L I V E R E P O R T
Articolo di Olivia Gazzarrini, immagini sonore Davide Santi
In una gelida domenica sera, dirigersi al Parc di Firenze equivale alla certezza di varcare la soglia di un’ altra dimensione dal presente, entrando in una vera e propria stanza sonica di raccoglimento e contemplazione intima della musica, da cui ne uscirai trasformata. Il festival FLUX – Flussi di Musica creativa, curato da Toscana Produzione Musica (TPM), alla sua quarta edizione, invita ad una raffinata esplorazione della scena internazionale del jazz contemporaneo e della musica di sperimentazione e improvvisazione, in dialogo con quella nostrana più d’avanguardia e contaminata. La serata si apre con Ava Mendoza, chitarrista e compositrice di base a Brooklyn ma nata a Miami e cresciuta a Oakland in California, che ha collaborato e suonato con nomi come Carla Bozulich, Nels Cline, John Zorn e The Violent femmes, solo per nominarne alcuni e con lo stesso Hamid Drake, compagno di Pasquale Mirra nel secondo set della serata.

Con un volto sorridente e lucente di sole del Messico, e coperta da un solo gilet nero con un fiore rosso appuntato sul petto, colpiscono prima i suoi capelli a spazzola irti sulla nuca ed integrati da un lungo boccolo retrò che le copre metà volto, a constatare un’anima rock e una romantica naif. Degli artisti sono solita notare I dettagli estetici zero casuali, che stanno a connotare ulteriormente l’emanazione del loro animo ed estro creativo. L’attacco del set ci catapulta nelle sonorità polverose e sanguigne dei paesaggi desertici del sud degli Stati Uniti dove folk, rock, blues e free jazz si contaminano a vicenda e si esprimono in dissonanti ed armonici racconti di mondi naturali ed organici, come lei ci racconterà alla fine dei primi due lunghissimi brani. Ovvero il prima nasce come un’ode ai cipressi, alberi mistici di unione tra il terreno e l’ultraterreno, presenti in molte parti della terra e versatili, magici ed ancestrali. Il secondo, che parte più noise e con meno sfumature, esprime tutto il suo virtuosismo alla chitarra elettrica, producendo cavernosi reverberi, ogni tanto spezzati da melodie dissezionate e ricomposte per poi reintegrarsi nei suoni che rifuggono ogni coerenza grammaticale.


Il suono della sua Fender Jaguar sembra uscire da un Boombox Radio Lettore Cassette che sta suonando il mixtape Blues and Haikus, in cui un Kerouac dalla voce sporca, narra poesie Beat in ritmo sincopato con l’incalzante hard bop blueseggiante di Al Cohn and Zoot Sims. Il suono si anima in un crescendo di depistazioni folkeggianti e quando credi che ci abbia instradati in una lineare storia on the road, prontamente la sconvolge e la sovverte nel momento in cui la sedia si era appena trasformata nel chopper di Peter Fonda e Dennis Hopper e tu sei il terzo passeggero. Attorno la terra rossa del deserto ribolle e i canyon maestosi dal profilo dilatato dal calore, si stagliano nello spazio di possibilità ottiche ed immaginifiche. Ecco che mi viene riconfermato l’amore per la forza narrante della musica quando ti sradica dall’attimo. Noi diventiamo “free” come il jazz ,con i reverberi, gli eco e gli effetti mentre una voce, inaspettatamente, accarezza il confine doloroso dove i deserti si incontrano. A tratti, dentro questa galoppata sonora, immagino quelli che si nascondono sui treni cargo e provano ad attraversare clandestinamente la linea di confine tra Messico e Stati Uniti, terra di cactus, tequila, coyote e muri… in una corsa alla vita… in un viaggio elettrico, noise e blues, che tende e auspica alla libertà. La performance della Mendoza, a tratti diventata circolare ed entrancing, conduce ad un climax di frequenze cosi tirate e dilatate da portare il pubblico fiorentino a produrre un’esplosione scrosciante di applausi. Per un attimo mi è sembrato di ritrovarmi nel leggendario locale di John Zorn, The Stone nella Alphabet City di New York, dove roba del genere è all’ordine del giorno.

