R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Senza inutili lambiccamenti elettronici e in modo conforme al suo stile ben riconoscibile, torna l’arpista e poli-strumentista Vincenzo Zitello, un anno dopo Le voci della Rosa, con la pubblicazione del suo nuovo album Graal. Aedo contemporaneo, pur senza l’apporto di un recitativo, Zitello racconta più di quanto si riesca a cogliere dal suo suono. Ad esempio, in questo nuovo lavoro si possono reperire almeno due piani di lettura. Il primo, più manifesto, si rifà alla tradizione delle folk-tales di provenienza bretone, la così detta Materia di Bretagna o Ciclo Arturiano, divenute in epoca medioevale fonte letteraria ordinata in forma più compiuta soprattutto da scrittori come De Troyes (1135? – 1190?) – che immise per altro il tema dell’oggetto Graal all’interno di queste leggende – e Von Eschenbach (1170?-1220?), scrittore e cavaliere egli stesso alla corte di Turingia – che nel suo poema Parzival raccontò l’avventura del più giovane tra i cavalieri di Artù alla conquista del Sacro Calice. Il secondo livello ermeneutico di Graal indica quel percorso d’individuazione di sé che compare in tutti gli album di Zitello e che l’Autore stesso ricerca con ammirevole costanza da tempo.


Come un amuleto anti-nichilista, il senso dell’esistenza, che effettivamente poi esista oppure no, offre un dinamismo cognitivo che scongiura l’inanizione, continuando ad alimentare la sete di conoscenza di ogni singolo individuo. Come si evince dalle note interne del libretto allegato al Cd, poco importa sapere che il Graal sia “...la coppa che raccolse il sangue di Gesù, il calderone celtico della resurrezione o la raffigurazione di un utero materno…”. La simbologia aperta del Graal si equipara alla rosa, al talismano, all’anima mundi dei suoi album precedenti, testimoniando un cammino mentale e/o spirituale la cui direzione è fondamentalmente centripeta. In questo senso Zitello non assomiglia a Merlino, come ho letto da qualche parte, ma mi sembra invece potersi confrontare, in un certo qual modo, con la figura di Parzival stesso. I dodici brani di quest’opera si riferiscono evidentemente ad episodi, luoghi e personaggi cardinali estrapolati dalla leggenda arturiana e sono anche singoli momenti di un’avventura iniziatica che c’invitano a riflettere sulla creazione e realizzazione di un nostro personale destino, seguendo la via del Graal interiore, vera sorgente pulsionale che ci spinge ad essere ciò che realmente siamo. Da sottolineare è il novero di musicisti che aiutano Zitello in quest’occasione. Innanzitutto un nutrito gruppo di percussionisti che provengono da varie esperienze musicali come Gianfranco D’Adda – un lungo sodalizio con Battiato dagli inizi dei ’70 – il batterista e percussionista Simone Colzani, lo statunitense Glen Valez – oltre una quindicina di album da titolare e collaborazioni con Rabih Abou-Khalil, Nanà Vasconcelos, Pat Metheny, Suzanne Vega e molti altri ancora – e Vicky Ferrara al timpano. Sono presenti inoltre Laura Garampazzi alla tromba e all’euphonium, Giovanna Barbati al violoncello, Fulvio Renzi al violino, Mario Arcari all’oboe – già con Roberto Bonati e con i Dissoi Logoi, vedi qui e quiLuciano Moncieri alla nyckelharpa – strumento ad arco che proviene dalla tradizione svedese – Daniele Bicego al flauto irlandese e Raffaele Rinciari al pianoforte. Naturalmente Zitello, oltre la sua iconica arpa, si dedica anche in questo album ad altri strumenti ad arco, a fiato ed a percussione. Ora, sebbene sia pur vero che lo stile ben conosciuto dell’Autore resti sempre un punto fermo nell’evoluzione di questa musica – Off Topic ne ha parlato qualche tempo fa, leggi qui – è altrettanto certo come l’arpista non si adagi mai sugli allori, cercando sempre di dilatare i confini del suo cammino artistico pur restando in gran parte coerente con la storia personale e la propria visone del mondo. L’Autore possiede una capacità rara, nel contesto musicale europeo, cioè quella di sapersi calare in profondità nelle trame dei miti e delle leggende occidentali attraverso uno spettro sonoro che superi il limite tra realtà e trasposizione fiabesca, intrecciando fra loro vibrazioni antiche e moderne. Così avviene per l’arpa celtica, strumento tradizionale per eccellenza, che in questo contesto – ma anche in altri lavori precedenti – si mescola a strumenti di derivazione barocca come gli archi e i legni o addirittura più moderni come la tromba a pistoni e il pianoforte. Il paesaggio strumentale così ottenuto mantiene, utilizzando un ossimoro, una sorta di straniante familiarità che da un lato ci mantiene legati ad una consuetudine storica e dall’altro ci immerge in un mondo magico dove niente sembra essere solo ciò che appare. Inoltre l’insieme strumentale si compone realmente di un clima collaborativo per cui nessun musicista, al di là delle linee guida impostate dall’arpa, sembra prevaricare sugli altri, costruendo una cubatura timbrica molto equilibrata. Insomma, si tratta di un lavoro complessivo dosato con pazienza certosina e caratterizzato, com’è solito fare Zitello, da un sistema di pesi e contrappesi che realizzano un raffinato bilanciamento delle parti in cui, a volte, è persino difficile distinguere con certezza uno strumento da un altro.

