R E C E N S I O N E
Recensione di Sabrina Tolve
Con The Tomorrow Man, Micah P. Hinson torna con una dichiarazione sonica forte e ambiziosa: l’artista alt-folk statunitense abbraccia arrangiamenti orchestrali (archi, ottoni) e un’estetica più ampia rispetto ai lavori precedenti, puntando a creare un album coeso e ispirato dopo anni di sbavature e difficoltà.
Il disco è stato composto tra Spagna e Texas, in collaborazione con il produttore e chitarrista italiano Alessandro ‘Asso’ Stefana, già compagno di Hinson nel precedente I Lie to You (recensito qui). L’album vede Hinson in una fase di rifondazione artistica: egli stesso afferma di aver «trovato il luogo dove verità e comprensione vivono», e questo progetto sembra incarnare quel traguardo.
La musica misto folk, country e outsider rock viene qui arricchita da orchestrazioni che non sfociano mai nel superfluo, anzi mantengono tensione e introspezione.

L’apertura con Oh, Sleepyhead spalanca le porte all’orchestra: archi in piena espansione, fiati giocosi, e la voce roca di Hinson che dà subito un segnale chiaro: questo non è un album di estremi minimalisti ma di ampiezza emotiva controllata. I Will Get My Revenge e Think Of Me seguono trattando confessione e desiderio su tappeti orchestrali meno esplosivi ma più radicati: melodie semplici ma curate, intimità che emerge in mezzo alla grandezza del suono. Mothers and Daughters si muove su un intreccio di chitarre leggere attraversate da archi taglienti che ne incrinano la dolcezza. Il testo prepara il terreno alla successiva Take It Slow, brano più disteso e raccolto. Quest’ultima si apre con la sobrietà tipica dei primi dischi di Hinson, quasi un monologo sussurrato, per poi accogliere un pianoforte dal sapore notturno e un intervento di ottoni profondi, malinconici. The Last Train to Texas rompe più decisamente: banjo, ottoni mariachi inaspettati, un’energia che mescola narrativa country e teatro sonoro – uno dei momenti più originali del disco. Hallow spinge verso la zona più drammatica: batteria marcata, chitarre incisive, riverbero profondo – è la parte in cui Hinson sembra confrontarsi con la propria storia di oscurità e guarigione. Il brano I Don’t Know God mette a nudo la voce e l’anima: poche altre tracce nell’album riescono ad essere così dirette, tra interrogativi esistenziali e resa melodica. Hinson mostra tutta la sua forza interpretativa in I Thought I Was the One, un brano che porta con sé un’energia sfrontata, quasi rissosa, e che richiama I’m a Man You Don’t Meet Every Day dei Pogues. L’ombra di Shane MacGowan torna a farsi sentire anche nella più contemplativa I Was Just Standing There. Con Walls, invece, Hinson amplia ulteriormente la tavolozza sonora: il brano si espande in una sorta di visione widescreen, fatta di colori intensi e vibrazioni che ruotano intorno ai fragili equilibri di un rapporto, prima che il disco riprenda con Oh, Sleepyhead (Reprise), che chiude il cerchio. Torna il tema dell’apertura, ma con tono diverso, più riflessivo, come se il viaggio fosse compiuto e ne restasse solo un’eco.
The Tomorrow Man è uno dei lavori più solidi e significativi di Micah P. Hinson: finalmente rendimento, coerenza, visione. Le orchestrazioni non risultano mai esagerate o inutili, ma servono da contrappunto perfetto alla voce vissuta di Hinson e ai suoi testi, che esplorano perdita, speranza, ricerca di senso. In questo album c’è pazienza, costruzione, maturazione. Vale la pena sedersi e lasciarsi trasportare: il domani non appare più come incerto, ma come luogo possibile, costruito con verità e onestà.
Tracklist:
- Oh, Sleepyhead
- One Day I Will Get My Revenge
- Think Of Me
- Mothers & Daughters
- Take it Slow
- The Last Train To Texas
- Hallow
- I Don’t Know God
- I Thought I Was The One
- I Was Just Standing There
- Walls
- Oh, Sleepyhead (Reprise)






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