Pollio: ecco il mio humus

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Intervista di Luca Franceschini
Immagini sonore di  Andrea Caristo [scattate al Serraglio, Milano, il 3 novembre 2016]

Incontro Fabrizio Pollio a fine ottobre un bar vicino a casa sua, a Milano. “Humus”, il suo primo lavoro da solista, sarebbe uscito il 4 novembre e il giorno precedente lo avrebbe presentato dal vivo al Serraglio, sempre a Milano. Quello che è successo agli Io?Drama me lo spiegherà lui stesso di lì a poco. Non è comunque la parte più interessante di questa chiacchierata: ho infatti davanti a me un artista, ma soprattutto un uomo che ha tutta l’entusiasmo di ripartire per una nuova avventura; questo ritrovarsi dopo essersi perso, prima ancora che le considerazioni sul passato, è ciò che mi ha colpito di più di tutte le parole che sono state pronunciate.
Non è stata un’intervista canonica: mi ero ascoltato il disco per una decina di giorni e avevo preparato una bozza di domande, ma poi la conversazione ha seguito la sua piega naturale; inevitabile quando si ha davanti uno come lui, che non solo è loquace di natura, ma che è soprattutto una persona interessante, con tante cose da dire e da condividere.
La riprova ne è che ho acceso il registratore non appena ha cominciato a parlare: abbiamo iniziato ricordando una band italiana che entrambi conosciamo bene e che si era sciolta da qualche anno. Ne è nata una riflessione su che cosa vuol dire oggi fare i musicisti e portare avanti una carriera mettendo insieme ambizioni artistiche e capacità di sopravvivenza.

In quei casi forse bisogna avere sia l’onestà intellettuale che il coraggio di capire che quel progetto lì non ti sta facendo vivere, che noi siamo esseri umani e dobbiamo anche vivere, non possiamo avere tutti i santi in paradiso. Quindi se quel progetto non ti fa vivere, te lo tieni come passione da coltivare. Poi magari non ce la fai e finisce che togli, ma in realtà non è una soluzione obbligata: in realtà un gruppo potrebbe anche esistere per sempre, diventare di culto, solo che nel frattempo fa un sacco di altre cose, anche musicalmente e ogni tanto esce con un disco e suona in giro. È una cosa che si può fare, il problema  è che è faticoso, frustrante anche, ci sono dentro anch’io e lo so, non è detto che siano tutti in grado di farlo.
Ultimamente ho seguito un artista chiamato IAMX,fa una sorta di techno Pop, ed è uno molto indipendente nel modo di fare; non lo conoscono in molti in Italia, in generale non fa massa da nessuna parte, però è un po’ che va avanti con la sua carriera, fa tour in Messico, Russia, America, ovunque arrivi ha un pubblico appassionato anche se non numeroso e lui anno dopo anno fa questa vita qui, fa un disco e va in tour. Chiaro, non si farà i miliardi, ma di sicuro è contento di fare quello che fa, non ha mollato anche se non è mai emerso del tutto. Non è mai diventato “Pop”, non è mai esploso nelle radio. E oggi questo è un tipo di carriera che è anche interessante da augurare, credo.

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Che poi è anche la carriera della maggior parte degli artisti, oggi. Tolti certi nomi, alla fine la maggior parte degli artisti non arriva oltre un certo tipo di livello… l’altra sera ero a sentire i Minor Victories e ok, a parte il progetto parallelo, non è che un gruppo come gli Slowdive faccia chissà quali numeri e anche Editors e Mogwai, hanno una grossa fan base, ma non sono certo realtà così importanti..
Ma certo! Guarda anche uno come Lee Ranaldo, che è ancora lì con la sua chitarrina a girare il mondo! Se tutti quanti fossero ai livelli di Celine Dion, per dire, sarebbe un puttanaio, non avrebbe senso! È così che devono andare le cose, no?

Senti, a questo punto devo farti una domanda per forza: ma con gli Io?Drama cos’è successo? Perché il comunicato non era esplicito, però non lasciava neppure troppo spazio all’interpretazione…
In realtà il comunicato diceva esattamente quello che volevo dire. Recentemente sono andato a rileggerlo, perché molta gente veniva da me a dirmi: “Ma allora vi siete sciolti?” e questo non è scritto! Nessuno di noi aveva la volontà di sciogliersi. Casomai, il tutto è iniziato 12 anni fa e adesso ci ritroviamo avendo tutti più di trent’anni, siamo altre persone rispetto a prima, per cui nel momento in cui Io?Drama ha smesso di essere per tutti la priorità, poiché tutti avevamo  voglia di sperimentare altro, abbiamo deciso di comunicarlo ai fan dicendo che ci saremmo fermati per un po’, dedicandoci ad altri progetti, sperando che questo ci avrebbe riportato a fare dischi con lo stesso spirito che aveva sempre contraddistinto gli Io?Drama.
Ma questo perché noi abbiamo sempre fatto i dischi votati al 140% a noi, agli Io?Drama. Nel momento in cui questo si stava perdendo, per la voglia di fare altro, di viaggiare, di fare pausa, quello che vuoi, abbiamo deciso di dirlo perché nessuno ci ha mai visto assentarci dalla scena per troppo tempo. Sai, oggi tutti ti seguono su Facebook per cui è antipatico lasciare una pagina ufficiale priva di aggiornamenti per troppo tempo, senza far capire che cosa stai combinando. Non volevamo lasciare nessuno in sospeso, abbiamo scritto insieme questa cosa per sentirci più liberi e per non tradire il senso di responsabilità che tutti ci sentiamo di avere nei confronti di chi ci ha sempre seguito.
Quando e se ci sarà un’altra occasione, tra uno o due anni, ci rinchiuderemo per un mese nello studio e nascerà un disco, lo prenderemo e lo pubblicheremo, come abbiamo sempre fatto. Ma questo non è il momento, punto.

