I N T E R V I S T A


Sonia S. parlaci un po’ di Eterea. Com’è nato questo progetto che ha portato la tua voce in territori nuovi?
Sonia Spinello
: Eterea non è stato un progetto pianificato, ma un’urgenza… Ogni brano è arrivato come un respiro naturale, un passo dopo l’altro, come un racconto che si svelava piano tra le mie mani, con una chiarezza che quasi mi spaventava. È la storia di una donna, della sua metamorfosi e della sua rinascita. Ma non parlo di un cambiamento di pelle, parlo di un viaggio che va ben oltre il fisico: è una scoperta spirituale, un risveglio interiore che scuote nel profondo. È il momento esatto in cui finalmente sollevi il volto e guardi il cielo e ti accorgi di quanta bellezza ci circonda. Per me la musica non è fatta di compartimenti stagni, ma è un unico, ininterrotto continuum. Eterea, arriva dopo Flow, Sospesa e altri miei lavori ed è già il seme di quello che verrà dopo. È un ponte, un passaggio necessario in questo flusso che è la vita e l’arte. Quando scrivo, non decido di farlo: ne ho bisogno. La mia scrittura è esattamente questo: un’esigenza che bussa forte, un impulso che arriva e mi trasporta altrove. Non cerco grandi concetti astratti, ma catturo frammenti di esistenza: pezzi di vissuto, incontri che mi hanno segnata, storie che ho attraversato o che mi hanno attraversata. Ogni brano è un frammento di questo mosaico infinito. Comporre per me significa lasciarmi andare, senza freni, per raccontare la verità di un istante. È come se ogni disco fosse un capitolo di un libro che sto scrivendo in tempo reale. È musica che arriva di getto, pura e onesta. Devo dire grazie a Sonia Candellone che mi ha fatto scoprire una musica nuova, aprendomi orizzonti e compositori che non avevo conosciuto prima, con lei ho potuto sperimentare una nuova parte di me e mi sono messa alla prova. Eterea è il risultato di questa unione, due mondi molto diversi che si incontrano e aprono nuove porte, si contaminano e danno vita a nuove sonorità dove potersi sentire libero.

Possiamo definirlo un album minimalista?
Sonia Candellone: Possiamo dire che Eterea dialoga con il minimalismo, ma non si lascia definire esclusivamente in questo modo. L’album, infatti, attraversa linguaggi diversi: accanto ai brani di Erik Satie, spesso considerato un precursore del minimalismo per l’uso di forme essenziali e ripetitive, troviamo le musiche di Graham Fitkin, che unisce i principi del minimalismo a influenze jazz e blues, e di Jeroen van Veen, la cui scrittura è invece più chiaramente riconducibile a questo stile. Per quanto riguarda i brani originali, è vero che alcune tecniche compositive – come la ripetizione, l’accumulo progressivo di note o, al contrario, la loro sottrazione – si ispirano al minimalismo. Tuttavia, questi elementi costituiscono solo una parte del linguaggio complessivo. In questo contesto, la componente strumentale e la voce di Sonia Spinello, che proviene dal mondo jazzistico, convivono e si intrecciano. Anche gli altri strumentisti coinvolti hanno contribuito con momenti di improvvisazione, rafforzando ulteriormente questa dialettica tra scrittura e libertà espressiva, tra minimalismo e linguaggi affini. Ne emerge così una fusione coerente di stili diversi, che rende l’album difficilmente etichettabile in modo univoco.

Nel disco, oltre a voi due che avete adattato e scritto i brani, ci sono tre musicisti che partecipano in alcune tracce. Vuoi raccontarci chi sono e come li avete scelti?
Sonia S.
: In questo album abbiamo avuto il privilegio di coinvolgere tre musicisti straordinari di fama internazionale: Daniele di Bonaventura al bandoneon, Achille Succi al clarinetto basso e contrabbasso, e Piotr Schmidt, trombettista polacco tra i più rappresentativi della scena del jazz nord europeo. Al di là della loro incredibile competenza tecnica, ciò che ha reso speciale questo incontro è stata la loro profonda sensibilità e la naturalezza con cui sono entrati nel cuore del progetto, per me la ricerca timbrica è un punto fondamentale e questi strumenti hanno potuto arricchire le composizioni e aggiungere valore all’intero disco. Sono grata della loro presenza.

