R E C E N S I O N E


Recensione di Monica Gullini

Che cosa succede a Umberto? Questi occhi suoi, sempre più aderenti alla realtà, non tradiscono primavera alcuna. Si definisce “nudo e crudo come un Cristo a cui non credo” e a chi, come me, ha imparato a conoscerlo con gli anni, queste parole non suonano indifferenti. Quanto gli è costata la disillusione di Olimpo Diverso, il nuovo lavoro? La passione, il dolore, la tristezza e la voglia di riscatto di Mondo e Antimondo (se volete rinfrescarvi la memoria, la trovate qui) si sono tramutate nella lucida accettazione di una realtà lontana ormai migliaia di anni luce.

Nell’ipocrisia rallenti, canta riferendosi al Paese nella ballad di apertura del disco, per poi lasciare spazio alle sonorità rock degli anni Novanta a lui tanto care. Provocatore come pochi, ripete incessantemente in Frustapopolo, come se il messaggio iniziale non fosse chiaro, come se non avessimo bene in mente che in questo album – mai come in tutti gli altri – la protagonista è la verità, quella che lo contraddistingue sin dal principio.  Riavvolgiamo il nastro e torniamo per un secondo al disco precedente e nella fattispecie alla title track, preludio dell’imbarbarimento umano. 

L’uomo è un essere abietto, spregevole e meschino, votato al denaro e alle cose materiali: corre verso l’oro, ride e intanto inganna tutti, fa corone con l’alloro, poi raccoglie amari i frutti è la sintesi che conclude Mondo e Antimondo. Qui non solo il musicista marchigiano ammette che l’antipatia gli è costata cara ma si presenta al pubblico con un potente Ecce homo io, a testa alta come un Cristo in croce, autentico e sfrontato dinnanzi se stesso e gli altri (ero di fronte a te e a me, il censore più severo a cui rendere conto). Che fine ha fatto la sincerità è la domanda tra le righe, accentuata dalle chitarre, durissime e implacabili, e dalla ritmica incessante della batteria, grande marchio di fabbrica delle composizioni a nome UMG. Il sax che fa da sfondo ai vocalizzi è la mannaia che decapita l’essere umano della falsità, in un lamento che grida disperato l’impossibilità di risalire a galla. C’è rassegnazione in Olimpo Diverso, luogo dove vivono divinità avulse dal nostro tempo, quelle che hanno permesso a Giardini e soci di confezionare un concept che si sviluppa su più livelli. È un’opera baciata dalla sperimentazione, che affascina nella descrizione ora abbozzata, ora finemente dettagliata dell’incomunicabilità. Ne è la riprova Topazia, primo singolo estratto, elettronica nelle atmosfere e suadente nelle distorsioni. La pochezza umana si traduce in aridità che blocca tutto, persino il sentimento più puro. Non a caso UMG chiama intorno a sé animali sporchi come i topi per raccontare azioni discutibili commesse (quella regola inventata e da me violata: cosa esiste peggio del tradimento?) e la difficoltà di muoversi nella quotidianità, descritta in maniera orrorifica. Moltheniana è Paga la Vita, struggente nelle corde che si rincorrono e nella sequela di immagini crudelmente poetiche (una su tutte, la luna in piscina alle tre), ferito nel profondo è Umberto, consapevole dei suoi errori ma non più pronto a risponderne come unico responsabile (non ho contanti con me / perché non pago più / perché lo farai tu per me). In una meravigliosa coda che richiama il finale di Quasi Nirvana svanisce anche la quarta traccia, portando via con sé la calamita del mondo che assottiglia il tempo. La dolcissima melodia di Vipera Blu, impreziosita dal flauto traverso, è in apparenza una ninna nanna: al di là delle corde, tenui come nelle migliori composizioni di Nick Drake, traspare la lucida presa di coscienza della fine di un amore. Il piano insiste a sottolineare la differenza tra i due amanti, camaleontica all’occorrenza lei, coerente con le sue scelte lui. Ecco ritornare alcune immagini della poetica di UMG: penso ai fiori, simbolo del tormento del protagonista, e a maggio, mese da dimenticare in quanto periodo di dubbi e incertezze, e subito tornano alla mente i fiori di maggio di Anticristo. Esiste però una consapevolezza che va ben al di là dello stabilire chi merita cosa ed è quella di assomigliarsi, non a caso il sentore è quello di ritrovarsi prima o poi all’inferno. Nel tormento del tuo io mi vedo anch’io, conclude Giardini con la voce in mille pezzi, come chi sa di non aver la stessa pelle ma, essendo caduto tra quelle spire, ne ha assimilato il veleno. Sferzata grunge in Energia, secondo singolo estratto, potente nelle sonorità e nella timbrica: di nuovo uno scontro a due in cui non importa chi la spunterà, perché è un necessario sfamarsi a vicenda (che ambigua energia mi dai). Un nuovo rinascimento è dietro l’angolo e no signori, non è falso come le madonne del Cinquecento, non c’è diseducazione a ogni sentimento ma megalomania che non rimescola cervello e mutande. E megalomania fa rima con Discographia, un altro pezzone dell’ex Moltheni presente in La dieta dell’imperatrice, la cui metrica rallentata sembra anticipare di almeno un decennio Energia. La chitarra delinea perfettamente le scaramucce dei duellanti, la voce si schiarisce di fronte ai canini dell’avversario che addenta e serra forte, precisa in ogni cambio di posizione. È strabiliante notare come il timbro del musicista marchigiano cresca di lavoro in lavoro, con una maturità e una limpidezza disarmanti. In Pietre nell’accappatoio vira sulle tonalità basse, scandendo le sillabe nel ritornello mentre intorno il ritmo cambia. Dallamagnana arresta il rullante, Marzo Maracas rallenta di fronte all’ammissione di una storia giunta ormai al capolinea. Ora no, ora no, che non fai più quell’effetto dentro al mio letto, dentro al mio petto, diviene un sussurro il cantato, ora non più ruvido ma flebile come l’ultimo soffio di un amore che se ne va. Fa un certo effetto ascoltare questi versi, dopo aver udito ben altri propositi in Mondo e Antimondo (io per te diverrò perpendicolare / nella mia disciplina nella povertà nella mia morale), e viene ancora una volta da chiedersi cosa sia successo, perché Olimpo Diverso è un continuo deporre le armi, soprattutto dal punto di vista sentimentale.