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Non si potrebbe dire che c’è stato anche un discorso di delusione: nel senso che forse gli Io?Drama non sono venuti fuori come vi aspettavate? Voglio dire, dopo il terzo disco l’hype che si era generato in precedenza attorno a voi è un po’ venuto meno, mi pare…
E’ indubbio che l’hype sia stato più alto sul secondo disco, ma è vero che era anche tutto un altro tipo di mercato. Considera che gli Io?Drama sono nati all’interno del mondo Punk perché siamo usciti per Tube Records. Ai tempi tutto questo “Indie”, se ci pensi, non era ancora nato. Era il 2006 più o meno e tutto questo movimento ha cominciato a prendere piede, con Rockit e altri, proprio in quegli anni. Noi giravamo suRocksound, Ondarock e altri circuiti, in quanto appunto eravamo un gruppo uscito per Tube Records.
“Nient’altro che madrigali” non aveva creato hype nel mondo dell’indie, cosa che invece è successa con “Da consumarsi entro al fine”, che ha generato quel grande movimento di pubblico di cui dicevi tu.
Poi le cose sono andate scemando a livello di mercato, anche per quelli che facevano il nostro genere. Noi eravamo più legati al mondo del rock, rispetto ad altri artisti legati al mondo del cantautorato e io credo che sia stato questo a farci perdere pubblico…

Nel senso che i vari Dente, Colapesce, Brunori, si sono presi la fetta più grande di mercato? 
Era il loro momento ed è anche giusto che fosse così. Ci sta, mi accorgo io stesso che l’ambizione di fare il cantautorato sopra un tessuto musicale prettamente rock, era già stata realizzata da gente come CSI, Afterhours, Marlene Kuntz, bisogna anche ammettere da chi provieni. Per dire, io i Marlene non li ho mai ascoltati tanto ,ma non posso nascondere il fatto che c’è uno che si è messo a scrivere sopra quei muri sonori lì. È esistito Ferretti, è esistito Agnelli , che adesso è giustamente giudice a X Factor, dove viene riconosciuto come personaggio pubblico per una carriera in cui non ha mai mollato un colpo! Allora, lui può fare quella roba lì, mentre io Pollio, che non sono Agnelli, che ho vent’anni in meno di lui, devo andare avanti, spostarmi. Quindi, forse all’epoca gli Io?Drama erano già legati ad un mondo che stava fisiologicamente lasciando il passo ad altro.
Non è una mia tendenza quella di mettermi in coda a nessuno, per cui mi sono subito messo in gioco assieme a tutti gli altri, perché noi abbiamo sempre fatto tutto assieme, uniti, duri e puri fino alla fine. Per cui ci siamo ripromessi: “Facciamo il nuovo disco!”. Perché “Mortepolitana” in realtà era una coda di “Da consumarsi entro la fine”. E ci siamo detti: “Cosa facciamo? Dobbiamo accodarci ai cantautori? No, facciamo ancora più gli zarri, perché la nostra anima è questa!”. Per cui, produzione modello Pop su canzoni alternative, un sound ancor più potente, mettendoci anche l’elettronica, che ci è sempre piaciuta.

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Che è poi quello che io ho apprezzato di più di “Non resta che perdersi”, come avevo scritto anche in sede di recensione… 
Un disco che, senza richiedere niente e senza sputtanarsi, ha girato per due mesi con due singoli su Virgin Radio. Vedi che roba? Siamo arrivati a Virgin Radio con l’album che a noi sembrava meno rock! Quindi alla fine l’artista deve farsi i suoi trip perché poi il mercato è tutta un’altra cosa! Io potrei anche dirti che voglio fare i dischi che so, alla Miley Cyrus, e poi finisce che spacco tra i metallari! Perché l’artista è un filtro, quello che ci esce, esce comunque a modo suo. I critici devono per forza incasellare, ma per quel che mi riguarda, io posso anche ascoltare musica classica e partorire folk, no?

Che poi è un po’ Folk questo disco, non trovi?
Sì è Folk perché… aspetta un attimo, ho risposto alla domanda di prima?

