R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
L’ultimo album del cinquantunenne batterista e percussionista svizzero Florian Arbenz ha la capacità, non comunissima e condivisa con pochi altri, di insinuarsi lentamente tra le maglie della coscienza dell’ascoltatore. Quiet Lights appartiene di diritto a questa categoria speciale, vivendo una densità interiore frutto della condivisione spirituale tra i musicisti e della costruzione di microscopiche tensioni, disseminate dentro una scrittura che sembra avere assimilato — o forse sarebbe più corretto dire metabolizzato — la presenza di due collaboratori, tra cui uno di lungo corso come Greg Osby al sax contralto/ soprano e il nuovo sodale Bill Frisell alla chitarra elettrica. [Di Frisell, OffTopic si è occupata innumerevoli volte tanto che vi inviterei, se siete interessati, a digitare l’eventuale vostra ricerca nell’apposita barra della Home…]. Arbenz organizza un lavoro che si muove dentro un sincretico jazz capace di tenere insieme rigore europeo e libertà espressiva americana, evitando però qualunque deferenza scolastica. La sua idea musicale procede per allusioni, per architetture invisibili ma anche attraverso procedimenti melodico-armonici quasi inusuali nella scrittura di un batterista. Sono i dettagli, inoltre, che meritano attenzione.

Bisogna in effetti tener conto dei controtempi appena suggeriti, dei vuoti lasciati sedimentare e di quelle fratture ritmiche che emergono quasi subliminalmente prima di trasformarsi a volte in uno sciame percussivo di particolare efficacia. L’intesa con Bill Frisell e Greg Osby appare immediata, tenendo anche conto della lunga amicizia che lega tra loro questi due musicisti. Dato che l’album è stato tutto inciso in poche ore – sembra non più di quattro e con pochi ripensamenti – l’esperienza appare ancora più sorprendente. Non c’è nulla di provvisorio o incompleto, al contrario, la musica possiede la naturalezza della necessità. Frisell attraversa il disco con la sua chitarra di squillante chiarità, ma qui, oltretutto, lo strumento evidenzia una funzione ulteriore, con le corde che sembrano generare melodie benevole, sfiorando l’ascoltatore con un’affascinante luce obliqua e creando un continuo stato di sospensione emotiva. Osby, invece, introduce una tensione differente. Il suo sax salmodiante alterna fraseggi improvvisati e subitanee aperture liriche, a volte seguendo una certa linearità espressiva ed altre volte confrontandosi dialogicamente a tu per tu con Frisell. Arbenz resta il centro gravitazionale dell’intero lavoro. La sua percussione non si limita a circoscrivere il tempo ma tende continuamente a trasformarlo. A tratti genera pulsazioni profonde, altrove diluisce il ritmo fino a renderlo quasi atmosferico. Quiet Lights non è un album immediato e probabilmente non desidera esserlo, ma non è nemmeno un lavoro ostico. Richiede un po’ di attenzione, disponibilità all’ascolto, persino una certa predisposizione contemplativa. Di sicuro non siamo di fronte ad un jazz anodino. Arbenz sceglie il rischio di una complessità dalle dinamiche contenute, evitando accademismi e sterili sperimentazioni. Sebbene in alcuni momenti emerga qualche malinconico abbandono che sembra evocare una sottile inquietudine esistenziale, siamo sempre all’interno di un Tempo presente culturalmente saturo e distratto. L’album però non indulge al pessimismo, trasformando le ombre in tensione creativa, in movimento e ricerca. Se The Alpine Sessions (2025) aveva già mostrato la maturità compositiva di Arbenz, Quiet Lights ne amplifica ulteriormente la statura artistica. Questo trio non produce semplicemente improvvisazione contemporanea ma costruisce un analogo sonoro del dialogo umano, fatto di esitazioni, pause, ascolto reciproco, collisioni e riconciliazioni improvvise. In questo senso l’album possiede anche un valore quasi storiografico perché testimonia con lucidità una direzione precisa del jazz europeo contemporaneo, meno interessato alla performance tecnica e più incline alla costruzione di paesaggi emotivi complessi – il jazz nordico insegna.
L’album si concede inizialmente con Homenaje impostando da subito una suggestione ritmica latina che non appare però così scontata. Il sistema percussivo di Arbenz è veramente sui generis, sembra muoversi tra le battute ritmiche regolari inserendo frammenti che entrano ed escono, una sorta di submondo poliritmico di piroette battenti che procede tra indizi tematici lasciati cadere in alternanza da Osby e da Frisell. L’inquieto contralto si allunga in fraseggi dilatati, spesso contornato dai frammenti scintillanti di chitarra. Più che musica vera e propria, a tratti si ha l’impressione di un silenzio chiacchierato, ma mano a mano che il brano procede per la sua strada, l’intento latineggiante emerge in modo più chiaro, mentre l’improvvisazione generale pare avvenire spontaneamente, senza sforzo alcuno. Chant inizia con delle vibrazioni molto basse, forse manovrate dallo stesso Arbenz, o forse da un effetto connesso alla chitarra di Frisell. Il brano pare avere movenze liturgiche, sottolineate anche dalla dolcezza del sax soprano di Osby. Il culto del silenzio viene rappresentato dagli strumenti che lo sanno evocare con lunghe code vibranti, riverberi echeggianti tra immaginarie volte cattedraliche e campanelli che invitano al raccoglimento.

