R E C E N S I O N E
Recensione di Riccardo Talamazzi
Un certo amore per il minimalismo è indubbiamente tra le caratteristiche preferite dalla saxofonista tedesca Nicole Johänntgen. Lo dimostrano sia la scelta di formazioni idonee ad una strumentazione essenziale sia la pubblicazione di alcuni suoi album nei quali ha lavorato in completa solitudine. Come ad esempio Solo (2019) e Solo II (2022) che hanno visto come protagonista esclusivo il sassofono e inoltre Piano (2023) dove l’artista ha messo a frutto creativamente anche i suoi studi di pianoforte. La Johänntgen sembra non avere timore di esporsi senza rete, appoggiandosi solamente al proprio contralto o facendosi supportare da pochi – e spesso insoliti – strumenti. In effetti nel 2023 l’Autrice ha lasciato un’altra notevole traccia di sè con Labyrinth, di cui Off Topic si è recentemente occupata proprio qui. In questo nuovo Labyrinth II, rispetto al precedente, non ci sono sostanziali cambiamenti di contenuto musicale né tanto meno di formazione. Anzi, riguardo a quest’ultima, l’organico rinuncia anche agli interventi di susafono – una specie di basso tuba ma grosso due volte tanto – di Victor Hege, rimanendo in un asciutto ensemble a trio, con i già collaudati Jon Hansen alla tuba e David Stauffacher alla batteria e alle percussioni. Quindi nessun strumento armonico tra le mani di questo gruppo e una tuba al posto dell’usuale contrabbasso.

Si lavora con pochi elementi, tutto sommato anche con un limitato numero di note e varietà ridotte di timbri strumentali. Eppure la musicista tedesca accetta i rischi impliciti in formazioni triadiche di questo tipo e riesce ad attrarre la nostra attenzione preservando un certo suo personale candore espressivo ricco di sfumature, evitando di andare insistentemente fuori binario con sperimentazioni armoniche che casomai restano solo occasionali. Anzi, alle volte vi aggiunge una punta di leggero humor – forse condizionato dalla sonorità borbottante e sorniona della tuba – che contribuisce ad una lettura leggera, anche se certamente non banale, del contesto musicale. Le note stampa allegate alla presentazione dell’album indicano che la genesi di questo Secondo Labirinto pare aver richiesto più attenzione e un maggior lavoro di cesello, rispetto alle composizioni presenti nel precedente Labyrinth registrato più di getto. La musica della Johänntgen resta comunque poco prevedibile nonostante la quota della parti scritte sembri essere in equilibrio con le componenti legate all’improvvisazione. Il risultato è un mosaico sonoro in continuo divenire, senza mai sacrificare la coesione né la forza espressiva della musica proposta. Si ascoltano quindi brani di funky latino alternati ad abbozzi di blues e di soul, frammenti disseminati di jazz contemporaneo – che in alcuni momenti ricordano il nostro trombonista Gianluca Petrella – tracce melodiche addolcite da climi familiari o incupite da improvvisi rannuvolamenti malinconici e infine momenti labirintici dalle misteriose finalità, tutti avvolti da un impercettibile stato tensivo che pare non volersi risolvere mai in modo definitivo. Le note sembrano pensate e soppesate ad una ad una, i tempi spesso s’impennano in agogiche increspature per poi sospendersi in inaspettati silenzi. Si crea quindi un vero e proprio paesaggio sonoro nel quale le pause acquisiscono uguale valore rispetto agli stessi suoni. Tutti e tre i musicisti hanno inoltre piccoli, brevi spazi di ribalta in cui si esprimono a tu per tu col proprio strumento sull’altare dell’improvvisazione. In tutto questo, il sax dell’Autrice suona come una voce a volte squillante ed altre volte oscura e magnetica, interagendo e declinandosi col suono rotondo e cavernoso della tuba. Aggiungerei inoltre una nota sull’inaspettato colorismo apportato dall’utilizzo sapiente delle distillate e inafferrabili percussioni che sono un indispensabile trait d’union per i due strumenti a fiato.
With Love, come brano d’apertura, vede svilupparsi un andamento melodico piuttosto lineare partendo da una semplice base percussiva, con il sax che tratteggia un tema raddoppiato dalla voce dell’Autrice. Un soul-pop in mid-tempo letto in una filigrana scarnita dalla struttura ABA, dove dapprima la tuba e poi il sax s’impegnano in assoli molto controllati e misurati con cura. Spinge un poco di più l’escursione del sax mentre il brano dimostra, in totale, una sua particolare grazia espressiva. Elephant Walk elegge la tuba come protagonista iniziale facendole intonare un simpatico riff di note che volendo, e con un po’ di fantasia, farebbero pensare al passo un po’ pesante ma nel contempo delicato d’un pachiderma. Il tema sibillino orecchiabile impostato dalla Johänntgen ha un non-so-che di frivolezza, così come le percussioni lignee che si avvertono a sostegno. L’assolo del contralto è un subbuglio di movenze attraverso cui la tuba s’inserisce con un efficace contributo contrappuntistico. Le percussioni aumentano le dinamiche innescando una sorta di temporaneo crescendo e sembra che il suono di Hansen si raddoppi mentre il sax si lancia in un assolo turbinoso. Si finisce in un rallenty collettivo, senza ritornare sui propri passi tematici, per cui il brano offre di sé una dimensione sì divertente ma al contempo un po’ squilibrata. Headbang è un intrico che germoglia da un contro-tempo di batteria, con la tuba animata da una spinta pulsionale e il sax che accorcia le sue note in un tema inizialmente frammentato. L’assolo che ne segue viene impostato dalla Johänntgen con qualche vibrazione medio-orientale nelle prime fasi, per poi seguire un cammino autonomo in pieno clima contemporaneo, direi anche piuttosto free. Si chiude con il ripescaggio del tema sfaccettato presente in principio dl brano. The Voice of the Saxophone è un breve assolo incantatorio dell’Autrice che gioca qui con la dolcezza dell’emissione di fiato. Si tratta anche di una dimostrazione di controllo sullo strumento, con melodia fluttuante nell’aria, portatrice di una inaspettata e subitanea malinconia. Bluebird origina anch’esso da una matrice percussiva sulla quale il sax disegna con calma un tema senza fissa dimora, leggero come un volo. Tace quasi la tuba, relegata in sottofondo, con le sue note materiche ancorate alla gravità terrestre, lasciando più libero il contralto di alleggerirsi nell’aria, tra scampanellii e tamburi ovattati.