Sì, in pratica sì, ti stavo chiedendo se…
Ah no aspetta, c’è un’altra parte della storia da raccontare! Dicevo, abbiamo fatto “Non resta che perdersi”, dopodiché durante il tour ci siamo forse resi conto che avevamo chiuso un cerchio. Non ci andava più di stare a certe regole che prima ci piacevano, legate anche all’ansia di promuovere il disco, ora avevamo più voglia di coltivare le nostre passioni per la musica, ognuno si è messo a fare le sue cose, come se fossimo tutti dei monogami della musica. Era giusto così, in fin dei conti, e infatti il disco, profeticamente, si intitola “Non resta che perdersi”. Quando alla stampa diedi la descrizione del disco, dissi che perdendosi si capiscono le cose, si ritrova la strada.
Credo che in fin dei conti anche la delusione dell’avere meno pubblico ai concerti, il fatto di avere sempre a che fare con l’ignoranza di certi promoter, alla lunga ci abbia demotivato: non avevamo più vent’anni e certe cose pesano…

Quindi c’è stato anche questo fattore…
Certo, questo fattore c’è stato, sarei bugiardo se negassi il contrario. La delusione è forte, quando sei una band puoi essere più forte e sopportare tutto, oppure moltiplicare il tuo dolore assieme a quello degli altri. Questa cosa nelle band è traumatica, siamo tutti fratelli, tutti uniti, si mangia la stessa merda e quindi alla fine finisce sempre che in quattro, in cinque, mangi molta più merda di quella che puoi mangiare da solo. Perdonami l’immagine pulp ma è così, perché poi cresci e la vita urge, ci sono i problemi concreti, gli affitti, le bollette… è bello eh? È bello vivere la vita vera! Però certe cose, quando vivi così, inevitabilmente cominciano a pesare, magari cominci anche a sentirti più sbagliato, a non fare più la musica come la vorresti fare…
Siamo entrati a bomba, come Io?Drama, il primo concerto abbiamo fatto 300 persone perché così doveva essere. Adesso abbiamo chiuso un cerchio: un itinerario che ha avuto un punto massimo poi andato in calo, ma che con l’arrivo a Virgin Radio, nonostante tutto, si è guadagnato anche un riconoscimento di qualità. A quel punto: chi vuole ci ascolti, non potevamo fare di più…

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Avreste potuto anche continuare così, però…
Certo, un altro disco, un altro tour e avremmo riempito ancora l’Alcatraz senza problemi. Però non era la cosa che sentivamo di dover fare, non avrebbe avuto senso…

Passiamo al tuo disco. Lo sto sentendo da un po’ di giorni e l’ho trovato davvero bello. È anche un lavoro molto eterogeneo e questa secondo me è una ricchezza, apprezzo particolarmente gli artisti che sanno mettere così tanta varietà e trovo che abbia una personalità forte, un lavoro che ha tutte le qualità per restare, in un’epoca in cui si fa fatica a capire cosa rimarrà in futuro, dove il futuro rischia già di essere l’anno prossimo, tra l’altro…
Sì certo! Pensa che io, che ho sempre ricordato tutti i nomi dei gruppi, i dischi, le canzoni, adesso con tutto questo Spotify ci sono dei momenti in cui faccio fatica ad orientarmi!

Anche i testi sono molto belli. Anzi, da questo punto di vista ci ho trovato proprio una bella maturazione: hai sempre scritto bene,  però ho avuto come l’impressione che dopo gli esordi, in cui scrivevi cose molto più letterarie, di maniera, passami il termine un po’ negativo, ti sia pian piano spostato verso la vita vissuta, fino ad arrivare a “Humus”, dove riesci a parlare di te e del tuo mondo in maniera veramente lucida, sincera… è un disco che parla della vita, come dicevi tu prima: un disco che parla della vita concreta, nel suo senso più “drammatico”, dove l’aggettivo è usato in senso positivo, letterale, nel senso di qualcosa che accade, che succede…
Beh, s’intitola “Humus”, quindi direi che è verissimo quello che hai detto: se ci pensi, Humus è la componente del suolo che permette la vita ed è fatto di morte, perché è fatto di tutto quello che muore, marcisce e poi crea quella componente grigia, marrone, che più ce n’è e più il terreno è fertile…

