R E C E N S I O N E


Recensione di Riccardo Talamazzi

Il dilemma più complesso, nell’affrontare il problema del Male, riguarda proprio il monoteismo. Come può un unico Dio che è sommo bene ed infinito amore concedere spazio al Male? Un tema, questo, che ha interessato non solo la filosofia ma anche l’arte in molte sue diverse forme. In questo specifico contesto è la letteratura con il romanzo di Bulgakov, il “Maestro e Margherita”, a raccontare in un affascinante affresco pubblicato postumo negli anni ’60 la critica satirica al sistema comunista sovietico, persecutore, come tutti i regimi assolutisti, della libertà d’espressione. In una sorta di rovesciamento del gioco delle parti sarà proprio la Russia degli anni ’30 a rappresentare il Male mentre Woland – il diavolo – con la sua compagnia di demoni, paradossalmente costituirà il riscatto del Maestro, cioè lo scrittore perseguitato dal potere su cui s’incentra la storia di Bulgakov. In questo fascinoso disco di Massimo Barbiero, Eloisa Manera ed Emanuele Sartoris, tre musicisti di livello internazionale con alle spalle esperienze musicali composite, si cerca di rendere una storia complessa come quella dell’autore russo attraverso una sintesi operata dalla musica per mezzo dell’incredibile batteria di Barbiero, del sapiente e spesso struggente uso del violino della Manera e del pianoforte di Sartoris cui spetta il difficile compito di legare tra loro i dialoghi dei personaggi tratti dal romanzo e tradotti simbolicamente in dinamiche strumentali. 

L’atmosfera surreale ed inquietante costruita da Bulgakov recupera qui un’ambientazione di primo ‘900 in cui la musica riflette le esperienze colte della prima metà dello scorso secolo, imbevute di un’astratta modernità dove la coperta della tradizione cominciava a diventare troppo corta e le attrazioni atonali iniziavano a comparire qua e là manifestando gran parte delle tensioni che caratterizzeranno poi l’intero periodo storico. Ma soprattutto il ‘900 è l’epoca dell’inconscio, il vero protagonista dissimulato del romanzo di Bulgakov. La psicoanalisi getta uno sguardo dal ponte e cerca di decifrare l’oscurità che le si presenta. Oltre questo limite, già intuito dal Romanticismo un secolo prima, s’intravede il profilo obliquo e grottesco del modernismo, l’arte astratta di Kandinsky, le forme raggelate del cubismo e la ridiscussione degli equilibri musicali con la dodecafonia di Schonberg.
S’inizia con Abadonna, – l’ebraico Abaddon – brano dedicato al demone della distruzione e della guerra e siamo subito in un contesto impressionista, umbratile, attraversato da qualche sprazzo di luce che farà da quinta teatrale in tutto il proseguo del lavoro, con il violino della Manera che traccia un graffito di continua e dolente sensazione in fondo all’anima. Si continua con Hella, l’unico personaggio femminile della congrega demoniaca di Woland, introdotto da un accenno del violino che rimanda alla Sharazade di Rimskij Korsakov, sottolineando l’aspetto mellifluo e seduttivo della strega-cameriera del diavolo. Un altro, breve, velato accenno a Mussorgskij all’inizio de Il maestro e poi ci si avventura in una serie di forme complesse, strutturate una nell’altra come un sistema di matrioske. La traccia seguente, dedicata a Margherita, è forse il brano più romantico o comunque più luminoso dell’intero disco in cui le ombre s’attenuano e l’amore tenuto nascosto dal Maestro fa presagire che esso potrà alla fine diventare libero e manifesto. Il ritratto di Woland si rispecchia in una serie di arpeggi di piano, forse un rimando a Scriabin, illuminato da luciferine percussioni di piatti e sonagli che accendono come lampi il profilo inquietante del diavolo. La Suite dei tre demoni, pur con un inizio gradevolmente melodico, s’infervora in una serie di mulinelli ritmici e dissonanze che valgono a sottolineare la drammaticità del momento. L’ultimo frammento dell’opera, quel Pilato che costituisce nel romanzo di Bulgakov un ulteriore racconto all’interno della trama principale è un brano carico della tristezza del pentimento a cui va soggetto lo storico personaggio evangelico, sottolineato da un canto a mezza voce della violinista, quasi a sostituire per un momento il suono del violino stesso con quello più solidale della voce umana.
Ci troviamo, in definitiva, al cospetto di una sapiente rivisitazione del passato che tradisce amore incondizionato per un periodo storico e geografico pur con poche concessioni alla contemporaneità, manifestando quindi, nello stesso tempo, pregi e limiti compositivi. Un disco difficile e proprio per questo, nella sua originalità e nell’intenzione del progetto, meritevole di un ascolto attento e consapevole.

Tracklist:
01. Abadonna
02. Hella
03. Il maestro
04. Margherita
05. Woland
06. Suite dei tre demoni
07. Pilato