La sfiducia dell’artista nei confronti dell’attuale mondo discografico, che già trapelava in maniera decisa nell’album precedente, qui assume i connotati di una lotta contro i mulini a vento, di fronte ai quali si scuote la testa sconsolati. Come gabbiani avviliti nei propri divani è una delle immagini più evocative dell’incomunicabilità, il punto di non ritorno e la naturale conseguenza alle bugie dietro alle quali spesso ci nascondiamo. La coscienza sporca è il tema centrale di Capire prima che accada, traccia che annuncia un linguaggio nuovo che strizza l’occhio al Battiato più ispirato. La metrica dispari si sposa a perfezione col sax distorto e col piano nostalgico, che sul finale allontana quel “non eri qui per me”, colmo di mestizia e rimpianto. Dalle atmosfere elettroniche si precipita vorticosamente nella carica adrenalinica di Megaestate, unico pezzo strumentale del disco, vera e propria immersione in un universo parallelo dove l’artista marchigiano e la sua band sembrano approdare per la prima volta. Stupisce il ritmo veloce, quasi a simulare la bella stagione che arriva e se ne va, e riusciamo persino a vedere il protagonista mentre si diverte a tuffarsi e a fare il portento. L’estate, come tutte le cose della vita, lascia il posto a stagioni meno carezzevoli sulla pelle ed è la chiusura di Acquaforte a restituire la disillusione e la rassegnazione che traspaiono sin dal principio. La mia natura parlò più di quanto non avrebbe mai dovuto fare, ecco tornare la schiettezza del musicista di Porto Sant’Elpidio, che con un arpeggio alla Protestantesima ricorda a tutti che la coerenza artistica mal si concilia con la simpatia di cui lui non è provvisto; il tema del tradimento, trattato dal punto di vista sentimentale, torna a fare capolino come piaga dei rapporti sociali (la notte mangiò il mattino mentre come Giuda alzavo il calice del vino). Il delicato arpeggio di Acquaforte, perla finale che chiude il disco, invita nuovamente a riflettere sulla somiglianza umana (siamo diversi ma tutti uguali, cantava il nostro in Futuro proximo).

Olimpo Diverso è un album che esplora il tessuto sociale di questo Paese? Sí, se consideriamo che da anni UMG denuncia la perdita di valori e la tendenza a scegliere la via più breve e meno onesta. È un disco che esplora il vizio e lo surclassa: penso al peromane della title track e alla cocaina de Il vaso di Pandora. E in fin dei conti questo fa Giardini: raschia il fondo del barile e riporta a galla il marciume senza paura di metterci la faccia. I rapporti umani si sfilacciano fino a spezzarsi irrimediabilmente e non c’è possibilità di riannodare i fili, questo ci ricorda Olimpo Diverso a ogni colpo di rullante, a ogni accordo, spingendo a fondo sull’acceleratore. Umberto denuncia l’incomunicabilità con una naturalezza e una rassegnazione devastanti e lo fa senza rinunciare al rock, al prog e permettendosi qualche breve incursione nell’elettronica. Non c’è salvezza alcuna, non esiste uomo pronto a immolarsi per gli altri, bisogna accettare il proprio destino perché tutto è parte della nostra vita. L’ex Moltheni confeziona un’opera che è lo specchio del nostro tempo e che ci guarda dentro scavando in profondità. Olimpo Diverso è un lavoro delicato ed energico al tempo stesso, affascinante e malinconico come chi porta nel cuore desideri mai esauditi.

Ho questa immagine fissa in mente: UMG che, dopo aver messo in musica tutto ciò che c’è da dire, sconsolato afferma: “io ho parlato, adesso alzo le mani”. Non so come, non so perché, ma più ascolto Olimpo Diverso e più percepisco una sorta di elegante commiato.

Tracklist:
01. Olimpo diverso
02. Frustapopolo
03. Topazia
04. Paga la vita
05. Vipera blu
06. Energia
07. Pietre nell’accappatoio
08. Capire prima che accada
09. Mega estate
10. Acquaforte

Umberto Maria Giardini / voce, chitarre, basso, percussioni
Marco Marzo / chitarre, Oud
Michele Zanni / pianoforte, Rhodes, basso, sintetizzatori e programmazione
Filippo Dallamagnana / batteria
Alessio Alberghini / sax baritono, flauto traverso

Foto © Guido De Vincentis
Cover foto © Nicola Santoro

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