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Allora partiamo da qui: “Da consumarsi entro la fine” conteneva molta rabbia, declinata soprattutto in senso sociale. “Non resta che perdersi” era più interiorizzato, ma era lo stesso un disco molto arrabbiato. Qui invece parli molto più di te, mi pare. Si potrebbe dire che quando uno si accorge che la vita urge, preferisce più parlare di quello, piuttosto che parlare di come sta andando la società?
È una domanda interessante, non me l’ero mai posta. Verrebbe facile risponderti che è così, invece non ne sono troppo convinto perché, se ci pensi, quelli che parlano sempre e solo dei problemi sociali, forse lo fanno perché hanno dei super problemi nella vita personale,quindi sono sicuro che tra gli alfieri di qualsiasi lotta, tra i mille invasati di change.org, per dire, in mezzo a tutti questi sicuramente ci sia gente che si è accorta della vita come uno schiaffo in faccia, più di me!
Il fatto è che per me fare un album è sempre stato dire una volta per tutte le cose in faccia, senza per forza doverle ripetere. “Da consumarsi entro la fine” rappresenta un momento di grazia per me, un momento in cui il mio filtro artistico era totalmente libero e ha lasciato uscire quella roba lì. Anche col manierismo, certo, però canzoni come “Nel naufragio”, “Dafne in tangenziale”, “Auto aut aut”, “Quello che lasci”, “Gregor Samsa”, “Sinuosa”… tutto è marchiato a fuoco. Era marchiato a fuoco anche dal contesto sociale in cui vivevo. A quei tempi ero appena uscito dall’università, ero molto attivo a Milano, giravo dappertutto… era la mia vita dei 23-25 anni, una vita dove stavo scoprendo la città, ero andato via di casa, mi scontravo coi primi problemi, però parlavo di sociale perché fondamentalmente a quei tempi pensavo proprio che tutto il problema fosse sociale. Sai, girare nei cortei ti fa pensare che tutto il problema stia lì, però io ho sempre amato la filosofia e quindi continuare a pensare che la colpa sia di un altro non mi soddisfa, capito cosa intendo? Per cui, se avessi avuto l’anima sociale di genere come Lo Stato Sociale o gli Zen Circus, sicuramente avrei continuato con quell’andazzo. Quello invece è stato un momento della mia vita, profondo e marchiato a fuoco, che adesso resta sempre nel mio modo di ragionare (mi interesso sempre di politica, ci mancherebbe!) però la differenza è che ora non ho più voglia di mettermi in cattedra. A 23 anni  hai voglia di farlo ma a 32, quando hai visto quanto ti sta sul cazzo la gente che si mette in cattedra, le cose cambiano. Quando riascolto quel disco riconosco il mio stato di grazia, ma c’è anche la figura dell’artista che guarda dall’alto in basso gli altri.  Adesso non lo faccio più: non sono convinto di poter insegnare qualcosa a qualcuno, sono molto più convinto che io possa dire la mia e aspettare di essere ascoltato da qualcuno che, se vuole, può farlo.
La vita è la mia, la racconto e se qualcuno si sente vicino a me ascolterà, magari si renderà conto che io e lui abbiamo capito la stessa cosa. In pratica, anziché insegnare alla gente, che è una cosa che non mi piace, mi fa paura, ho preferito lasciare aperti dei canali nella mia scrittura, che se qualcuno li ascolta, può capitare che si senta meno solo. Per me questo è abbastanza. Lo diceva anche Lou Reed, se non sbaglio, che la gente ascolta canzoni per sentirsi meno sola. Ecco, mi piace l’idea di scrivere canzoni per questo motivo qui.
È una cosa che oggi sembra assurda, con tutto questo Facebook, queste notifiche che arrivano in continuazione e che ti danno l’illusione di non essere  solo. Sembra assurdo, perché quando ti arriva una notifica tu magari hai la faccia seria e scrivi: “Ahahaha!”. Io che la ricevo sto pensando che ridi, ma non è detto che tu lo stia facendo. Quando invece sei nella tua stanza e da Spotify  parte una canzone che ti colpisce, sei solo e in quel momento provi una sensazione che senti solo tu. Ecco, il mio modo di scrivere ha preferito cercare quella roba lì, ultimamente.
Vedi, pezzi come “L’amore ai tempi del precario” sono molto sentiti, rappresentano il modo esatto in cui io sentivo la vita. Oggi non è più così, ho smesso di odiare a caso. Pensa che sono arrivato a 32 anni senza aver mai fatto una rissa! Senza aver mai tirato un pugno a nessuno! Ci crederesti?

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Oh sì, anche per me è la stessa cosa!
E come ti senti? Io preferirei continuare così! Come mio papà, che è morto a maggio dello scorso anno, una persona pacifica che ha capito che tu puoi anche fare una lotta, ma finché poi non esci fuori nel tuo quartiere e la gente non ti sorride, non è che poi puoi pensare di risolvere il problema della Siria… al suo funerale c’era un sacco di gente, ha fatto un overbooking esagerato, e non era uno appariscente, però ogni mattina usciva col suo cane e andava in giro per il paese, a Seguro, qua vicino, dove sono nato e cresciuto, parlava con tutti, dedicava un minuto a ciascuno. Tutti mi dicevano: “Mi sorrideva ogni mattina”. Ma tu sai che sforzo fare una cosa così? Poi in realtà non è uno sforzo, ma sai quanto è difficile, soprattutto qui?
Ecco, a un certo punto io ho preferito dedicarmi a questo ambito della vita, tutto qui.

È bellissimo, in effetti, perché è l’unica cosa vera.
Io lo so che le cose si cambiano con la politica, ma non ho studiato abbastanza per mettermi a fare politica. In un mondo in cui tutti prendono Facebook e scrivono la loro stronzata, io ho pensato di non dire la mia, visto che non sono un esperto vero. Se poi mi esce nei testi è perché davvero la sto sentendo sulla pelle ,ma non mi vado a informare su una cosa per poi fare il mio pamphlet del cazzo quando magari c’è gente valida che potrebbe dire meglio la stessa cosa. Mi sono semplicemente tolto dall’impaccio che questo parlare tutti di tutto ha reso sempre più insopportabile.

