Cesare Malfatti @ Auditorium Demetrio Stratos, Milano. 2 Ottobre 2015

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Articolo di James Cook, immagini sonore di Andrea Furlan

Una città esposta è il nuovo disco di Cesare Malfatti, un progetto nato da lontano, nel maggio 2014. Saputo che Alessandro Cremonesi (terzo componente dei La Crus) stava elaborando un’idea in grado di legare sei opere d’arte milanesi ai sei mesi di Expo, Cesare ha pensato che le stesse potessero diventare il tema di altrettante canzoni. Selezionati i relativi provini musicali li ha mandati a diversi autori. Non ricevendo riscontro per diversi mesi, ha temuto che il progetto sarebbe rimasto nel cassetto. Questo finché Francesco Bianconi non ha inviato due testi (composti con l’aiuto di Kaballà): “L’ultima cena” (ispirato al dipinto di Leonardo da Vinci) e “Concetto spaziale” (ispirato alle tele di Lucio Fontana). In seguito anche autori quali Paolo Benvegnù e lo stesso Cremonesi sono diventati parte del progetto. L’album è stato completato con l’apporto di altri sette pezzi scritti rispettivamente da Luca Gemma, Luca Morino, Gianluca Massaroni, Luca Lezziero e Vincenzo Costantino Cinaski. Complessivamente tredici brani: sei legati ai mesi dell’expo e a capolavori dell’arte cittadina, sette rappresentanti opere nascoste e storie particolari che hanno avuto modo di svelarsi proprio con l’uscita di questo disco. Cesare non nasconde la speranza che questa esperienza possa, in un prossimo futuro, essere esportata anche in altre città. Anche di questo disco, come per gli altri lavori solisti di Malfatti è stata realizzata un’edizione particolare e personalizzata acquistabile contattando direttamente la sua mail.

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Dopo la presentazione del 20 settembre alla serata finale del Milano Film Festival, ho avuto il piacere di partecipare anche al set negli studi di Radio Popolare, dove si inaugurava la nuova stagione dei live in auditorium condotti da Niccolò Vecchia. In un ambiente piacevole, che già predispone al buon ascolto, i musicisti sono risultati decisamente affiatati e la resa sonora ottimale, trasmettendo così tutta l’essenza del progetto, che ne è uscito ancor più valorizzato nella parte musicale. Rispetto ai precedenti lavori di Malfatti, questo album si è affidato di più all’elettronica, che dal vivo è stata curata da Chiara Castello. Oltre a suonare synth e ad utilizzare la Loop station con la voce, ha cantato e, non fermandosi un secondo, ha portato un po’ di magia sul palco con le sue movenze da folletto. La chitarra elettrica di Cesare è stata supportata dalla ritmica di Leziero Rescigno (già suo compagno nei La Crus), sempre impeccabile alla batteria. La voce quasi sussurrata di Cesare è risultata il collante ideale fra le sonorità moderne ed i testi intimi, profondi, spesso ricchi di poesia. Durante la serata la scaletta del disco è stata riproposta per intero, intervallata dalle domande di Niccolò, per trasmettere, anche ai più distratti, la forza delle idee che l’hanno generato.

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Tra gli episodi che più mi hanno colpito sicuramente “Il quarto stato” (ispirato all’omonimo quadro di Pelizza da Volpedo) con lo splendido testo di Benvegnù a richiamare l’attenzione sulle nostre paure nei confronti di coloro che, anche nel nostro presente, sono “una marea in discesa… stanno arrivando, indossano miseria negli sguardi corti e l’incrollabile terrore di perdere ogni cosa, vogliono mangiarci, vogliono tutto, ma non ci avranno”. Toccante anche “Mozart (il figlio)”, realizzata con Luca Gemma, che da voce a Carlo, erede del compositore austriaco e al profondo disagio di sentirsi a confronto del celebre padre “solo un figlio, un impiegato, che il genio non ha mai toccato…”. Inquietante ed intenso il testo firmato da Bianconi e Kaballà con il quale sono descritte tutte le sfumature di sentimenti che pervadono “l’ultima cena” con i tredici apostoli. Mi hanno incuriosito anche alcuni “racconti di vita “ milanesi, in particolare quello di Bob Noorda, architetto olandese naturalizzato italiano, che ha creato diversi lavori grafici per gruppi famosi quali la Rinascente, Coop, Feltrinelli. Ma anche la narrazione, resa fortemente suggestiva dal testo di Vincenzo Costantino Cinaski del “Tombon de San Marc”, angolo dimenticato della città in cui, negli anni ’30 sono avvenuti molti suicidi per amore. Tutti i brani si sono susseguiti con eleganza, conducendoci in un viaggio “culturale urbano” che è diventato una preziosa opportunità non solo di riflettere sull’importanza di piccoli e grandi capolavori che si trovano a Milano, ma anche di entrare in contatto con personaggi e storie del passato che, raccontanti in forma canzone, sono tornati del tutto attuali.

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[Grazie ad Ellebi per il grande aiuto]

 

 

 

 

 

 

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