L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Rossana Ghigo

Nel piccolo e raccolto Teatro Santa Rosa di Carcare una sera autunnale porta tra le foglie che cadono leggere i toni caldi e bruni di memorie e poesia. Il pubblico, composto da appassionati di musica d’autore, habitué del teatro e semplici innamorati della parola cantata, ha assistito a un concerto che non è stato soltanto un susseguirsi di brani, ma un percorso narrativo. Un racconto cucito con delicatezza da tre interpreti capaci di ricamare interpretazioni eleganti e strutturate. Alberto “Napo” Napolitano, voce e presenza scenica ormai riconoscibile come un timbro di voce che non ha bisogno di presentazioni; Alice Nappi, violinista di grande sensibilità e notevole profondità espressiva; Andrea Vulpani, pianista e narratore delicato attraverso il suo tocco. Insieme hanno proposto un viaggio sonoro che ha attraversato epoche, geografie e sentimenti.

Il filo conduttore è stato chiaro fin dai primi istanti: riportare la parola al centro, con arrangiamenti essenziali ma carichi di atmosfera, costruiti per lasciare emergere la potenza dei testi e la verità interpretativa degli artisti sul palco. Il concerto si è snodato attraverso un repertorio che tocca alcuni dei grandi della chanson francese e della canzone d’autore italiana da Tenco a De André, Paoli, Fossati, Conte passando dalla tradizione popolare a punte di sperimentazione poetica e introspettiva.

Il sipario si è aperto sull’incanto de La Bohème, manifesto nostalgico di un’epoca di sogni e arte vissuta in totale dedizione. La voce di Napo ha evocato un mondo perduto ma ancora pulsante nella memoria collettiva. Il violino di Alice Nappi ha aggiunto un velo di malinconia, come se seguisse il filo sottile del tempo, mentre il pianoforte di Vulpani stendeva un tappeto sonoro morbido, attento e rispettoso. Una rilettura sincera, personale, profondamente legata al mondo espressivo degli artisti in scena.

Ci si è immersi poi Dans l’eau de la claire Fontaine un brano della tradizione francese che richiama paesaggi, leggende e atmosfere d’altri tempi. Il violino di Alice ha dato vita a un suono limpido, quasi acqueo, aderente alla freschezza evocata dal testo seguendo un registro narrativo come se raccontasse una storia raccolta lungo un fiume di campagna. Il risultato è stato una sospensione poetica: un momento di respiro, di semplicità assoluta eppure carica di significato.

Con Vedrai, vedrai Napo ha portato sul palco uno dei brani più struggenti del repertorio di Luigi Tenco. Una lettera di intensa fragilità dedicata alla madre. Un’ interpretazione intima come se l’artista volesse custodire il dolore del testo senza esibirlo. Il pianoforte di Vulpani con discrezione sceglieva poche note essenziali, mentre il violino interveniva solo nei momenti emotivamente più intensi, quasi a sottolineare il tremito di una promessa impossibile da mantenere. L’esecuzione ha messo in luce la capacità del trio di trasformare ogni brano in una confessione, un dialogo diretto con gli spettatori.

La tenerezza che diventa respiro musicale con Che cosa c’è di Gino Paoli in una fluidità espressiva. La poesia dell’amore che arriva all’improvviso, quasi con disagio, con quella sensazione di sorpresa e smarrimento. Il violino ha dialogato strettamente con la voce, come un battito del cuore che accompagna e sostiene, mentre il pianoforte ha lasciato spazio alle parole, intervenendo con precisione chirurgica.

Dopo la parentesi italiana, si torna in Francia con L’amour c’est comme un jour una meditazione poetica sull’amore e sul suo scorrere come una giornata che inizia luminosa e finisce nell’oscurità. Un susseguirsi di pezzi emozionanti con apice La canzone dell’amore perduto (in sol): la grazia fragile di De André ancora una volta diventa protagonista e incanta come un sussurro, una preghiera. Gli autori della grande Scuola Genovese s’intendono nell’anima ed è ora di ascoltare Ritornerai, brano reso celebre da Bruno Lauzi, con un testo dalla leggerezza apparente che trattiene tra le sue corde una sottile malinconia. È una costruzione delicata come quella di un amore. Un’ architettura meravigliosamente emotiva che Fossati ha realizzato in un capolavoro di nervi e cuore.