Cambia tutto con Jammin’ in the Children’s Corner per la sua contiguità col free jazz. Il tema di natura colemaniana prevede un unisono iniziale tra chitarra e contralto che è il pezzo forte dell’intero brano. Poi sia Osby che Frisell dialogheranno separatamente con Arbenz in assoluta libertà improvvisativa. Qui però la chitarra non sembra trovarsi pienamente a proprio agio, al contrario del sax. Chiusura con assolo di batteria e ripresa del tema in sincrono tra Osby e Frisell. Lueget vo Berg und Tal è un brano tradizionale svizzero, molto piacevole e melodico, dove la chitarra trova modo finalmente di respirare secondo i suoi metri e le proprie misure. Frisell distende i suoni come sa davvero ben fare accompagnato da profonde note di basso, creando – senza la partecipazione di Osby – valli ed altopiani collocati in immaginari spazi naturali. The Barradas Opening riprende il clima già vissuto in Jammin… con uno schema percussivo più marcato e due linee separate tematiche, la prima impostata per chitarra e la seconda dal sax. Le due strade poi s’incontrano parzialmente in un percorso unico che verrà in parte disatteso per promuovere fasi separate d’improvvisazione. Tuttavia questo continuo ritrovarsi e separarsi dei due strumenti possiede un fascino desueto e avanguardistico che testimonia l’ampiezza dello spettro espressivo di questo album. Si arriva così alla title track Quiet Lights, se vogliamo il brano più potabile dell’intera selezione. Sopra una base percussiva risonante, forse una tin drum, s’allunga un tema portato principalmente dal soprano di Osby attorno al quale Frisell opera con vellutata attenzione. L’improvvisazione che parte circa a metà brano sembra galleggiare nel silenzio per poi riprendere il motivo tematico. Il mood sonoro è privo di coordinate aggressive e qui sia Osby che Frisell si esprimono ai loro massimi. Si sfiorano motivi dal sapore pop rock, probabilmente più orecchiabili rispetto all’intero contesto dell’album. Rhumba esplora ancora la latinità, sempre con un’attitudine ben lontana da visioni scontate. Nella giostra turbinosa delle percussioni afro cubane proposte da Arbenz che s’incrementano dinamicamente procedendo con il brano, sax soprano e chitarra lavorano su un’idea melodica di struggente emotività. Lo stretto dialogare di questi due strumenti spazia a 360° tra note di bassa frequenza, interventi di pedale di Frisell ed il drastico, diretto improvvisare di Osby.
Mi è venuto il dubbio, procedendo nell’ascolto, che forse Quiet Lights potesse essere una sorta di lavoro volutamente lasciato imperfetto. Alcuni passaggi potrebbero sembrare irrisolti, certe aperture restare sospese ed alcune strutture interrompersi proprio quando potrebbero esplodere definitivamente. Ma è precisamente questa incompiutezza controllata a renderlo vivo, umano e disponibile. D’altra parte il significato più profondo di Quiet Lights risiede probabilmente nel suo rapporto con il tempo. Non il tempo metrico, che pure Arbenz manipola con raffinata intelligenza, ma il tempo inteso come diritto alla lentezza in quanto forma ponderata di conoscenza. Quiet Lights appare quasi come una critica circostanziata alle modalità contemporanee dell’ascolto, dove la musica non si offre come oggetto da decifrare rapidamente, bensì come ambiente mentale nel quale poter trovare il respiro giusto per comprenderne il senso. Le composizioni di Arbenz sembrano suggerire che la complessità autentica non coincide con l’accumulo delle informazioni, ma con la capacità di mettere in relazione significati che emergono solo nel tempo e attraverso il tempo stesso. E in effetti l’album non produce alcuna rivelazione improvvisa, ma possiede il dono della sedimentazione. In questo senso Quiet Lights non rappresenta soltanto un riuscito incontro fra tre personalità musicali di altissimo livello, ma testimonia una precisa idea estetica, quella secondo cui ciò che infine conta davvero è la qualità delle relazioni che un’opera riesce a instaurare con chi la incontra.
Tracklist:
01. Homenaje [7:47]
02. Chant [4:54]
03. Jammin’ in the Children’s Corner [4:15]
04. Lueget vo Berg und Tal [4:16]
05. The Barradas Opening [5:28]
06. Quiet Lights [7:13]
07. Rhumba [7:04]






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