R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
C’è sempre qualcosa di immaginifico e sotterraneo nella musica di Louis Sclavis, una specie di vibrazione interna che anima la scena rendendola a volte sfrangiata ai margini, come un’evocazione fantasmatica. In India, ultima pubblicazione del clarinettista francese, viene proposta una galleria di forme attraverso il ricordo, così come avviene riguardando un album di fotografie di viaggio, inoltrandosi verso quel territorio dove la rimembranza si fa materia sonora e la memoria diventa musica e desiderio d’improvvisazione. La nostalgia per i luoghi lontani è anche un modo di guardare dentro il presente e l’Autore è ben attento a non sporgersi troppo verso la palude del rimpianto, proponendo invece un album che riesce a fare a meno di luoghi comuni e che risuona di stimolanti invenzioni contemporanee. Non è la prima volta, comunque, che Sclavis ci racconta di posti esotici, impressioni geografiche ed etniche, città rimodellate nella sua mente dopo averle visitate o solamente fantasticate, ma sempre in qualche modo interiormente sperimentate.

Ad esempio, qualcuno rammenterà le meditazioni raccolte su un testo fotografico di un viaggiatore come Nicolas Bouvier che ispirarono il clarinettista in Le Cadences du Monde (2022) – vedi qui – o l’album dedicato alla Cina, Chine del 1987 e ancora Napoli’s Walls (2003), solo per citare i primi esempi che mi tornano alla mente. In questo India niente raga né sitar, nessuna invasione tracotante verso culture lontane o cliché da cartolina esotica. Anche se dopo tutto qualcosa che appartiene alla tradizione di quel Paese inevitabilmente deve affiorare. Come ad esempio succede nella decina di minuti di Long Train, all’interno dei suoi schemi percussivi o in alcune tendenze carnatiche, quasi più suggerite che non apertamente manifestate. In questo album l’India diventa un sogno affiorante tra brumose geometrie speculari e quei riflessi moltiplicati dentro un clarinetto che conserva la memoria di porti, processioni, deserti e viaggi notturni. Alla luce di tutto ciò potremmo affermare che Louis Sclavis non solo visita luoghi, bensì li reinventa. In India, la sua indagine sonora non cerca l’autenticità dell’altrove, ma una propria raffigurazione mentale, per cui questo parziale Oriente evocato dal clarinettista francese è, per sua stessa ammissione, più immaginario che reale, diventando così quasi una geografia del pensiero. India è in definitiva un album che nasce dal sogno, e non tanto e non solo dal viaggio. Accanto ai suoi sodali – Sarah Murcia al contrabbasso, Benjamin Moussay al pianoforte e Christophe Lavergne alla batteria – Sclavis chiama il trombettista Olivier Laisney per aggiungere quella sua voce, corposa e acida, che attraversa l’album spesso accompagnando il clarino dell’Autore come contrappunto o talora ponendosi, insieme a questo, all’unisono. Nel breve ma folgorante Short Train, l’irruzione del violino ospite di Dominique Pifarély apre un varco dal sapore nostalgico inserendosi a sorpresa tra i due fiati. Il quintetto così organizzato lavora su un linguaggio in costante oscillazione tra composizioni e improvvisazioni melodiche e momenti più cameristico-contemporanei, come nella stimolante Madras Song o ancora in Gange, ad esempio. Ogni brano diventa quasi una comunanza di gesti rituali manifestando una libertà espressiva non priva di diversi momenti d’inquietudine. Ma è proprio in questa alternanza di umori che si palesa tutta l’arte di Sclavis, spostando il baricentro dal reale al simbolico di ogni posto visitato e meditato, evitando altresì di rappresentarne gli stereotipi.
Con Phoolan Devi, brano d’apertura, è subito il clarino che s’impegna in un tema melodico accompagnato dagli accordi ondeggianti di pianoforte. S’affianca poi la tromba di Laisney in perfetto unisono con Sclavis. L’assolo di clarino sfugge all’impostazione tonale per allungarsi nel modale, avendo più agio nell’improvvisazione meno vincolata dai cambi di tonalità. La ritmica agisce con molta discrezione e si percepisce sia il movimento delle spazzole sul rullante così come il contrabbasso della Murcia che fa ben avvertire il tiro delle sue corde. La musica si muove all’interno di uno slittamento di piani tra reale e rammentato, tra occidente e vaghe sensazioni orientaliste. Un Theatre Sur les Docks si riferisce ad uno spettacolo teatrale allestito nel porto di Calcutta a cui l’Autore ha assistito realmente. L’inizio è spettrale, atonale, con Moussay che pare esplorare la tastiera del pianoforte alla ricerca di sonorità insolite. Poi tutto si organizza in una frase tematica insistente dove appare nuovamente un sincrono tra tromba e clarino e che presenta sonorità più da medio-oriente che non da continente indiano. Comunque è sempre questa zona di confine tra immaginazione onirica e riesumazione della realtà che viene percepita e svolta dall’Autore con spirito avventuroso. Un’India riletta e riprodotta dalla voce strumentale di un europeo ma senza alcun distacco spocchioso né enfasi folklorica. Un buon assolo di contrabbasso della Murcia sembra essere l’importante perno ritmico, insieme alla batteria, attorno a cui si muove libero anche il pianoforte prima della ripresa del tema. Mousson vibra di sonorità modali attraverso la voce bruna del clarino, dopo qualche nota introduttiva di pianoforte. Come spesso succede, la tromba duplica in parte e in sincronia il suono di Sclavis. Sarà l’inserimento di una componente ritmica innescata dal perentorio contrabbasso a separare i due strumenti a fiato e a promuoverne le direzioni diversificate. Laisney si guadagna più spazio mentre lo stesso Sclavis si dedica a discreti interventi di note gravi, fino ad un finale dinamico e piuttosto repentino. A Night in Kali Temple inizia con un lungo dialogo improvvisato tra clarino e contrabbasso d’aspetto molto modernista, assai lontano da suggestioni orientali. Si ascolta indubbiamente del jazz contemporaneo, molto ben fatto data la caratura dei musicisti. Anche il pianoforte prosegue per questa direzione introducendo persino echi classicheggianti di stampo assolutamente europeo. Compare la tromba e con essa l’unisono insieme al clarino. Risalta, è pur vero, ogni tanto, qualche intermezzo che sembra poter ricondurre la scena musicale in territorio indiano ma si tratta solo di momenti saltuari.

