R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Emma Rawicz, con la pubblicazione del suo quarto album Inkyra – quest’anno ha anche editato un interessante lavoro in duo assieme al pianista britannico Gwylim Simcock, Big Visit – non ha più bisogno di alcuna etichetta come quella di “promettente sassofonista del jazz britannico”. Off Topic aveva già recensito Chroma (2023) – vedi qui – ed inoltre questa musicista era stata citata per le sue collaborazioni con la pianista Maria Grapsa in Life (2023) – leggi qui – e con il contrabbassista John Williamson per The Northern Sea (2024) – vedi qui. Nelle note riguardanti il suo lavoro del ’23 avevo cercato di attutire i toni dell’entusiasmo che spesso vengono profusi a piene mani quando si parla di giovani musicisti, ponendo l’accento sui margini di crescita della stessa artista, in evidente e graduale sforzo di ricerca individuale. Ma in questo Inkyra, la Rawicz comincia invece a fare molto sul serio, entrando a soli ventitré anni nel territorio organico di un album molto vitale che pulsa e si contorce tra oltranzismo ritmico e improvvise aperture melodiche. La sua band — Kevin Glasgow al basso elettrico, David Preston alla chitarra elettrica, Jamie Murray alla batteria, Scottie Thompson al pianoforte ed alle tastiere e Gareth Lockrane ai diversi flauti — costruisce un mondo sonoro denso, pieno di spigoli e sorprese, in cui il prog-rock e la nuova avanguardia europea si intrecciano all’interno di architetture jazz-fusion. L’opera riflette infatti una consapevole tensione tra complessità strutturale e spontaneità espressiva che sfocia a tratti in un’autentica doccia energetica.

C’è un fiume elettrico che fluisce attraverso Inkyra. Scorre tra i battiti del basso e le uscite aspre di fiati, tra le ombre di qualche accenno progressive e la luce più tagliente del jazz. Qui un certo suono collettivo assume un profilo più identitario, non sostenendo per nulla il ruolo speculare di semplice riflesso della creatività della leader. Le tastiere liquide si amalgamano coi fiati e le parti ritmiche forniscono una variegata rete d’informazioni sonore, dove la densità non implica confusione ma stratificazione semantica che inghiotte e restituisce frammenti di melodie. Ogni elemento, quindi, trova il suo posto in una mescolanza che appare, solo talora, apparentemente caotica. Inkyra non vive la ricerca nevrotica della novità, ma sembra quasi adeguarsi alla celebrazione di un mondo sempre più veloce, dove il saper rischiare anche solamente con la musica assume un autentico significato di riflesso della realtà contemporanea. I riferimenti a Zawinul, Hancock – qualcuno nomina anche gli Snarky Puppy – emergono qui non come citazioni ma come tracce metabolizzate, rilette attraverso una sensibilità ben inserita e devota ai tempi d’oggi. Evidentemente la Rawicz, nel suo inquieto spirito di ricerca, non mostra alcun timore nel modificare la rotta intrapresa con Chroma, avventurandosi, insieme alla band, in una serie di audaci enfasi degli assoli, soprattutto di sax e di tastiere, dando corpo ad una cruda plasticità sonora sorretta dall’autorevolezza della componente ritmica di Glasgow e Murray. Il risultato definitivo non si presenta certo come un jazz tradizionale, anzi, la spinta nella contemporaneità obbliga l’ascoltatore ad un ascolto attento, non sempre facile né lineare.
Il breve assaggio introduttivo di Earthrise, affidato soprattutto al respiro delle tastiere e al flauto è quasi una visione cosmica di stampo new-age che prelude però ad un brano – e ad un intero percorso – completamente diverso come Particles of Change. Un fraseggio a curve strette svolto in contemporanea tra sax tenore e chitarra e sorretto dal connubio basso-batteria va ad incunearsi in un tema ripetuto, melodicamente complesso, a cui partecipa anche il flauto. Questa reiterazione tematica finisce sull’assolo improvvisato di sax della Rawicz che si prende progressivamente spazio tra la ritmica e gli accordi di chitarra. Forse vi partecipa anche il Rhodes, almeno fino a quando non irrompe la tastiera synth con una timbrica zawinuliana che sembra scivolare sulla musica fino al recupero non pedissequo del tema. Il finale giunge tempestoso in crescendo dinamico. Time and Other Thieves si presenta con un’impostazione ritmica molto scandita e metronomica su cui si adagiano effetti elettronici, un tenore soffiato e le immancabili tastiere. Il brano viaggia sui binari di una certa moderazione, anche qui con temi che vengono ripetuti. Suggestivo l’assolo di flauto in un insieme strumentale molto denso e coeso con qualche aspetto drammaticamente cupo. Il finale allunga e stira l’improvvisazione del gruppo creando un’impressione quasi di galleggiamento.