Ne “Le vite degli altri” canti” “Quando cazzo è che arriva il mio momento?”. È un po’ di tempo che sto cercando di capire che cosa è successo a questa generazione, anche se poi io e te siamo molto più vicini rispetto ad un venticinquenne di oggi. Però, mi pare che i giovani di oggi abbiano una posizione disillusa tipica di chi ha ricevuto delle promesse che non sono state mantenute. Tutto questo poi non si è tramutato in rabbia, come è accaduto negli anni ’90. Se pensi anche a certi gruppi rock, i Nirvana hanno sfogato la loro frustrazione in una modalità che oggi forse non sarebbe più possibile. Oggi vedo molta più apatia, rassegnazione… non so se è la stessa cosa che hai voluto esprimere tu con questo brano…
Molte volte nei miei testi ritrovo una sorta di rapporto da cane e gatto con il sogno americano, che a mio avviso resta qualcosa di negativo, sempre. Però, come ti ho detto prima, non mi interessa dare sempre la colpa a qualcosa di esterno: il sogno americano esiste, è lì, però se ti fai convincere il problema è anche tuo, no? Voglio dire, pensa a Vanna Marchi: va bene che era una truffatrice, però bisognava essere messi male per farsi truffare da lei… la cattiveria che ho in “Generico” nel dire che “è una questione di evoluzione”… poi io nei testi sono molto più cattivo di quanto sono nella vita reale, però ad un certo punto, di fronte a certa gente, ti viene proprio da dire: “Sai che c’è? Estinguiti!”. Del resto c’è tutta un’impostazione scientifica, quasi darwiniana, in questo disco: dalla copertina, al video de “Le vite degli altri” con i topolini…

Non l’ho ancora visto, tra l’altro…
Eh, vallo a vedere, è molto bello, tra l’altro l’ho realizzato interamente io… comunque, tornando alla canzone e alla domanda che mi facevi, il discorso di “Quand’è che arriva il mio momento”: tutti viviamo in continuazione nell’attesa che arrivi il nostro momento. Il momento della rivalsa, per dire. Quando la gente era in guerra aspettava che arrivasse il momento dell’armistizio… capito? Adesso siamo tutti qui col momento! Il momento! Ognuno deve avere il suo momento personale, intanto ci passa davanti la vita e non ce ne facciamo un cazzo… siamo sette miliardi di umani (e come dico in “Generico”: sette miliardi di anime non fanno un mondo), penso che andremo per gli otto, però non è che tutti possiamo avere… cioè, se il momento di ciascuno di noi, di sette miliardi di esseri umani fosse la gloria eterna, non ci sarebbe né il tempo né lo spazio per contenerci tutti, non trovi? Quindi è il caso che ci viviamo il nostro momento nella vita di tutti i giorni, no? “Quando cazzo è che arriva il mio momento?” Canto. E rispondo: “Magari è già qui e non me ne rendo conto”. Magari nella mentalità che il nostro momento non è esattamente il sogno americano, io in questo momento sono davvero una persona felice, ma siccome sto pensando al sogno americano, non me ne rendo conto. Oppure, come hai detto tu, è stato ai tempi di “Da consumarsi entro la fine”… è passato, “ma ancora me lo ricordo”. Perché sembrava sogno americano, no? E alla fine mi manca? Sì che mi manca! Prima mi hai chiesto se ho visto un calo? Sì che l’ho visto, il calo, e l’ho preso nel culo: fa anche male “ma lo ammetto solo a me stesso e nessuno se n’è ancora accorto”. E stiamo qua ancora che quando vengono a vedermi pensano che quello sul palco sia un dio… ma io non sono un dio. Non lo ero prima e non lo sarò neppure se divento Vasco Rossi, capisci? Quindi, la consapevolezza di tutto quello che ti ho detto adesso è stata messa ne “Le vite degli altri”. Davanti a Facebook!

Spiega meglio, cosa c’entra Facebook?
Io ho questa cosa viscerale che quando mi passa davanti la Home di Facebook, soprattutto nei primi anni, con tutti che aggiungevano gli amici e quindi vedevi le foto profilo, in realtà vedevo tanti piccoli necrologi. Mi sembrava che le persone volessero dare agli altri la loro foto migliore come se fosse il loro lascito al mondo. Finalmente sperimentavano anche loro il fatto di essere pubblici. Finalmente anche loro erano pubblici, non solo Pippo Baudo! E ti trovi a guardarli tutti e succede che tu (ma sto parlando di me, è la mia esperienza), ai tempi in cui non c’era Facebook, eri un ragazzo che veniva dalla provincia di Milano e si era messo faticosamente su un palco. Poi era arrivato MySpace dove potevi avere la tua pagina per far ascoltare quattro canzoni. Sembrava bello, no? Però, questo ragazzo che era arrivato così, si rendeva conto che improvvisamente tutto il mondo era pubblico come lui, e magari  sembrava che la vita di tutti gli altri fosse anche migliore. Guardi tutte quelle pagine, tutti quei profili e magari pensi: “Ma guarda, lui ce l’ha fatta di più, quella foto ha 250 like, guarda dov’e oggi, è a New York…”. E soffri, e dici: “Anch’io ero in tour, una volta”. E non ti viene in mente neppure che questo qui, poverino, magari è il primo viaggio che fa nella vita. Magari questo è stato per 35 anni a curare la madre malata di SLA e poi è andato un giorno a New York, tu lo vedi e finisci che lo invidi… ok? E non ho citato cose a caso, credimi. È così, capito? La vita è così. Per cui mi son detto: “datti una ripigliata!” Ed è nata “Le vite degli altri”.
E da quel momento ho smesso di fare quell’errore lì. Un errore che avevo cominciato ad avvertire e ad esprimere in un pezzo degli Io?Drama, molto trascurato perché molto brutto, che si chiama “Il mio profilo”…

