L I V E – R E P O R T


Articolo di Mario Grella, immagini sonore Erminio Garotta

Le notizie che escono dall’autoradio non sono delle migliori: guerre, violenze, economie in difficoltà, persone che non si possono curare. E poi il traffico impazzito di Milano, dove basta poco perché qualcuno strombazzi istericamente e in maniera aggressiva per un nonnulla… Ci vorrebbe la tranquillità di un parco e per fortuna c’è il Parco Sempione e ci vorrebbe un teatro e c’è anche quello, l’ex Teatro dell’Arte che oggi si chiama Triennale Teatro (perché fa più “brand”) e poi però dentro il teatro ci vorrebbe qualcuno che suoni e infatti ci sono loro, L’Antidote con l’omonimo album (uscito per la Ponderosa Music&Art) e allora se c’è tutto, ha proprio ragione Rami
Khalifé “la musica è un antidoto per la realtà, ha un effetto terapeutico sulla mente e sul corpo, ci calma, ci dà speranza, ci guarisce…” queste le sue parole, e allora sì possiamo dire che questa sera c’è davvero tutto.

JazzMi 2025, nel suo vasto e splendido programma propone questa formazione di tre musicisti veramente originali come Rami Khalifé francese ma nato in Libano, al pianoforte, l’albanese Redi Hasa al violoncello e Bijan Chemirani alle percussioni (purtroppo assente per un lutto famigliare, ma degnamente sostituito da Vito De Lorenzi) che provengono dal bacino del mediterraneo o da nazioni del medio oriente. La musica è effettivamente un antiveleno, uno dei più efficaci che esista e funziona a meraviglia quando oltre agli effetti, produce legami. È noto, e sarebbe stucchevole ripeterlo, che il jazz contemporaneo è fatto di ibridazioni, un termine che è ormai presente in moltissimi commenti, recensioni, libri e che in fondo non è un concetto nuovo, poiché fin dalle sue origini il jazz è musica ibrida e contaminata. Per questo motivo il concerto offerto al folto ed entusiasta pubblico di JazzMi, non è di quelli che si dimenticheranno in fretta. Dagli orientalismi iniziali al violoncello di Hasa, turbati dagli accordi e disaccordi del pianoforte di Khalifé, il fluire del concerto (e anche del disco uscito lo scorso 19 settembre) sembra un albero che dalla primavera all’autunno abbia mutato i colori delle sue foglie.

Tutti i brani sono legati al mondo naturale e così si va da melograni a datteri, fichi, noci, cedri, col sussurro del vento sempre presente che culla queste piante antiche e nobili in situazioni climatiche dove la luce è presente quanto l’ombra. Si sa i titoli sono allusivi, ma è la musica che sostanzia col suo significato asemantico, infinitamente efficace, ogni sentimento. Una musica meditativa, sostenuta con delicatezza dallo zarb iraniano, il tamburo a forma di calice tipico di quell’area (ed è un peccato non averlo, ascoltato direttamente da Chemirani, nonostante l’eccellente prova di Vito De Lorenzi), che propone temi intrecciati come tappeti dal violoncello e contrappuntati dalle originalità del piano, il cui suono tiene ancorato il concerto anche alla musica del mondo occidentale (per quanto il concetto oggi possa valere ancora qualcosa), anche nella sua articolazione di ricerca di suoni inconsueti. Menzione particolare allora per l’affascinante e ipnotico assolo al pianoforte di Rami Khalifé, che ha dato un lustro particolare all’intera serata. Nonostante i tre musicisti titolari si fossero già incrociati, è stato poco prima della pandemia che il progetto ha preso corpo in Puglia, luogo certamente adatto per l’incontro di tre culture e sensibilità musicali medio orientali e mediterranee. Un concerto raffinato, suggestivo e prezioso, come un qualcosa che si trovi in uno scrigno e non vuole vada perduto.

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