R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

È noto da tempo che il sessantenne pianista cubano Omar Sosa ama esprimersi in territorio aperto, non chiudendosi mai verso l’esterno ma restando sempre disponibile alla comparazione con stili diversi e sonorità non allineate. Del resto, la sua ricca discografia – oltre una quarantina di album tra pubblicazioni come titolare e collaborazioni diversificate – dimostra la propria disponibilità al confronto. Ma questa volta il rapporto è quasi circoscritto a sé stesso. Il riscontro avviene a tu per tu con il proprio essere, forse mai come prima, seguendo quei Sendas (=sentieri) che è necessario percorrere per arrivare al dunque. A volte egli sembra giocare con la materia sonora quasi fosse una sostanza malleabile. Come se l’Autore fosse pronto a riscrivere ad ogni gesto una sorta di poetica del frammento, intesa non come un banale tocco di postmoderno ma come una continua tensione alla ricerca di una verità più profonda. Sendas – il titolo del suo ultimo album – può essere descritto come un’indagine sistematica sulla relazione tra pianoforte-solo, spazio acustico e materiali culturali eterogenei.

Registrato nella Fazioli Concert Hall in provincia di Pordenone, il lavoro presenta una serie di temi ed improvvisazioni pianistiche – con un’aggiunta, presumo a posteriori, di percussioni e blandi effetti elettronici – che costruiscono un percorso sonoro assimilabile a un immaginario giardino sotto il chiarore lunare, astratto, rarefatto, regolato da un equilibrio interno soprattutto emozionale. Omar Sosa posa le dita sul pianoforte come per accarezzare una memoria o anche per cercare una qualche direzione plausibile nell’oscurità. Dal suo gesto può forse nascere una luce sufficiente ad illuminare quei corridoi interiori che per natura si nascondono nell’ombra e costituiscono l’aspetto perturbante dell’essere umano. Il pianoforte procede per oppiacee scansioni di accordi e polveri melodiche, attraverso un pulsare tranquillo e pacificante che lascia dietro sé alcune crepuscolari scintille luminose. Si incontrano, lungo il percorso, soluzioni stilistiche spiazzanti, minimalismi che aprono abissi di senso, onde elettroniche che sfiorano il sacro, percussioni che sembrano venire da un altrove abitato dal Mito. Sendas è un diario astrale, un canto di trasformazione, un gesto vulnerabile che chiede al mondo di restare in ascolto. Sosa danza con le sue stesse intenzioni, balla in assenza di gravità per poi interrompersi, riprendersi, sospendersi in una leggera levitazione a mezz’aria. È qui che la Fazioli Concert Hall diventa cassa armonica di un rito intimo, un teatro dei sogni che custodisce ogni vibrazione come fosse una reliquia. Le successioni armoniche e ritmiche operano al pari di uno scarrellare di immagini provenienti da suggestioni cubane, africane, classico-europee, sequenze che si sovrappongono senza sfociare in un vero e proprio climax narrativo. Quindi ecco che la stessa Africa, Cuba, l’Occidente con la sua avanguardia, convivono non tanto come un esercizio composito, ma come geografia interiore. I brani così sviluppati sono sentieri che aprono porte verso l’interiorità, diventano transiti obbligati attraverso la malinconia della solitudine, epifanie forse illusorie ed effimere di verità occulte. In questa prospettiva, ogni brano funge da micro-scenario autonomo, concentrato su una limitata serie di possibilità. Infatti a volte il pianoforte si fa preghiera, altre volte è un richiamo lontano, una pulsazione primitiva che ritorna come un’eco ancestrale. La voce dello strumento porta con sé una sobria attitudine, un’eleganza mai ostentata che spesso rimanda ad un pianismo classico, figlio di una lunga storia di meditazioni intime e notturne che partono storicamente da Chopin fino ad arrivare ai neo-romanticismi di Mehldau o alle riflessioni interiorizzate di Abdullah Ibrahim. Sendas appare dunque come diario e confessione, uno spazio dove l’artista si spoglia della perfezione e cerca la verità emotiva dietro ogni nota. In questo abbandono, Sosa costruisce un insieme di rifugi e rivelazioni attraverso un ascolto che richiede però giusto impegno ed attenzione, caratteristiche comuni ad ogni opera che rifugga dalla banalità. Il risultato complessivo è un peregrinare attraverso linguaggi diversi senza che nessuno di essi prenda il sopravvento. Il pianoforte agisce come vettore di orientamento, rendendo Sendas oggetto emotivo ed analitico allo stesso tempo. Un documento che osserva con distacco la poliedricità naturale della Musica e la inscrive in una struttura coerente, priva di enfasi o retorica.

Tutto comincia con Estancia, una sorta di invito al raccoglimento. L’abitazione armonica è un Re maggiore dal caldo abbraccio pianistico dove lo strumento riflessivo di Sosa si riveste di impressionismi francesi. Delicatezza di tocco e solennità rimandano alla musica colta europea con un assetto confidenziale in cui si percepisce affiorare un senso di speranzosa attesa. Heartwarming Night of Crickets è una suggestiva immagine notturna e lunare, con l’elettronica in sottofondo che simula il canto dei grilli evocati dal titolo. Percussioni incupite e voci umane in lontananza garantiscono una latente liricità, una poesia invitta che attaglia la composizione sorretta da uno sfuggente pianoforte minimale.

