R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Al di là dei “duplici ragionamenti” o dei “discorsi contrastanti” che la traduzione di Dissòi Lògoi – nome in greco antico del gruppo di cui ci stiamo occupando – indurrebbe a pensare, ciò che colpisce maggiormente, durante l’ascolto di questa ultima uscita discografica Different Traditions, è la molteplicità delle direzioni musicali e culturali accanto all’eterogenea varietà dei suoni. Un vero e proprio terzo occhio si spalanca all’interno della coscienza permettendoci di percepire un passaggio di sensazioni che vanno da un appagato abbandono sensoriale a una vera e propria “eustatheia”, fino a sfiorare livelli più sottili dellla psychè in cui si muovono sottotraccia evocative e dinamiche tensioni interiori. La musica dei Dissòi Logòi è un terreno sedimentato da impronte etniche, jazz, folk, sperimentazioni contemporanee, rock, matrici classiche. È insomma una stratificazione di più livelli esperienziali, una speleologia del profondo, un accesso attraverso una botola segreta verso una ricerca di tracce emotive, echi e suggestioni che credevamo perdute. I suoni trascorrono da momenti di intensa poesia ad altri più intricati e debordanti, gli accostamenti strumentali non esitano a porre fianco a fianco voci nordafricane e orientaleggianti accanto a sferzate di chitarra elettrica, percussioni tribali insieme all’impeto di un basso e batteria di stampo jazz-rock, suoni acustici di pianoforte e strumenti cordofoni mescolati con una grande varietà di fiati. Tra questi ultimi sassofoni, tromboni, trombe, clarinetti, oboi. Insomma un vero e proprio florilegio sonoro che non si trasforma in un’estetica dell’eccesso ma che segue un proprio filo costruttivo, basato sull’emozione ma anche su una logica espressiva rigorosa. Dissòi Lògoi è stato fondato da Franco Parravicini e Alberto Morelli verso la fine degli anni ‘80, il primo essenzialmente bassista e chitarrista, il secondo pianista e polistrumentista. Entrambi attratti e coinvolti da ispirazioni e tradizioni che vengono soprattutto dal patrimonio popolare di diverse regioni mediterranee oltre che africane e indiane.

L’idea di base è stata quella di un gruppo a formazione aperta forte della partecipazione di musicisti eterogenei ma accomunati fondamentalmente da interessi musicali analoghi, senza porsi problemi di barriere culturali e geografiche e senza preoccuparsi di seguire un preciso genere musicale ma lasciando porte aperte al flusso dell’immaginazione e allo spirito di collaborazione. Tra gli strumentisti che hanno affiancato il duo Parravicini-Morelli uno tra i più importanti e presenti è senz’altro Federico Sanesi, tra le anime ritmiche del gruppo ma la ruota di partecipazioni è ben più ampia e tra i numerosi nomi che nel tempo si sono alternati posso ricordare i più conosciuti come Francesco D’Auria, Gabriele Mirabassi, Moni Ovadia, Laura Fedele, Eric Wood, Roberto Mazza ed altri ancora che qui non posso enumerare data la corposità dell’elenco.
Anche in questo Different Traditions – la sesta uscita discografica a nome Dissòi Lògoi – il novero dei musicisti coinvolti oscilla da poche unità fino a una quindicina di elementi, a seconda delle necessità dei singoli brani. La sequenza delle tracce selezionate si sgrana nel tempo, presentando alcune composizioni realizzate e mai pubblicate dagli anni ’80 al 2011 accanto ad altre produzioni più recenti e a un riarrangiamento di parte della Relativity Suite di Don Cherry – pubblicazione discografica del 1973 che precedette il più noto Brown Rice di un paio d’anni, in un periodo in cui il cornettista americano cercava di compenetrare il suo free-jazz alla musica tradizionale indiana e orientale.