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Beh dai, non è così brutto…
Si accoda, dai. È un pezzo che si accoda. Volevo dire la mia anch’io su Facebook, l’ho fatto ed è uscita una stronzata!Non è all’altezza delle altre e mi dispiace, d’altronde io sono cresciuto con gente come De André, che finché il pezzo non era certificato al 100% non era contenta, per cui…

Nel disco ci sono altri due pezzi che mi hanno colpito molto e che in generale mi sembrano i due brani più Pop del disco. Innanzitutto mi è piaciuto molto che ci sia questo accostamento tra episodi più Folk ed altri più smaccatamente diretti, commerciali, se vogliamo… comunque “Nessun dogma”, con quelle basi elettroniche veramente tamarre, mi sembra volutamente esagerata, una sorta di auto parodia che però nel contesto ci sta benissimo… e poi “Incompiuta”, che è un po’ più delicata ma che anche lei, con quel suo ritornello molto immediato, rientra in questo canone…
In poche parole mi stai chiedendo della mia componente zarra…

Eh, praticamente sì…
Allora, innanzitutto guarda da dove provengo! Questo è il mio Humus, qui è pieno di zarri! Siamo nel baggese, quando ero ragazzo andavamo in discoteca la domenica e questo ambiente, questo stile di vita, rispecchia la mia personalità. Io non sono il classico milanese tipo certi miei amici del centro, sempre vestiti precisi. Io sono di Seguro, vengo dalla provincia, per cui ho dentro un po’ di quello zarraio lì, non disdegno l’opera di David Guetta, piuttosto che Alan Walker, che è uno che mi è piaciuto molto ultimamente. Mi piace pure sentire chi fa quel genere lì, non ho studiato al conservatorio, non sono un raffinatone, mi sono formato musicalmente anche ascoltando ciò che di volta in volta girava nelle radio e quindi  i producer come Guetta, Skrillex e questa gente qui. Trovo che siano bravi, non perché hanno successo, ma perché sono brillanti, anche come produzioni. Ho quindi voluto mettere questi suoni in “Nessun dogma” che abbiamo prodotto io e Iacopo Pinna in Sardegna, divertendoci molto: avevamo davanti il mare, il tramonto, avevamo voglia di qualcosa di “viaggiante” e quindi è nato questo suono qua, con un gran tiro. Per di più la tematica è molto delicata, le metriche sono molto difficili, è incalzante, il concetto difficile da seguire, quindi abbiamo preferito darle questo aspetto danzereccio, anche per non incastrarci troppo nella cerebralità del testo.

E invece “Incompiuta”?
Quello è probabilmente uno dei capitoli più vecchi del disco, assieme a “Il figlio malpensante”. È nata qualche anno fa, ha avuto diverse evoluzioni, ma l’idea di quell’arrangiamento, di quell’andazzo tribale ce l’ha sempre avuto. Da quando l’ho scritta per chitarra e voce avevo in testa che avrebbe dovuto spaccare in quella maniera lì, con quel tiro Power Pop, diciamo. Poi si sente dentro anche altro, è molto estrema, molto alternativa per certi versi; non abbiamo fatto la ballad classica, abbiamo creato un pezzo evocativo, un po’ da banda. Per quella canzone mi serviva una banda che…

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In effetti ci sono un sacco di fiati…
Sì, ci sono ottoni, ci sono tamburi, volevo che fosse una marcia trionfale. Lo spirito di questo disco, che ritrovi anche su “Oggi è domenica” e su “Angelus” è, come ti ho detto prima, il continuo contrasto tra il fatto che tutto ciò che muore sul suolo lo rende fertile, nascerà altro, e che questa è una cosa naturale, quello che uno come me può aspettarsi dopo la morte. Voglio dire, se divento Humus mi va bene, non è che mi prende male, capito? Vivrò la mia vita e poi mi consegnerò al suolo, no problem! Quindi, marcia funebre, marcia trionfale, marcia funebre, marcia trionfale; e la banda fa da fil rouge nel concetto di alcune canzoni. “Oggi è domenica”, “Incompiuta”, “Angelus”: tutte esplodono con un tiro: paraparaparapapa (canticchia un ritmo schioccando le dita NDA).

Che poi tra l’altro “Oggi è domenica” e “Angelus” sono pure la prima e l’ultima canzone del disco…
Certo! Non è fatto a caso: in “Oggi è domenica” c’è un cuoco, che ovviamente è un personaggio dietro cui ci sono io che ti sto raccontando. Inizia dicendo “bibite” che è quello che dice Cristo nell’ultima cena: “Prendete e bevetene tutti”. Però uno non penserà mai che stia dicendo quello per cui dice: “Bibite, volevo dire vivere, passami il sale volevo dire passata”. È uno che è in cucina e sta preparando il pranzo, perché è la domenica, è “l’unico giorno senza predica” per cui dopo aver mangiato si trascorrerà questa giornata. Poi dice: “È stato un anno lungo, masticando lento buttiamo giù di tutto, perfino un lutto, piuttosto che un piano di fuga perfetto, ma lo voglio dire soltanto a te come preparo il soffritto”. Capito? È lui che è in cucina e sta facendo la preparazione della domenica, all’alba. È un album che a livello cronologico potrebbe coprire uno spazio che è tra le sei del mattino e mezzogiorno, perché “Angelus” è a mezzogiorno. L’angelus si recita all’alba, a mezzogiorno e al tramonto e quello del mezzogiorno è proprio quello del papa. Questo oltretutto è l’anno del Giubileo e io ho voluto fare una sorta di escalation laica, diciamo, quello che potrebbe essere il mio concetto di perdono e misericordia. C’è un piccolo filo conduttore della tematica religiosa che va da “Oggi è domenica”, a “Nessun dogma”, ad “Angelus”. È un trittico che passa attraverso tutto il disco e ovviamente la morte di mio padre è stata fondamentale per fare da collante a tutte queste tematiche.