Pandeio Sing it Baby credo si riferisca, anche per via del coretto a più voci e delle percussioni avvertibili, al pandeiro, un tamburello utilizzato in Brasile. Il brano si maschera dietro un’aria festaiola vissuta però con una certo distacco europeo, lasciando spazio verso l’ultima parte a Stauffacher che se la sbriga con le sue percussioni. When You Breathe sembra tra i pezzi più interessanti dell’album con una base di tuba che intona un riff funkeggiante e il sax a seguire uno schema armonico basato su una struttura che va dal I° al IV°, simulando un abbozzo di blues. L’assolo della Johänntgen sta al gioco e improvvisa con criterio, senza esporsi a salti, in un brano molto piacevole che sfuma in un refolo di fiato. Segue Hark, una breve improvvisazione di Hansen alla tuba che mostra tutto il suo sorprendente lato melodico e struggente. Waves II viene così chiamata per distinguerla da Waves che si trovava nel primo album Moncaup (2015). Questa volta è il sax che introduce il brano, subito seguito dalla tuba. Le percussioni sporadiche non alterano il sottile equilibrio meditativo di questa traccia, dove la Johänntgen sfodera l’aspetto più soft per ciò che riguarda la sonorità del suo contralto, mentre Hansen ci fa percepire tutta la matrice terrosa del suo strumento. In Honor of Arthur Blythe è un omaggio all’omonimo sassofonista statunitense, musicista avventuroso, a tratti iconoclasta, scomparso nel 2017. Ed un po’ di questa carica free emerge tra gli spigoli musicali del brano, con una parte scritta suonata molto bene all’unisono dal sax e dalla tuba. Qui la batteria si fa sentire accompagnando le lunghe improvvisazioni ad intreccio dei due fiati, nel loro surfeggiare ai quattro lati della performance. La chiusura riprende l’unisono di cui sopra e ci fa capire come le tensioni dell’Autrice siano multi-direzionali. Colores è interamente un intermezzo improvvisato dal percussionista Stauffacher che si diletta tra tamburelli, campanule, piatti e quant’altro. Courtship Dance, nonostante l’inizio apparentemente frammentario e un po’ funky, nasconde un tema anche cantabile sciorinato con grazia dal sax, precedendo un lungo assolo di tuba che sembra un basso elettrico impegnato in un groove suonato con la tecnica dello slap. Brano melodicamente sfacciato e coinvolgente. Ultimo pezzo è Muchas Gracias, un divertissement in cui il sax pare godersela senza freni sopra una base di rullate dall’impronta militaresca. La tuba non è da meno ma cambia l’assetto percussivo sullo sfondo, conferendo al brano un profilo latino, animato però da un filo di sottile umorismo.
Labyrinth II è un’opera per certi versi intima e per altri esuberante che non lascia comunque indifferenti. Anche se mi verrebbe troppo scontato definire labirintico quel senso di disorientamento che lascia all’ascolto l’insieme dei brani, non trovo aggettivo migliore al momento per descrivere questa sensazione, se non quello suggerito dal titolo stesso dell’album. Resta ad ogni modo l’impressione che la Johänntgen sia perfettamente in grado di creare atmosfere rarefatte da contrapporre ad altre più dense, anche se mi piacerebbe poterla ascoltare in ambiti maggiormente allargati, magari con più strumenti al seguito, per poter cogliere ulteriori appunti dalla sua musica.
Tracklist:
01. With Love
02. Elephant Walk
03. Headbang
04. The Voice of the Saxophone
05. Bluebird
06. Pandeiro, Sing It Baby !
07. When You Breathe
08. Hark
09. Waves II
10. In Honor of Arthur Blythe
11. Colores
12. Courtship Dance
13. Muchas Gracias
Photo: Cover + 1 © Nicole Pfister, 2 © Franziska Rotenbuehler






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