Il primo brano dell’album è appunto Graal. Il tema introdotto delicatamente dall’arpa viene duplicato dal violoncello per poi sfociare sopra un letto di altri archi con un lieve accompagnamento melodico del pianoforte. Un buon arrangiamento d’insieme sostiene con una precisa punteggiatura armonica la linea della melodia, pizzicata dalle dita sciolte di Zitello. In Artu sono i legni sovra-incisi dall’autore, flauti traversi in Sol e in Do più il clarino, a sovrapporsi alla melodia impostata dall’arpa. La musica prodotta mantiene una certa orecchiabilità con le trame sonore che si annodano e si sciolgono sempre sul limitare tra realtà e nebbia onirica. Visioni fa parte del bagaglio di escamotage di Zitello, quando gioca, come si è appena detto, sul confine tra verità e illusione. Il tema è affidato agli archi mentre l’arpa sembra accompagnare un gioco musicale in cui s’insinuano a turno il flauto, le percussioni e le note gravi del violoncello. L’elegiaca danza di questo brano si posiziona in una stagione di passaggio tra medioevo e barocco, forse con qualche leziosità ma organicamente coerente con lo spirito che anima l’album. Più affascinante è La Dama del Lago, introdotta dall’incantevole tema portato dall’arpa, raddoppiato – il motivo della sovrapposizione melodica è molto frequente in questo album – dall’euphonium in un primo tempo, poi seguito dall’oboe, dai flauti e dagli archi. La musica segue un andamento liquido e tranquillo, con linee morbide che sembrano quasi riflettere raggi di sole sulla superficie acquea. Morgana si carica di un’aura misteriosa e velatamente inquietante. Si avvertono le vibrazioni basse delle corde più gravi dell’arpa in dialogo con gli archi, in una sorta di scambio di domande e vaghe risposte. Il brano presenta un andamento forse meno lineare del precedente ma la relazione col soggetto stregonesco a cui il pezzo è dedicato ne giustifica il movimento volutamente esitante. Le Querce di Broceliande fanno parte della foresta di Paimpont, vicino a Rennes in Bretagna. Credo che questo luogo, a dire dello stesso Autore, debba aver ispirato in gran parte l’indole fiabesca che pare soffondere questo album. Il brano ha un assetto quasi cameristico, si avvicina ad una architettura strumentale settecentesca con quel pieno d’archi e i suoni rasserenanti dell’oboe d’amore e del flauto traverso. Si prosegue con Lancelot e Guinevere la cui arcaica storia amorosa viene evocata, oltre che dal suono dell’arpa, dalla presenza della cornamusa – anch’essa parte del poli-strumentismo dell’Autore – e dal morbido passo percussivo del tamburo a cornice. Una certa delicatezza sembra circondare i protagonisti di questa Storia, avvolti in un mitologema triangolare che coinvolge anche Artu e che continua a ripetersi come archetipo comportamentale dalle brume del Tempo fino ai giorni nostri. Merzhin, ovvero Merlino, si avvale di una melodia di stampo più classico rientrando in quel clima cameristico prima segnalato grazie all’organizzazione armonica degli archi che, almeno nella prima parte del brano, sembrano allontanare la composizione dai climi bretoni più tradizionali, facendole acquisire un carattere più vicino alla musica di stampo barocco e pre-romantico. A mio parere questo potrebbe essere segnalato come brano migliore di tutta la sequenza. Sir Gawain, ovvero Galvano, attraversa il suo pericoloso cammino iniziatico verso una completa rubedo. L’arpa, con i suoi arpeggi, pare quasi sottolinearne il cauto viaggio iniziatico, tra toni di contrabbasso agiti con l’archetto e il dolente violino di Renzi. Il Re Pescatore vede il ritorno da protagonista della tromba della Garampazzi che lavora sopra un lento giro armonico semplice ed espressivo, anche se nel brano si passa poi attraverso cambi di tempo che ne rendono più dinamico lo sviluppo. Resta ad ogni modo una sensazione di verve rattristante che sottolinea l’ambivalenza – letteraria – della condizione del personaggio. Parzival è in gran parte retto dal bel tema – uno tra i migliori – condotto fondamentalmente dall’arpa e dal flauto, duplicato e raddoppiato dagli archi e dalla cornamusa, con l’intervento, sempre molto discreto, delle percussioni. Avalon chiude l’album con delicata serenità in una combinazione ben realizzata tra arpa ed archi, sulle ultime corde bardiche che si avvertono vibrare in solitudine sul finale.

Realizzazioni come queste dimostrano una mano organizzatrice di rara sottigliezza in cui l’ascolto dei particolarismi e delle sfumature si integra con i più vasti contesti tematici. Zitello lavora in strutture armoniche chiuse, cioè su giri accordali ben conosciuti, riuscendo però a svilupparli in modi a volte imprevedibili ed arricchendoli di accompagnamenti coerenti. L’ipotesi concettuale di un album come Graal soddisfa da una parte l’esigenza di restare in un ambito legato alla tradizione celtica e dall’altro di espandere la ricerca più strettamente musicale, di esplorarne quei sottili meccanismi che regolano tra loro il gioco delle parti. Zitello un mistico? No, piuttosto un alchimista moderno, e devo dire che la creazione dell’homunculus, infine, gli riesce sempre bene.

Tracklist:
01. Graal

02. Artu
03. Visioni
04. La dama del lago
05. Morgana
06. Le querce di Broceliande
07. Lancelot e Guinevere
08. Merzhin
09. Sir Gawain
10. Il re pescatore
11. Parzifal
12. Avalon

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