Un breve intervallo ci riporta nell’attimo e al cospetto dell’elegante vibrafono grigio scuro e di una scintillante batteria. L’incontro tra Hamid Drake e Pasquale Mirra e la nascita del loro progetto in duo, risale a più di dieci anni fa e ha delineato nel tempo, come si legge, un’intesa spirituale, umana e musicale percepita per tutto il concerto. Le rispettive maestrie restituiranno un intreccio di ritmo, spiritualità ed improvvisazione in un equilibrio e dialogo timbrico magistrali. La partenza su binari antagonisti e distintamente percussivi, dove Il vibrafono oscilla dolce e la batteria scandisce il suo ritmo timida e dissonante, porterà ad una fusione progressiva ed affascinante. Nei meandri della mia memoria musicale emotiva, il groove del vibrafono è sempre stato legato alle musiche e colonne sonore anni’70, alle atmosfere conturbanti e alle ambientazioni dell’inatteso e del possibile.
Pasquale Mirra, classe 1976 e nato a Ravello, ha l’aspetto di un greco antico posseduto dalle sonorità ritualistiche africane e del Sud del Mondo. Hamid Drake, classe 1955, nato in Louisiana, vanta collaborazioni continuative con giganti come Don Cherry ed Herbie Hancock, con sassofonisti del calibro di Pharoah Sanders, Fred Anderson, Archie Shepp e David Murray e con bassisti come Reggie Workman e William Parker. Il suo sguardo emana luce e il suo volto sembra quello di un giovane. Quando suona sembra che nemmeno stia sfiorando i tamburi o i piatti come in realtà fa e che essi suonino da soli per non si sa quale magia. Con naturalezza disarmante, sembra interagire con lo strumento posseduto da una complicità gemellare. Sono un corpo solo.


Frutto di un retaggio lontanissimo nel tempo e nello spazio, quando lui e Mirra si furono incontrati a suonare alla corte della regina di Saba ed oggi, reincarnati, suonano per noi. Piano piano il loro suoni si amalgamano sempre di più, in una dialettica di ascolto e di reciproche risposte dissonanti e mi domando se il concerto sia stato sempre e solo una pura impro. Ci sta. Dove ci stanno conducendo è un luogo che non è consentito definire. Che per innalzamenti di intensità e ritmo, è musica non riconducibile a un particolare genere o stile, solo per qualche tratto ai ritmi afrobrasiliani e samba.
Nonostante la rottura dei tasti bemolli del vibrafono, Mirra continuerà la sua esibizione con lo sguardo fiero e “leggermente alterato”. Nella pausa per cercare di sistemarli, Drake ci intratterrà con un solo di batteria, versione intermezzo, folgorante. Il greco sciamano fa ripartire il moto continuo che non si arresta certamente per il salto di un tasto, alternando campane e campanacci adagiati sul vibrafono e percossi con bacchette in un ritmo sincopato, accarezzando le nostre orecchie di suoni debordanti di musicalità. Mentre Drake copre i tamburi con una stola e fa rullare suoni delicati che, con la scansione del vibrafono, producono una circolarità di sottofondo ipnotica e che rapisce.

Il cammino verso il centro dei due mondi si accorcia sempre più. Il suono della batteria è animato, così netto ed acustico e così vivo e vitale, che pare scaturire dalle viscere della terra. Subliminale, il racconto dei due si alza in tempo breve verso picchi che echeggiano e rilasciano note lunghe ripetute che diventano elettronica. Il tutto viene coronato da Hamid Drake che impugna e tocca il frame drumper per fargli emettere un suono delicatissimo, dove appoggiare la sua voce dolce e messianica.
Bene, mi chiedo, mentre ci apprestiamo ad uscire da questo tunnel di luce e pace: se dovessi disegnare la loro musica cosa sarebbe? Allora, forse l’alba dell’origine del mondo, mentre il batterio sta diventando molecola, a scandire il movimento delle prime particelle c’erano un campano ed un africano, coi loro strumenti, a musicarne il ritmo.









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