Spiega meglio…
“Oggi è domenica” l’ho scritta il 2 novembre, cioè il giorno dei morti dell’anno scorso. Mio padre morì a maggio, io poi la scrissi tutta di getto a novembre e non capii bene perché. Oltretutto il caso (e te lo giuro, è stato un caso!) ha voluto che suonerò questa canzone il prossimo 3 novembre, quando presenterò il disco a Milano. Quindi esattamente un anno dopo aver scritto questo pezzo!
“Angelus” è altrettanto particolare: sai che l’Angelus è la preghiera per la remissione dei peccati, e mio padre è morto proprio domenica 1 maggio a mezzogiorno. Assurdo, no?
Come sai, non sono credente però in un certo senso è il mio Humus anche quello, sono italiano e mi sono sempre interessato a queste cose, so cos’è un angelus e per me è facile parlare di questo in una mia canzone. Quindi, alla fine, questa canzone, e tutto il disco, finisce con una marcia trionfale. È un brano che parla di mio padre che muore, trapianta gli organi, ed è trattata come una marcia trionfale. Anche “Incompiuta” è così: è una canzone che parla di un amore finito, trattato come una marcia trionfale.

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Anche “Oggi è domenica” vive dello stesso mood…
Sì, in quella ci sono dentro anche gli attentati terroristici, se hai in mente c’è un verso che dice: “Fai attenzione che a furia di tagliare le teste finisce che ti fai male”. Sono le voci del popolo. Dovresti stare qui in un quartiere come questo: “Ma come? Non hai sentito? Qui non si parla d’altro, persino il macellaio è esterrefatto”. Un macellaio, capito? Uno che taglia le teste anche lui. “Di questo fatto meglio non dire” perché ci sono gli arabi. “Di questo passo, dove andremo a finire?”.
Queste cose qua le ho messe nella canzone, ma sono frasi che sento sempre: ho sentito l’arabo della pizzeria qui accanto dire: “A quei culattoni lì, nel mio paese gli avrebbero già tagliato la testa!”. Siamo in questa situazione: gli italiani che dicono “Arabi di merda, ci levano il lavoro”; dall’altra parte gli altri dicono, a quelle persone italiane che non sono contro gli arab, ma sono contro i froci: “Al mio paese avremmo fatto presto, gli avremmo tagliato la testa!”, e tutti giù a ridere!
Senza accorgersi che potrebbe succedere un casino da un momento all’altro! E noi qui, messi giù come tante pedine, a fare le teste di cazzo! Ecco, “Oggi è domenica” è una sorta di assoluzione laica per tutti. Infatti alla fine, giocando sull’ambivalenza delle parole dice: “pace in terra a chi non se lo merita, a chi non si sacrifica, a chi non lo rivendica, a chi non vuole nulla perché ne ha già abbastanza, a chi indossa una tunica solamente perché è comoda”.

Ecco, quello non l’ho capito in effetti…
Aspetta, te lo faccio capire (tira fuori il cellulare e mi mostra una foto di lui che indossa una tunica rossa NDA)… vedi? Questa l’ho fatta l’altro ieri; io sto così in casa…

Ma perché è comoda?
Certo! Perché è comoda, ma anche per un altro motivo: ogni volta che viene un ospite lo accolgo con la tunica perché penso che, siccome io in quel modo appaio ridicolo, l’altra persona possa sentirsi tranquillamente a proprio agio. Voglio dire, cosa c’è di più ridicolo di uno che indossa una tunica? Chi può sentirsi più a disagio di me? Infatti normalmente tutti si tolgono le scarpe e si sistemano come meglio credono, cercando di venirmi incontro (risate NDA)!

È una canzone davvero interessante, in effetti…
È una canzone in cui tutto viene eluso, ma allo stesso tempo tutto viene detto: “Ma quali garanzie?”, nel senso degli accordi di pace, però poi dico: “Il frigo non è rotto”, giocando sul doppio senso della parola “garanzia”. Poi ancora: “Lo tengo spento da giorni perché fa freddo”; lì c’è mio padre nella cella… “Un po’ di calore fa sempre bene, versa il vino che mi taglio le mele”. Bibite, no? Versa il vino che mi taglio le mele. Le mele, capito? Ma in realtà non sto pensando a quello… “Le cose si susseguono per logica, i fulmini fanno fuori chi li evita”. “Li-evita”, come il pane. “Beato chi li-evita”.

