R E C E N S I O N E
Recensione di Andrea Furlan
Lucinda Williams: una voce indomita e ribelle in questi tempi turbolenti
Lucinda Williams è una donna coraggiosa. Inarrestabile e fragile allo stesso tempo. Di questo ne ha fatto la sua forza. I travagli della vita la fortificano e le aprono il cuore alla compassione, sentimento con cui abbraccia l’umanità dolente che vede intorno a sé. Non può restare zitta e, tantomeno, restare indifferente. Cosa sta succedendo alla società americana? Quali impulsi primordiali la dominano? È indubbio che gli Stati Uniti stiano regredendo verso una brutalità cieca, feroce, animalesca, da cui affiorano i peggiori istinti. Intere comunità vengono attaccate e distrutte in nome di un autoritarismo violento e autocompiaciuto, che non tiene più in conto il valore della vita umana. Gli eventi più recenti cui abbiamo assistito lo testimoniano. Il razzismo è sempre stato una componente strisciante di questa nazione, mai sopito, un fiume carsico che riemerge periodicamente. Al di fuori degli ambienti liberal e progressisti delle grandi metropoli sulle due sponde, c’è un’America profonda, individualista ed egoista, che non sa reagire al mutare dei tempi, se non arroccandosi in difesa del proprio piccolo orticello. Un paradosso per una società multirazziale per antonomasia. Purtroppo, c’è chi sa sfruttare molto bene queste paure, gettando benzina sul fuoco. È il punto di svolta di questi anni imbastarditi. Qualcosa non è andato per il verso giusto, qualcosa è andato storto. Il titolo di quest’ultimo album non potrebbe essere più esplicativo: World’s Gone Wrong.

La canzone che dà il titolo al disco è il paradigma di un’opera tanto intensa quanto i sentimenti che la animano. La Williams dipinge la vita di una coppia come tante, lui venditore di automobili, lei infermiera. Lavorano sodo, ma tutto sembra una maledizione, le cose si mettono male, ma potrebbero andare anche peggio. È inutile ignorare le notizie, il senso delle cose si è perso. Lui torna a casa distrutto e si chiede per quanto potrà sopportare tutto ciò. Lei si affaccia alla finestra e non crede a ciò che vede, ma ha bisogno di credere che le cose miglioreranno. Si confortano l’un l’altra, lo necessitano ora più che mai. Qui entra in gioco l’autrice e la sua forte empatia per i personaggi che sta narrando: «le giornate oscure si stanno allungando, forza tesoro, dobbiamo essere forti e cercare conforto in una canzone». Lei lo stringe forte a sé, sorridendo dolcemente, invitandolo a mettere su un disco di Miles Davis. Danzano scalzi, cercando di dimenticare i problemi, almeno per un po’, pur sapendo che il mondo ha preso una brutta piega.
Lo sguardo intimo e privato si trasforma poi in una visione più generale in cui si cercano spiegazioni al male imperante. In Something’s Gotta Give è Lucinda stessa a non credere a quello che sta succedendo: la durezza di questi giorni è un carico pesante sulle spalle, l’aria è fredda, i legami si spezzano, le parole restano non dette. Troppa rabbia latente, troppo dolore, lo spirito si è infranto senza che nessuno volti pagina. Un pessimismo amaro sembra avvolgere il brano. Qualcosa deve pur succedere, non può andare avanti sempre così. Aleggiano pericoli e paure, gli occhi sono pieni di ombre, gli argini stanno per rompersi. Nella successiva Low Life si rifugia in un piccolo locale, dove non conoscono il suo viso, i drink sono a buon mercato e il jukebox passa Slim Harpo e Dr. John. Cerca riparo dalla tempesta e trova conforto nella musica per lenire il travaglio interiore.
Là fuori vede un modo che non le piace e sente l’urgenza di fare qualcosa. Prende posizione con un album fortemente politico e di denuncia. Erge la sua voce contro l’apatia e la compiacenza di fronte all’ingiustizia. Una chiamata a raccolta, dunque, un invito a prendersi cura di noi stessi. How Much Did You Get For Your Soul? è il secondo capitolo di quanto già denunciato sei anni fa in Man Without A Soul (Good Souls Better Angels, 2020). Si rivolge a Trump (non viene mai citato, ma il riferimento è esplicito) e non gliele manda certo a dire: «hai venduto l’unica cosa data da Dio, perché hai pensato che ti avrebbe fatto ricco, non sei altro che un inutile impostore». Cita anche il Vangelo di Matteo: «Quale vantaggio avrà l’uomo se guadagnerà il mondo intero e poi perderà la propria anima?». Inevitabile il riferimento a Robert Johnson: «Anche altri hanno fatto l’affare, perché non chiedi a lui come ci si sente?».