A Portrait of Today, nonostante gli iniziali ostinati della tastiera, si circonda presto di accordi chiari di chitarra e dei suoni flautati di Lockrane, aspettando l’irruzione del sax. La Rawicz ama frasi complesse, evidentemente non orecchiabili e talora taglienti pur nelle loro corposità. L’assolo corre tra i tasti in direzioni multiformi dimostrando una tecnica incredibile per una musicista della sua età. Al sassofono segue la chitarra con un altro momento notevole per poi impegnarsi in un sincrono tra flauto, tastiere e lo stesso strumento indiavolato dell’Autrice. C’è spazio abbondante per il disintegrante assolo di Murray che si libera sulla stessa nota ostinata comparsa in fase iniziale. Confesso di avere una qualche difficoltà a seguire attentamente le varie fasi del brano in un territorio piuttosto selvatico come questo. Lunar è un frammento ondulante di suoni elettronici che porta verso Moondrawn (Dreaming). Sembrerebbe di trovarci di fronte ad un momento più meditativo e contemplativo, con quelle respirazioni di flauto e sax e le note tranquille di chitarra. Uno stacco strumentale rompe l’apparente quiete per deviare l’attenzione verso una parentesi enigmatica in cui fanno capolino gocce di pianoforte tra le note ripetute ostinatamente di sax e flauto. Altro robusto stacco, che sarebbe piaciuto ai seguaci del progressive kingcrimsoniano, con incremento dinamico strumentale, bordate di sax e finale che si spegne in una sorta di fantomatico languore. Anima Rising esplode di complessità, anche troppo organizzata in un’ipotesi estetica che si nutre di aggressività sonora. Partendo dalle solite note reiterate si sviluppa un tema come al solito tutt’altro che semplificato suonato all’unisono – non riesco facilmente a capire se con il flauto o con un secondo sax sovrainciso o con quale altro strumento – ma il momento clou è l’assolo classicamente fusion di Preston, tra Fripp e McLaughlin, a cui fa seguito il sax che non cerca chiaroscuri ma luminosità abbaglianti. Il brano procede così in un dialogo tematico che si ripete in mezzo ad un arrangiamento frastagliato e piuttosto infervorato. All my Yellow Afternoons rallenta un po’ il tiro con un passo più morbido rispetto al precedente ed anche l’esposizione tematica appare relativamente più tranquilla. Anche qui si evidenzia la chitarra in assolo che s’allunga in un tripudio ritmico di tamburi e piatti, sopra un letto di tastiere. Però, via via che la chitarra si esalta nel suo momento, svanisce quella parvenza di tranquillità che appariva inizialmente, immolandosi definitivamente nello schiantarsi in un assolo di sax conclusivo. C’è quasi una specie – e lo dico amabilmente – di schizofrenica conduzione negli arrangiamenti che trascorrono da momenti, non dico riflessivi ma quantomeno più cauti, ad altri vissuti in modo più antagonista e spezzettato. Mashmallow Tree è un alieno momento brasileiro reso più lieve dal volo fantasioso del flauto, però che dimostra anch’esso una irriducibile impazienza, un flusso energetico che si domina a fatica scuotendo questo ed in misura maggiore i brani precedenti. Finale di tastiere languide (!!) con A Long Goodbye.
Rawicz dimostra una maturità sorprendente, imponendo alla sua scrittura non la ricerca del consenso, ma suggerendo all’ascoltatore una diversa modalità di percezione, negandogli ogni normale e scontato punto di decriptazione. I brani si aprono così come porte laterali verso paesaggi imprevisti, con una esuberanza che trasuda quasi da ogni fraseggio. Il rischio di un’eccessiva e cerebrale complessità resta dietro l’angolo ma non inficia la bravura e l’estro dell’Autrice, impegnata a costruire la sua strada. Inkyra è un disco che germoglia di fiori scorbutici ma vitali e passionali, come quelli del trentacinquenne artista giapponese Yukimasa Ida che appaiono sulla bella copertina dell’album, un misto di gesto pittorico rabbioso e aggraziato. Proprio come la musica che si ascolta in questo album.
Tracklist:
01. Earthrise (1:22)
02. Particles of Change (7:34)
03. Time and Other Thieves (4:33)
04. A Portrait of Today (6:25)
05. Lunar (0:56)
06. Moondrawn (Dreaming) (4:18)
07. Anima Rising (6:39)
08. All My Yellow Afternoons (5:22)
09. Marshmallow Tree (3:53)
10. A Long Goodbye (1:00)
Photo © Gregor Hohenberg




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