Con La Javanaise di Serge Gainsbourg si è entrati in un territorio più intimo, più sensuale, più ambiguo. Napo ha adottato un fraseggio morbido, denso di sfumature, giocando con i silenzi e con la pronuncia del francese in modo naturale. Il violino ha ricamato arabeschi, mentre il pianoforte seguiva un andamento lento e avvolgente. Il teatro tratteneva il respiro per poi ritrovarlo “Dentro la tasca di un qualunque mattino” brano delicatissimo e profondo di Gianmaria Testa. Uno scultore della parola, fatto di chiaroscuri e squarci di sole. Segue L’ora del dilettante di Max Manfredi. Artefice di alchimie speciali fondendo parola e suono Max con questo brano affronta a modo suo, da poeta maledetto, il tema dell’esistenza precaria, del confine tra successo e fallimento, tra arte e sopravvivenza con resa teatrale che il trio ha saputo enfatizzare.

Il riposo del marinaio: l’eco del mare nella sala, la risacca tra le parole di un’artista poco conosciuto ma dalla produzione musicale sopraffina. Angelo Buby Senarega, musicista e cantante camogliese, dagli anni ’60 si esibiva con i gruppi da lui creati, Angel Parra e I nomi mediterranei delle donne, ha elaborato musicalmente 14 poesie del più grande poeta in dialetto genovese, Edoardo Firpo e ballate dolci e nostalgiche.

L’urlo poetico di Brel e la sua Amsterdam rappresentata una vera esplosione scenica. Potente, sporco, viscerale, è stato interpretato da Napo con forza teatrale e un controllo perfetto. La sua voce è cresciuta progressivamente, seguendo la struttura incalzante del pezzo.

Uno dei momenti più intensi dell’intera serata è stato regalato da Il cantico dei drogati poesia di Mannarini elaborata in musica da Faber che non ha mai esitato a evidenziare il dolore sociale, le difficoltà di un mondo di “diversi” messi alla gogna dal perbenismo lasciando sempre emergere la dimensione metaforica e filosofica da ogni strofa.

Je me suis fait tout petit di Brassens, dopo tanta intensità, ha portato una ventata di ironia. È stato un momento leggero ma raffinato: la voce di Napo ha giocato con il testo, il violino si è fatto agile, elegante, quasi caricaturale, e il pianoforte ha accompagnato con un ritmo vivace ma sempre composto.

Non poteva mancare La canzone di Marinella, uno dei brani più amati di De André. E poi ancora Bartali di Paolo Conte, un omaggio divertito e intelligente. La sala si è riempita di ironia e ritmo. Uno swing incalzante e brillante con tutta la maestria musicale che solo un genio come Conte può esprimere.

Il concerto si è concluso con De Profundis, brano dal forte impatto poetico e simbolico egregiamente eseguito da Giorgio Conte. La scelta non è stata casuale: il titolo evoca una discesa dentro sé stessi, ma anche una risalita. L’interpretazione è stata essenziale, intensa, meditativa. Il violino di Alice ha tracciato un canto sospeso, quasi liturgico, mentre il pianoforte rendeva greve e profonda l’atmosfera.

Uno spettacolo che è stato un atto d’amore per la parola, per la vita stessa e per l’arte. Una ragnatela di sottili fili straordinari e vibranti. In un’epoca in cui spesso la musica è consumata in fretta, questa serata è stata un richiamo alla bellezza dell’ascolto, alla lentezza, alla profondità. Un concerto che è diventato racconto, emozione, poesia. Un viaggio che merita di essere ricordato.

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