Madras Song è un’errabonda navigazione nel mare del più puro jazz occidentale, avrebbe potuto benissimo chiamarsi New York Song, tanto rappresenta un aspetto cupo e contemporaneo della realtà musicale odierna. Il duo Sclavis-Laisney diventa assoluto protagonista con momenti in assolo separati tra clarino e tromba e altri in cui percorrono entrambi sincronicamente la stessa via. Il brano è fondamentalmente inquieto, ispido e talora si veste di sonorità respingenti ma alla fine si dimostra essere il momento più allucinato e felicemente poco collocabile dell’intero album. Per me è il brano migliore di India. Poi arriva Gange con pochi e rarefatti accordi di piano ed un contrabbasso che gli si avvinghia strettamente, mentre i fiati riprendono il loro percorso in simultanea, questa volta accompagnati dallo spiritato tocco di Moussay che insegue nota per nota la strada segnata dalla coppia tromba-clarino. Anche in questo caso, come già nel pezzo precedente, un’inquietudine mista ad un sentimento di misteriosa, indefinibile tristezza sembra accompagnare l’andamento musicale. Long Train si presenta con un frenetico tema all’unisono tra tromba e clarino, sorretto da tamburi battenti. Dopodiché la ritmica procede tranquilla, simulando quasi il percorso d’un treno lungo i binari. Un deciso assolo di clarino, tecnicamente sontuoso, si muove per schemi modali forzando le timbriche. Al sopraggiungere della tromba s’innesca il solito sincrono col clarino – che è un po’ il marchio di fabbrica dell’album – prima che intervenga il pianoforte con un assolo smanioso di muoversi tra calcolate dissonanze e scale quasi be-bop. Un crescendo dinamico e centrifugo porta ad un rallentamento da cui emerge la tromba in solo e il piano che la circonda con accordi free. Questi dieci minuti circa di musica si sviluppano così, tra soste e riprese e con un assolo di batteria proprio verso il finale, quando viene riproposto il tema iniziale. Di Short Train e dell’intervento di violino di Pifarély in amabile, quasi barocca combutta con Sclavis e Laisney, si era già precedentemente accennato. Chiude Montèe au K2, dove si ribadisce la bontà dell’intervento di contrabbasso della Murcia nonché il melodico assolo di clarino e quello più drammaticamente squillante di Laisney alla tromba.
Dall’ascolto di questo album risulta un repertorio coerente, attraversato da un tellurico intreccio di strumenti che restituisce il senso profondo del viaggio, non tanto e non solo per quello che riguarda la destinazione ma anche per l’eco del paesaggio che resta nell’animo dell’Autore. Un pensiero in movimento, quindi, che però tiene solo parzialmente in conto la suggestione musicale dell’India. Sopra queste sensazioni affondate nel ricordo si stratifica una coltre di modernità che si esprime in un linguaggio jazz decisamente contemporaneo. Solo nel sottotesto, la voce del clarino di Sclavis racconta l’invisibile. Alla fine, India non è tanto un viaggio verso una lontana geografia, quanto un esercizio di percezione. Sclavis ci ricorda che la musica — quando davvero accade — non descrive, ma disloca, sposta i confini tra memoria e presente, tra immaginazione e spazio reale. Nel suo clarinetto convivono la disciplina europea e la libertà del nomade, l’eco della scoperta e il respiro rituale. È in questa tensione che la sua arte trova senso, nel gesto di sottrarre al mondo la sua superficie per restituirgli una profondità. Così India diventa un atlante mentale capace di raccontare non solo la musica, ma il paesaggio invisibile che ci attraversa, quelle Indie interiori che tutti, forse, ci portiamo dentro senza esserne consapevoli.
Tracklist:
01. Phoolan Devi (4:48)
02. Un théâtre sur les docks (7:43)
03. Mousson (4:49)
04. A night in Kali temple (6:18)
05. Madras song (4:30)
06. Gange (3:12)
07. Long train (10:16)
08. Short train (0:53)
09. Montée au K2 (5:05)
Photo Credit 1 © Stephanie Griguer Moussay, 2 © Olivier Degen


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