Lucinda Williams dipinge lo stato della nazione e omaggia la cultura e la letteratura afroamericana, accogliendone la sua profonda influenza. Lei, figlia di un poeta, in Sing Unburied Sing trae ispirazione dall’omonimo romanzo di Jesmyn Ward in cui la scrittrice americana ritrae una famiglia del Mississippi e critica ferocemente la storia degli Stati Uniti. Nel possente blues Black Tears cita il poema del 1951 Harlem di Langstone Huges in cui il poeta si chiede cosa succede quando un sogno è rimandato. Sono passati più di 400 anni da quando i neri sono stati trascinati forzatamente in America, una lunga strada lastricata da schiavitù, razzismo e pregiudizio. «Lacrime nere riempite di blues, lacrime nere nelle strade, 400 anni sono lunghi abbastanza, per quanto tempo ancora pioveranno?». Quando si avvererà il sogno di Martin Luther King? Appare chiaro che le radici dei mali di oggi vadano ricercate in quelli di ieri.
Mavi Staples, donna altrettanto forte e coraggiosa quanto la nostra Lucinda, la affianca nell’unica cover del disco, cioè la vibrante So Much Trouble In The World di Bob Marley che sottolinea ancora una volta il divario tra i grandi del mondo che navigano sul loro ego e la realtà, noi, gente comune che combatte ogni giorno per sopravvivere. Tutto ciò è sconfortante, nel suo disegno misterioso «che Dio abbia dimenticato la battuta finale?» si domanda atterrita in Punchline.
I due brani finali rappresentano la reazione a tutte le ingiustizie fin qui descritte. La Williams reagisce con determinazione e ci invita ad agire. Freedom Speaks chiarisce che il futuro dipende da noi e dalle nostre scelte: «l’apatia ti accecherà fino a quando non sarà troppo tardi, perciò non darmi per scontata perché sono forte in piena luce, alzati e combatti». La stupenda ballata conclusiva We’ve Come Too Far To Turn Around ospita al pianoforte Norah Jones che accompagna Lucinda alla voce: «siamo qui per testimoniare questa malattia mostruosa, siamo arrivati troppo lontano per tornare indietro». Siamo stufi di tutte queste tribolazioni, abbiamo fissato il diavolo negli occhi ma non desistiamo. Il cammino è ancora lungo ma restiamo insieme e proviamo a deporre questo peso, lo dobbiamo a tutti quelli che si sono sacrificati per la nostra libertà. È un canto corale che, nonostante tutto, induce alla speranza, un inno nello spirito degli Staples Singers che sapevano unire Gospel, Blues e Soul e affrontare tematiche sociali. Il brano è il commento finale di un’opera magistralmente condotta dalla Williams che non esita ad alzare la propria voce e a prendere posizione. È scomoda, com’è e come dev’essere il rock, indomita e ribelle.
Prodotto dal marito Tom Overby e da Ray Kennedy (già alla consolle, insieme a Roy Bittan e Steve Earle, nel capolavoro del 1998 Car Wheels On A Gravel Road) World’s Gone Wrong è declinato in un rock blues tirato ed elettrico, a forti tinte southern, dove la fanno da padrone le due eccellenti chitarre di Doug Pettibone e Marc Ford, supportati a dovere da David Sutton al basso e Brady Blade alla batteria, a cui si aggiungono i significativi interventi di Rob Burger all’hammond. Oltre alle due ospiti già citate, da segnalare la presenza ai cori della country singer di colore Brittney Spencer (ottima voce, che miscela con abilità jazz, soul e country, vedi il suo My Stupid Life del 2024) e l’armonica di Mickey Raphael (l’armonicista di Willie Nelson) che colora magnificamente la ballata Low Life.
La qualità della scrittura e il talento innato di narratrice ribadiscono quanto sia importante la figura di Lucinda Williams nell’attuale songwriting a stelle e strisce. L’autorevolezza con cui si impone alla nostra attenzione è il tratto decisivo che decreta il successo di un album che si colloca ai vertici della sua produzione. Tempestivo nella denuncia, preciso nell’interrogarsi sulle cause di ingiustizia e oppressione, ficcante nelle risposte, World’s Gone Wrong è un accorato appello a combattere per i propri diritti e a non rinunciare alla speranza di un futuro migliore. Non è per niente scontato che, nel 2026, il rock si esprima a questo livello, perciò tanto di cappello a questa splendida rockeuse!
Tracklist:
- The World’s Gone Wrong (Feat. Brittney Spencer)
- Something’s Gotta Give (Feat. Brittney Spencer)
- Low Life
- How Much Did You Get for Your Soul
- So Much Trouble in the World (Feat. Mavis Staples)
- Sing Unburied Sing
- Black Tears
- Punchline
- Freedom Speaks
- We’ve Come Too Far to Turn Around (Feat. Norah Jones)




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