Sonia C. Raccontaci la tua passione per la musica classica contemporanea ed in particolare come avete scelto gli autori dai quali siete partite per creare Eterea
La mia passione per la musica classica contemporanea è nata durante gli studi in Conservatorio; negli anni successivi mi sono poi specializzata in questo repertorio grazie alla partecipazione a masterclass e corsi di perfezionamento dedicati. In quel periodo ho avuto anche l’opportunità di conoscere diversi compositori e di lavorare a stretto contatto con loro, un’attività che porto avanti tuttora: un’esperienza preziosa, perché lavorare con i compositori permette spesso di essere parte attiva nel processo creativo, contribuendo alla nascita stessa del brano. Ciò che mi affascina maggiormente è l’esplorazione di linguaggi non tradizionali e di tecniche esecutive non convenzionali: è un ambito che permette di lavorare sul suono e sulla ricerca timbrica in modo profondo. La scelta degli autori per Eterea è avvenuta in modo naturale, seguendo affinità estetiche e sensibilità condivise. Erik Satie è stato un punto di partenza condiviso: un vero e proprio “amore comune”, oltre che il primo autore del Novecento che ho affrontato e di cui mi sono innamorata quando avevo circa dieci anni, agli inizi del mio percorso musicale. Da lì si è sviluppata una ricerca che ci ha portate verso altri riferimenti, diversi ma affini per sensibilità. A partire da questi elementi abbiamo costruito un percorso coerente, lasciando spazio anche alla nostra scrittura originale. L’idea non era quella di proporre una semplice selezione di brani, ma di creare un dialogo tra estetiche diverse, mantenendo un filo conduttore riconoscibile e personale.

Sonia S. Come sviluppi le armonie ed i testi?
Non ho mai schemi fissi quando compongo. Semplicemente mi lascio guidare dal momento: può arrivare prima un testo o può nascere tutto insieme mentre sono al piano. In questo album ho dato molta importanza all’immediatezza, trasformando a volte semplici note vocali registrate in auto e giri di basso registrati al volo in situazioni a volte anche scomode, per strada, mentre passeggio, nei brani che sentite oggi. Tutto è avvenuto in modo spontaneo… È un disco nato con una grande spontaneità composizioni nate a volte nell’arco di poche ore. In una mattina io e Sonia Candellone abbiamo dato forma a due brani tra i più significativi per me, ed è stato naturale. L’ultima traccia del disco l’ho scritta in un’ora, dopo aver riflettuto su un pensiero che mi bloccava: gli arpeggi del piano, ripetitivi e malinconici, rappresentano il rimuginare, i pensieri quasi ossessivi che avevo la necessità di rivelare.

Focalizzandoci sul brano che presentate oggi, per il quale abbiamo il video in anteprima esclusiva, di cosa parla? Cosa volete trasmetterci?
Sonia S.: Time, Don’t Move affonda le sue radici in una suite di tre brani del compositore Graham Fitkin, una scoperta preziosa che devo a Sonia Candellone: è stata lei a introdurmi al suo universo sonoro e alle sue composizioni straordinarie. A livello narrativo, il brano rappresenta un frammento cruciale di questo concept album. Racconta il momento esatto in cui la protagonista percepisce un cambiamento profondo: un istante di consapevolezza pura in cui capisce finalmente di cosa ha bisogno. È un ascolto interiore così intenso che nasce il desiderio di fermare il tempo proprio lì, in quel punto di non ritorno, nonostante la consapevolezza che il percorso futuro non sarà semplice. Non a caso, la suite si trova esattamente a metà del disco: musicalmente e concettualmente, rappresenta la trasformazione vera e propria. Ogni brano della suite è un passaggio necessario, un gradino verso la nuova identità.

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