Iosonouncane @ Init Club, Roma. 16 aprile 2015 [opening act: i Nauti]

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Testo di Sabrina Tolve, foto di Rachele Baglieri

La serata è calda.
Il palco dell’Init è ancora vuoto, non fosse per gli strumenti musicali, un paio di computer, e uno schermo gigante con cui si presentano, in lettere maiuscole, i Nauti, che apriranno il concerto di Iosonouncane.
Il suono arriva puntuale rispetto alle comunicazioni dei barman, in ritardo di un’ora e mezzo rispetto, invece, alla comunicazione su Facebook. Ma poco importa.

Il pubblico si accalca, mantenendo, però, una sorta di distanza di sicurezza dal palco, mentre tre giovani, maglietta rossa e casco da astronauta in testa, si presentano in scena.
Io li conosco, I nauti. E sono bravi, davvero bravi. Il misto di musica elettronica, pop e rock, e ottime intuizioni, me li ha fatti conoscere – almeno musicalmente – nell’anno della loro nascita, il 2013.
Accompagnano i pezzi molte immagini sullo schermo alle loro spalle e, toltisi i caschi, in qualche modo questi giovani caduti sulla Terra da chissà quale galassia, ci trascinano in un mondo altro, uno spazio-tempo diverso, nell’epoca di mezzo tra i Joy Division e i New Order ma qui in Italia.
La musica incalza, si balla da seduti, ma in piedi sono pochi i coraggiosi a ondeggiare a suon di musica. In qualche modo presentano anche il loro nuovo e primissimo EP, Nautomatic, visto che la scaletta corrisponde esattamente all’album (se volete ascoltarlo, e ve lo consiglio, cercateli…).

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I Nauti vanno via dopo i loro bei sei pezzi, e mentre i tecnici preparano il palcoscenico, il pubblico, riscaldatosi, si serra contro le casse che fanno da perimetro alla scena. C’è chi siede un po’ dove capita, chi fuma, chi si scola una birra o un cocktail. Ad ogni modo, tutti attendono lui.
E lui arriva, sprezzante, fumando una sigaretta. Gira sul palcoscenico, che in pochissimi istanti diventa suo, e ci guarda, tra il fumo della sua sigaretta e il fumo che si estende nel locale.
Ecco: forse il fumo è troppo. Ad un certo punto l’aria si fa pesante, lui si toglie il giubbetto, gente inizia a disfarsi di cardigan e magliette. Fa caldo, caldissimo, e c’è praticamente la nebbia.
Sembra di stare in pianura padana.
Molta gente si tappa il naso, c’è chi esce per poi rientrare dopo il primo pezzo, chi si lamenta degli occhi rossi.
Ma non importa. Iosonouncane prende posizione al suo tavolo da chirurgo musicale, e Tanca ci ferisce i timpani coi suoi bassi e i canti a tenore.
La voce di Jacopo arriva pulita e potente, e si trascina per tutto Die, musicato magistralmente nonostante, si dice, l’impianto avesse qualche problemino.
Paradossalmente, questo non ci interessa. Il suono non sarà perfetto, ma lui lo è.

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Siamo tutti lì, sotto il palco, ai suoi piedi e col naso all’insù, a godere della sua musica, a cibarci delle immagini di quest’uomo sardo che sembra giocare e divertirsi con loop station e campionature varie.
Alla fine di Mandria, quando lui esce e va via, il pubblico non si schioda, ancora ipnotizzato, e inizia a urlare. In primis perché c’è una chitarra sola soletta sul palcoscenico, e in secondo luogo perché non ci basta. Lo rivogliamo tutti in scena.
E lui torna.
C’è chi gli chiede Giugno fino allo sfinimento, chi I superstiti, ma lui prende la sua chitarra e attacca con la sigla di Un posto al sole. Ilarità generale, prima che inizi una versione molto, molto estesa de La macarena su Roma che cantiamo solo in tre. Sì che i suoi testi sono complicati, però… bene. Lasciamo stare le polemiche.
Segue Il corpo del reato e mi risollevo sentendo altre voci oltre alle solite.
Lui ci dà dentro, non si risparmia, suda e fuma – fuma tanto -, di tanto in tanto beve.
Parla coi presenti, condivide le sue sensazioni rispetto alla serata, ride e scherza e il pubblico è contento ma contenuto, nonostante gli applausi si succedano a ogni fine brano, a ogni pausa che Iosonouncane si concede.
Il concerto, però, finisce sul serio. Lui saluta con un gesto secco della mano, e va via per davvero.

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In breve il locale si svuota. Restiamo in pochi, a prendere i resti – o quel che rimane -, di una serata fantastica, e di uno Jacopo Incani sicuro di sé, e capace, e meritevole di avere il successo che ha.
Die è un capolavoro, un pezzo di letteratura, un tesoro prezioso.
Ascoltarlo dal vivo dà a testi e musica maggior spessore. Ed è bello esserne consapevoli, ed aver fatto, per poco più di due ore, parte di qualcosa di così grande.
Non smetterò mai di ringraziare Iosonouncane. Gli avrò detto grazie fino allo sfinimento, ma non importa. Capirà. Capirete.

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