L I V E – R E P O R T
Articolo e immagini sonore di Daniela Pontello
Ci sono concerti che ascolti.
E poi ci sono concerti che ti succedono addosso.
Martedì sera, al Teatro Dal Verme di Milano, con PFM – Doppia Traccia, ho avuto la sensazione chiarissima di trovarmi davanti a qualcosa di raro: la PFM non è una band, è una combinazione quasi impossibile di individualità atomiche che, quando si uniscono, diventano un unico, potentissimo organismo. Vivo. Pulsante. Inarrestabile.
Il concept del tour mantiene la promessa: Doppia Traccia è davvero un viaggio binario, un percorso che attraversa il rigore del passato e l’energia del presente, senza mai trasformarsi in nostalgia.

La serata si apre infatti con un’immersione totale negli anni ’70. La prima traccia è un omaggio ai capolavori che hanno reso la Premiata Forneria Marconi celebre nel mondo. È un ritorno alle radici che non ha nulla di museale: è materia incandescente, suonata con una precisione e una fame che sfidano il tempo.
Poi arriva la sorpresa, che in un tour chiamato Doppia Traccia diventa quasi una terza via: il progetto PFM in Classic. Un lavoro ambizioso, in cui la band rilegge Mozart, Rossini, Verdi, Prokofiev, non copiandoli, ma portandoli dentro il proprio mondo elettrico e progressivo. Come spiegano dal palco, per la PFM non esiste alcuna barriera tra musica colta e rock: esiste solo la musica.
Quando eseguono La danza dei cavalieri di Prokofiev, la carica energetica diventa epica. È un momento bellissimo, perché vedi dei musicisti rock trattare la musica classica con un rispetto immenso, ma con la grinta di chi vuole farla ballare anche ai giovani. Patrick Djivas ne parla con passione, descrivendo la musica come un unico grande oceano. La genesi di quell’album è un atto di puro coraggio artistico: fondere orchestra, sintetizzatori e batteria senza paura.

Il momento in cui l’emozione trova la sua massima espressione arriva con Impressioni di Settembre. C’è una frase del testo che racchiude perfettamente la carica emotiva della serata:
“No, cosa sono adesso non lo so, sono solo un uomo, un uomo in cerca di se stesso, sono solo, solo il suono del mio passo.”
In quell’istante, tra il suono iconico del Moog e il silenzio assoluto della platea, si crea un legame indissolubile. La mia storia personale si intreccia con quella musica, come se quelle parole fossero state scritte per ciascuno di noi.
E poi arriva il vertice emotivo assoluto della serata.
Le luci si abbassano. Un singolo faro illumina uno spazio vuoto: un microfono e un’asta che sarebbero dovuti appartenere a Fabrizio De André. La sensazione non è di assenza, ma di una presenza schiacciante. Quel fascio di luce bianca, in mezzo a un palco affollato, crea un contrasto potentissimo: non vedi il soggetto, ma ne percepisci perfettamente il peso, l’importanza, il volume emotivo.
Quando parte la sua voce originale, il tempo si ferma davvero. La scelta di non sostituirla, di non “interpretarla”, ma di accompagnarla come se fosse ancora lì, dimostra un rispetto che va oltre il tributo. In quel momento ho la sensazione che la musica abbia annullato la morte. La PFM si fa piccola, delicata, quasi timida, per proteggere quella voce.
La band che poco prima era un rullo compressore di suoni diventa un sussurro. Ed è proprio questo contrasto a rendere tutto molto forte.

Per il concerto, la PFM si è presentata con una formazione che è un perfetto equilibrio tra storia e presente, un’autentica orchestra rock.
I fondatori, l’anima storica:
Franz Di Cioccio, è energia pura, un frontman-batterista che sembra non conoscere il significato della parola “stanchezza”. Lo vedi cantare, saltare, gesticolare, poi tornare dietro la batteria con una precisione e una ferocia che spiazzano.
Patrick Djivas, al basso, colui che dà profondità ed eleganza
Accanto a loro, musicisti straordinari:
Lucio Fabbri al violino
Alessandro Scaglione alle tastiere, Hammond e Moog
Marco Sfogli alla chitarra
Eugenio Mori, seconda batteria, fondamentale per mantenere una potenza costante.
Luca Zabbini e Flavio Premoli, tasselli fondamentali di questo suono stratificato.

Quello che mi ha colpito più di tutto, è il modo in cui si guardano tra loro. Sorridono. Si divertono ancora. Dopo cinquant’anni. Quell’energia non è solo rivolta al pubblico, circola tra di loro. È complicità vera.
Con il finale Celebration il teatro balla, la barriera tra palco e platea crolla. Esci con l’adrenalina addosso.
Probabilmente è stato proprio questo mix — la voce di Faber, la potenza del prog, la perfezione della classica — a rendere la serata così densa e indimenticabile.
La PFM non ha solo suonato. Ha restituito al pubblico una parte di sé.
Scaletta:
- Mondi paralleli
- Il respiro del tempo
- Suonare suonare
- Maestro della voce
- Dolcissima Maria
- La carrozza di Hans
- Cyber Alpha
- La danza dei Cavalieri
- Impressioni di settembre
- Universo e terra
- L’infanzia di Maria+ La tentazione
- Giugno 73
- Bocca di Rosa
- La canzone di Marinella
- Zirichiltaggia
- Volta la carta
- Il pescatore
- Celebration (con reprise Impressioni)













Immagini sonore © Daniela Pontello






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