breve ma potente: Freedom, cover di George Michael, ha risuonato come dichiarazione di intenti. E prima, fuori scaletta, un regalo inatteso: Grace, cantata a cappella. Un gesto che ha toccato corde profonde, soprattutto per chi, come me, ha conosciuto Kae proprio attraverso quella canzone, quando la sua voce aveva ancora timbro femminile. Un ricordo che si è riacceso nel presente, in un corpo che ha scelto di riconoscersi e mostrarsi con determinazione.

Questa canzone, che ho vissuto come un momento di rivelazione e appartenenza, è un inno alla possibilità di cambiare, di lasciarsi andare, di amare senza paura:
“I heard grace came back again last night…” Ho sentito che la grazia è tornata ieri notte…
“I let go of the shame, let go of the guilt…” Ho lasciato andare la vergogna, ho lasciato andare il senso di colpa…
“I felt free, like I could be who I am…” Mi sono sentitə liberə, come se potessi essere chi sono…
“And I danced, and I danced, and I danced…” E ho danzato, e ho danzato, e ho danzato…
Cantata senza filtri né arrangiamenti, “Grace” è sembrata un abbraccio. Un ritorno a quella voce che conoscevo, ma anche un ponte verso la nuova forma che Kae ha scelto di abitare. Un gesto che ha reso il concerto non solo un evento artistico, ma un atto di riconoscimento reciproco.
Tempest non è solo musicista: è poetə, drammaturgə, performer. Ha vinto l’Ivor Novello Award nel 2024, è statə candidatə al Mercury Prize e ai Brit Awards, e ha pubblicato opere che hanno ridefinito il confine tra parola scritta e performance. La sua voce – ora più profonda, più consapevole – continua a parlare di disuguaglianza, amore, rabbia, speranza. E lo fa con una sincerità che non cerca approvazione, ma verità.
Il concerto di Kae Tempest non è stato uno show nel senso classico. È stato un incontro. Un momento in cui la parola ha preso il centro, il corpo ha reclamato il suo spazio, e la musica ha fatto da ponte tra le ferite e la rinascita. La bellezza, quella vera, spesso arriva proprio quando smettiamo di aspettare il momento giusto.

Scaletta del concerto – Kae Tempest, Self Titled Tour – Fabrique, Milano, 27 ottobre 2025
Parte 1 – I wasn’t ready yet
- Holy Elixir
- Priority Boredom
- Beigeness
- Salt Coast
- We Die
- Firesmoke
- Move
- More Pressure
- People’s Faces
Parte 2 – If you wait for the right time you’ll never be ready
- I Stand on the Line
- Statues
- Know Yourself
- Sunshine on Catford
- Bless the Bold
- Everything All Together
- Prayers
- Diagnoses
- Hyper D
- Forever
- Breathe
- Till Morning
Parte 3 – I think it’s time I stopped the show
- Grace (fuori scaletta, a cappella)
- Freedom (cover di George Michael)











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