Il disco esordisce con Okwa Jemba Ponda (“impara a riconoscere il Tempo”) che vede come co-autore il musicista camerunense Daniel Kolle Semè. Inizialmente il brano si presenta con una serie di accordi tonali al piano, melodici e suggestivi, che mi hanno ricordato certi passaggi del pianista sudafricano Abdullah Ibrahim. Sullo sfondo un accompagnamento ritmico reiterato su cui intervengono i fiati che s’intercalano col pianoforte. La voce di Kolle viene progressivamente isolata e circondata da strumenti tradizionali prima di cedere spazio di nuovo ai fiati che si sovrappongono l’un l’altro con una certa libertà. Riappare il piano quasi in contemporanea coll’oboe suggestivo di Mario Arcari e il tutto svolta verso un senso orchestrale di vasto respiro. Fanfare for the blue planet è una traccia dedicata al tribolato rapporto Uomo-Natura in cui si ascolta l’introduzione di un salterio ad arco suonato da Morelli. Appare, come una inaspettata salienza, l’emozionante oboe di Roberto Mazza che entra in sintonica relazione con il brano attraverso una sequenza di note che stanno tra Florian Fricke e la Third Ear Band a guidare l’intero accompagnamento orchestrale. Il pezzo possiede, nel suo insieme, un’intrinseca malinconia e una sorta di cadenza pessimistica, tra le percussioni di Sanesi e lo spleen disincantato dell’oboe. Delfini 2.0 è realizzato in una formazione più ristretta di cinque elementi. Noto la bella sorpresa dell’intervento al violino di Eloisa Manera che avevo ammirato in quel piccolo capolavoro che è stato Woland insieme a Massimo Barbiero ed Emanuele Sartoris. Una veloce serie di scale pianistiche, la ritmica serrata, la chitarra elettrica di Parravicini spingono l’attenzione verso un jazz-rock che ad un certo punto stacca però la spina, adombrandosi in una serie di suoni improvvisati creando un lungo spazio meditativo dall’atmosfera lunare. Un ponte sonoro in modalità lenta, quasi sognante che prelude poi alla ripresa del suono serrato già ascoltato nella fase iniziale. Compare a questo punto il sarangi, una sorta di violino indiano suonato da Matteo Maltauro che si aggiunge e si sostituisce poi al violino classico della Manera. In Pancha Tantra la formazione si compatta ancora di più focalizzandosi sul trio piano, chitarra, batteria e soprattutto sulla voce di Supriyo Dutta, cantante di origine bengalese formatosi alla tradizione del canto classico indù. Il brano è robusto, pieno di suono corposo ma nel contempo, vuoi per la suggestione vocale, vuoi per l’andamento modale dell’armonia, l’atmosfera complessiva rimanda ad una sorta di richiamo spirituale atavico, sicuramente connesso con la sensibilità mistico-religiosa che proviene dal continente indiano. Molto bella ed efficace la chitarra che in alcuni punti mi ha fatto venire alla mente certi frammenti alla John McLaughlin degli anni ’70 e in altri frangenti la liquidità lisergica di alcuni brani dei Popol Vuh. Un nuovo inizio è una rielaborazione di una traccia già comparsa nel precedente album, il soundtrack di Io sto con la sposa. Anche in questo contesto viene preferita una formazione più compatta a cinque elementi in cui, oltre al trio Morelli-Parravicini-Sanesi compaiono l’oboe di Arcari e i clarinetti di Simone Mauri. La batteria di Sanesi si mescola ad una componente percussiva elettronica, basso e tablas realizzano un ordito sonoro di grande efficacia. L’intermezzo cameristico tra oboe e clarini sovraincisi ha la dignità di un brano classico di primo novecento ma la ripresa delle tablas ci riporta decisamente al nostro Tempo.

Suite is relative è un medley di tre parti della già citata Relativity Suite di Don Cherry. Dopo un eufonico inizio in totale strumentazione acustica con piano, flauti bansuri, percussioni e la voce della vibrafonista Clara Zucchetti, il brano decolla sopra un riff incisivo e diventa elettrificato e ben tirato prima di affrontare la parte forse più scura e free – ovviamente stiamo parlando sempre di un riferimento a Don Cherry – in cui emergono i fiati e soprattutto la tromba di Luca Calabrese. Non facciamo in tempo a sintonizzarci sull’onda free che subito ne siamo distolti dal sitar di Parravicini e veniamo proiettati in un clima quasi hippie con i luccichii delle percussioni in un tema che si ripete gioiosamente veicolato dalla tromba e dall’accompagnamento degli altri ottoni. In Mentre il mondo intorno a lui impazzisce la formazione si contrae nel trio con Morelli all’harmonium, Mazza e Parravicini, anche se ci sono sicuramente delle tracce sovra incise di oboe. Il titolo del brano proviene da una citazione raccolta dal libro del premio nobel per la letteratura Gao Xingjiang, “La montagna dell’anima”. La musica è asciutta, quasi spiritata, cristallizzata sottovuoto come un haiku sonoro. Poche battute espressive, come le sedici sillabe del componimento poetico giapponese. Alessandrina Indoappenninica – anche questo, come titolo, non scherza – è fagocitato dalla presenza squillante del piffero – oboe della tradizione popolare del nord Italia – e della cornamusa che disegnano un’antica danza presa dal repertorio tradizionale dell’Appennino ligure ed emiliano. Le tastiere e le tablas creano un curioso ibrido che a tratti sembra appartenere geograficamente alle nordiche brume britanniche, più che agli Appennini o alla valle dell’Indo. Un brano curioso, francamente un po’ anomalo nel contesto dell’intero lavoro ma dotato di uno spirito allegro che invita, di per sé, al ballo. Dissòi Logòi è quasi un progressive con l’intrigante sequenza di assoli di Steve James al violino, di Roberto Mazza col suo oboe vagamente debussyano e, dulcis in fundo, Paolo Fresu in un misurato intervento alla tromba. Un lungo cammino mi riporta indietro nel tempo sulle tracce degli anni ’70, tra le follie elettroacustiche dell’Incredible String Band e i profumi di patchouly. Tutto il brano è percorso internamente dalle inquietudini sperimentali di quegli anni e un alito di serena pazzia soffia tra le trame strumentali. Bello e divertente come rivedere una foto di gruppo del liceo.

Lavoro impegnativo, dunque, questo Different Traditions. Complesso per l’organizzazione strumentale e portatore di una labirintica bellezza che richiede attenzione costante per non perdersi tra i continui e svariati stimoli sonori di una musica proteiforme. Dobbiamo anche sottolineare l’unicità di un lavoro di questo tipo, dettato dalla passione e dalla sperimentazione che non cerca alcuna accondiscendenza ma si presenta per quello che è, un fiore un po’ selvatico dai colori accesi e dal profumo stordente.

Tracklist:
01. Okwa Jemba Ponda
02. Fanfare for the Blue Planet
03. Delfini 2.0
04. Pancha Tantra
05. Un Nuovo Inizio
06. Suite Is Relative
07. Mentre Il Mondo Intorno a Lui Impazzisce
08. Alessandrina Indoappenninica
09. Dissòi Lògoi
10. Un Lungo Cammino

Photo © Laura Marcolini