Inside the Spirit è oscura nel suo cominciamento fatto di accordi che risuonano come campane e percussioni lattiginose. Poi s’insedia una melodia molto lenta, quasi tutta costruita con accordi in tonalità minore, sulla quale si sovrappone un successivo canto recitato tra preghiera e invocazione, tra inquietudine e tristezza, immerso nelle pause silenziose lasciate dai radi accordi pianistici. Inside my Soul parrebbe continuare il discorso iniziato col brano precedente ma la musica si libera di percussioni e interventi vocali, acquisendo una drammaticità addirittura tardo romantica. La dolente intensità del brano si allontana e di molto da qualsiasi matrice jazzistica, se non fosse per l’improvvisazione che sicuramente resta la guida principale di questa escursione pianistica. Gli accordi lenti e misurati favoriscono l’attraversamento dello specchio, oltre cioè la superficie riflettente dell’Io, in un moto diretto verso la profondità dell’anima. Something From Home possiede una buona polpa narrativa, cercando una via obliqua per riaccostarsi melodicamente alla patria cubana. E Sosa vi si avvicina decisamente dalla seconda metà brano in poi, dopo un’incerta ricerca nella memoria. Colore dopo colore, linea dopo linea, il tratteggio si completa pur parzialmente, sfiorando il realismo originato dal ricordo. Caribbean Movement, invece, vivifica le immagini del brano precedente, arricchendolo di percussioni, con un pianoforte che sprizza cromatismi, sempre con quel suo movimento addolcito e armonicamente pieno di mistero. Da metà brano in poi Sosa ottiene una miscela di sapori più decisi, salvo rientrare in quel profilo sfuggente ed enigmatico iniziale, proprio verso le battute terminali. Already Thinking of You potrebbe essere il risultato di una dedica piena d’amore, costruita su una complessità di passaggi accordali a svolgere un tema affascinante che si ripropone lungo la traccia in tonalità diverse. La melodia viene ripetuta in forme differenti ed è una bella prova del pianismo dell’Autore che continuamente cela e smaschera il suo disegno in un costante vagheggiare tra sogno e malinconia. Deities Serenade, come suggerisce questo titolo, è un’invocazione alle divinità che ha in seno qualcosa di tribalmente pagano. Il pianoforte crea uno spazio in cui il parlato prima e il cantato poi si fanno muovere da una nostalgia che non ha più pudori nel mostrarsi. Ci sono gli elementi della terra e del mare, in questa accorata orazione, i veri sentieri che conducono al centro della rimembranza poetica di Sosa. Tutto finisce tramutandosi in una sorta di ninna-nanna appena sussurrata. Another Special Moment è il brano più all’avanguardia dell’album dove si sfiora l’atonalità, presentando anche variabili dinamiche inaspettate. Percussioni strascicate, inquietanti rumori notturni, vibrazioni elettroniche e ghost dances con cori cantilenanti. Qui le melodie si rapprendono e contano poco, si punta invece a costruire un’atmosfera dai suoni stranianti. Shirma è un gioco di trasparenze e tranquille riflessioni dalla cui trama emergono melodie cubane mai dimenticate che s’affacciano alla memoria secondo una classica progressione I-IV-V. Tra i brani migliori dell’album, in assoluto. Telling That Story pesca ancora in quel tribalismo onirico già percepito in precedenza. Qui il pianoforte sembra accompagnare il quasi canto della voce, seminascosta dalle percussioni. Un commiato sui generis, tra il robusto impianto armonico dello strumento di Sosa e la nenia ripetitiva che si spegne in lontananza.

Oltre ad essere un vero e proprio oggetto artistico, Sendas è un dispositivo di conoscenza, un luogo di convergenza tra memoria e azione creativa, un esperimento sui limiti e sulle possibilità della musica di tradursi nella pienezza di un linguaggio interiore. Omar Sosa attraversa territori culturali, emotivi e spirituali con lucidità e un giusto, equilibrato trasporto emotivo. Ciò che rimane, dopo l’ascolto, non è la semplice percezione dei brani, ma la netta sensazione di aver sostato in una zona di confine, in uno spazio in cui l’identità si dissolve e continuamente si rigenera. In questo personale universo in cui la tradizione è sempre materia viva e il silenzio diventa forma, Sendas ci ricorda che l’arte più autentica non si limita a descrivere il mondo, bensì lo illumina e lo attraversa, mostrandone ciò che resterebbe altrimenti invisibile ai più.

Tracklist:
01. Estancia (4:16)
02. Heartwarming Night Of Crickets (6:19)
03. Inside The Spirit (6:40)
04. Inside My Soul (4:33)
05. Something From Home (4:42)
06. Caribbean Movement (4:02)
07. Already Thinking Of You (4:05)
08. Deities Serenade (6:02)
09. Another Special Moment (5:46)
10. Shirma (5:34)
11. Telling That Story (6:41)
 

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