Phil Cody – Cody sings Zevon (2014 – Appaloosa Records/IRD)

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Articolo di Andrea Furlan

Quando l’ombra stava scendendo inesorabile sulla sua vita, Warren Zevon trovò la forza di comporre un ultimo, struggente album. The Wind è stato una sorta di testamento, un’ultima rimpatriata con gli amici per prepararsi al viaggio finale. Si accomiatò con compostezza e dignità come solo i grandi sanno fare. Tienimi nel cuore ancora un po’ sono le sue ultime parole, cantate in forma di preghiera, quasi avesse paura di essere dimenticato. Naturalmente ciò è impossibile, tanto l’uomo e l’artista hanno significato per la musica. Le sue canzoni sono un patrimonio da tutelare, un’eredità da custodire gelosamente e conservare con amore.

Ecco ciò che ha fatto Phil Cody: un atto d’amore incondizionato nei confronti dell’amico con cui ha condiviso una parte di cammino, che è stato fonte di ispirazione ed esempio di coerenza e indipendenza artistica. A Cody sta a cuore innanzitutto catturare l’artista conosciuto da vicino, l’uomo schivo, lontano dai riflettori, il songwriter acuto e sopraffino che sapeva cogliere nei suoi personaggi stralci di vita e istantanee con tale immediatezza da renderli memorabili. Accantonato quindi l’immaginario stereotipato del ribelle, vengono invece messi in luce gli aspetti meno appariscenti, ma più veri, di un artista unico e inimitabile. Il folk-singer, non la rockstar, dice Cody, Nebraska non Born to run. Il ritratto che ne esce coglie l’essenza del pensiero musicale di Zevon. Non cerca il confronto ne tantomeno l’imitazione (da cui ne sarebbe uscito sconfitto), quanto piuttosto la via dell’interpretazione personale che, senza particolari stravolgimenti, va dritta al dunque, senza fronzoli, com’era Zevon. Una bella sfida, che Cody ha colto con intelligenza. Il pianoforte, le chitarre elettriche, l’impeto rock delle canzoni originali, lasciano ora spazio ad una parca strumentazione acustica su cui si innesta la voce sofferta del loner, traducendone in linguaggio semplice, ma estremamente efficace, lo stile. Qui sta il fascino del disco, nell’atmosfera fumosa e raccolta di un piccolo club dove si radunano gli amici per imbracciare la chitarra e lasciare che la musica sgorghi liberamente dal cuore.

A dieci anni dalla scomparsa, Zevon non ha beneficiato di molti tributi, ricordo solo Enjoy every sandwich del 2004. A Cody va quindi il merito di mantenere accesa la fiamma e di far si che anche le giovani generazioni abbiano la possibilità di conoscere un autore straordinario, la cui influenza è stata di fondamentale importanza. Inciso tra l’estate e l’autunno dello scorso anno, il disco è frutto di poche take, registrate per lo più in presa diretta. Quando si hanno le idee chiare non serve altro. Interamente suonato e cantato da Cody insieme al fidato Steve McCormick, entrambi impegnati alla voce e alla chitarra, vede gli sporadici interventi di pochissimi altri strumenti: qua e la troviamo la batteria di Andy Kamman, il basso di Eric Lynn, il mandolino di Matt Cartsonis e il piano di Owen Bucey. Tutto molto stringato. Le dodici canzoni con cui Cody rilegge il reportorio del grande californiano sono spogliate di ogni esteriorità e ridotte all’osso. Riviste in chiave folk, nel solco del tradizionale songwriting che fa capo a Townes Van Zandt e Guy Clark, rifulgono in tutta la loro bellezza. A colpire è l’intensità della partecipazione, la sincerità con cui Cody si accosta ad esse, come se stesse contemplando con riverenza dei diamanti e fosse investito dalla loro luce. L’effetto è affascinante: dall’iniziale Boom boom Mancini sino alla conclusiva Desperados under the eaves è un susseguirsi continuo di emozioni, vuoi per l’intrinseco valore dei brani, vuoi per la bravura di Cody nel restituire loro una dimensione molto intima attraverso un’interpretazione davvero sentita. Spiccano così, oltre ai due pezzi già citati, le stupende Splendid isolation e Mutineer, suonate in punta di penna con i preziosi ricami di bottleneck e armonica, la rarefatta, corale Roland the headless thompson gunner, per non dire di Heartache spoken here, sottolineata dalle note solitarie di un banjo, e l’evocativa Don’t let us get sick.

Cody & Zevon

Cody sings Zevon è uno dei più bei tributi pubblicati di recente. Un plauso quindi all’italiana Appaloosa Records per aver creduto nel progetto, dandogli la visibilità che merita. Il disco infatti era disponibile dall’inizio dell’anno solo in formato digitale, scaricabile dal sito dell’artista stesso. Phil Cody non è un autore molto prolifico: dopo il promettente esordio del 1996 con The sons of intemperance offering, che aveva fatto gridare al miracolo come una delle più belle prove in campo cantautorale dell’ultimo scampolo di secolo, aveva fatto perdere le sue tracce, tranne un paio di altri lavori minori. Speriamo perciò che questa possa essere l’occasione per farlo conoscere ad un pubblico più vasto. Le ultime notizie lo danno pronto per un tour e, chissà, con del nuovo materiale originale. Nell’attesa godiamoci questo piccolo tesoro, un ascolto obbligatorio per gli amanti di Zevon e un biglietto d’ingresso privilegiato al suo mondo per chi ancora (ahimè sfortunatamente) non conoscesse l’arte dell’excitable boy.

http://philcody.blogspot.it

www.appaloosarecords.it

Leggi anche la recensione di: Looking Into You: A Tribute To Jackson Browne

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