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Ecco, questo non l’avevo colto…
È molto difficile questo testo. Lo scopo era farla cantare come una filastrocca, poi se tra cinquant’anni qualcuno si farà il trip di collegare tutto, bene, il punto è che l’ho fatto per me stesso, non con l’idea di mettermi in cattedra. È uno sfoggio della mia poetica, del mio Humus, perché lì dentro, proprio come in una ricetta, ho mischiato tutto: il latino, l’italiano, il mio quartiere, il mio background, tutto senza paure…

Se mi permetti un’osservazione, tu dici di non essere credente però le cose che scrivi e le cose che mi hai appena detto, non sono poi così distanti da una visione cristiana della vita. Voglio dire, alla fine il cristianesimo parte da un’esaltazione dell’umano…
Io mi ritengo ateo, nel senso che non penso che dopo la morte ci sia chissà quale eternità, non credo ci sia un’anima che continua a vivere. Credo, come ti ho detto, che nel momento in cui finisco, finisco come Humus e questo, credimi, mi dà tantissima forza, esattamente come a tanti la dà parlare di Dio. Perché alla fine a me, sapere che  finisco lì, che mio padre ora giace nell’acqua in forma di cenere, a me va bene! È dentro di me, non ho bisogno di sentirlo in un’altra dimensione attorno a me. Mi consola di più sapere che è in questa vita, che potrebbe finire da un momento all’altro, che devo regalare miei conti. Non mi sembra razionale rimandare tutto ad un imprecisato momento dopo la morte. Su questo sono un po’ più stoico, mi sa. Credo che il rimandare sempre il giudizio a qualcun altro, ad un altro momento, porti a non vivere la vita con la giusta dose di rigore. Poi, per carità, so che ci sono tante persone che riflettono su quello che è il messaggio della chiesa. Però ci sono anche persone che non ci riflettono: e quelle persone sanno che ci sarà il giudizio universale e la cosa finisce lì! E allo stesso modo i musulmani sanno che in paradiso troveranno le loro 72 mogli e passano la vita aspettando questo…
Però, per chiudere il discorso, al di là del mio essere ateo, io ritengo che la più grande novità portata a livello filosofico e culturale dalla chiesa, dal cristianesimo, sia  il concetto di perdono, che è una cosa che prima non esisteva proprio. Prima di quello l’idea di Dio era di uno con la bilancia in mano, che giudicava freddamente, mentre poi si è affermata l’idea di un Dio che perdona. È per questo che mi stupisco che ci siano ancora tanti cristiani che insistono sulla questione del giudizio universale e della bilancia. Non è una novità quella, ce l’avevano anche i mesopotamici! La verità è che è arrivato uno con la barba, che non era un hipster, e che ha detto: “Perdona!”.

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A questo punto, dopo aver sviscerato il disco nei suoi contenuti più profondi, mi sembra arrivato il momento di parlare di cose più terra terra… ad esempio potresti raccontarmi qualcosa di come è stato realizzato questo lavoro, delle persone che hai coinvolto, ecc.
Il disco è stato realizzato da un trio: come ti ho detto prima, c’erano già tutti i miei provini per chitarra e voce, nati da idee che avevo in qualche modo messo da parte dopo il tour di “Non resta che perdersi”. Si trattava di provini, ma avevo anche arrangiato molto per conto mio, utilizzando Logic Pro.
La scintilla l’ha poi offerta il mio rapporto con Iacopo Pinna, che ha un ruolo fondamentale per “Humus”. Lui aveva già prodotto “Non resta che perdersi” assieme a Niccolò Fragile e durante questo periodo si è appassionato a noi. Successivamente ha sentito le nuove canzoni, gli sono piaciute e ha deciso di dedicarvicisi interamente, ancora prima di sapere se sarebbero uscite e sotto che monicker lo avrebbero fatto.

Puoi dirmi qualche cosa di più su di lui?
È un ragazzo dell’88, brillantissimo, infatti adesso sta lavorando in uno studio di registrazione a Los Angeles. Lui ha avuto sin da subito un’idea chiara su di me: voleva che si enfatizzasse la mia componente più Pop, quando scrivo cose di cuore, di stomaco. Da lì quindi abbiamo creato il sound, anche se ci è voluto molto tempo, almeno un anno e mezzo.
Nel frattempo, in sede di arrangiamenti, è stato fondamentale l’apporto di Giuseppe Magnelli (il chitarrista che ha sostituito Fabrizio Vercellino negli Io?Drama NDA): abbiamo lavorato nel suo studio, fatto le prove da lui, si è messo di fianco a me a suonare vari strumenti, ma soprattutto a capire l’estetica di questo lavoro.
Io, lui e Iacopo siamo poi andati dieci giorni in Sardegna a fare la produzione, in un posto favoloso, a casa della mia ragazza, che è per metà sarda. La Sardegna è molto importante in questo disco, anche lo stesso Iacopo è sardo…

Quindi avete impiantato tutto lì, in quella casa?
Sì, anche tutti i fiati che senti sono suonati da una banda sarda diretta da Emanuele Dau che ha suonato anche ne “Il figlio malpensante” e che sarà al Serraglio il 3 novembre. La Sardegna è stata importantissima, direi addirittura, fondante. Ho lavorato anche tanto da solo, comunque, perché questo è soprattutto un disco solista, però l’apporto degli altri due è stato indispensabile.

E invece il rapporto con Maciste Dischi?
Gno (Antonio Sarubbi, il proprietario dell’etichetta NDA) è arrivato in un secondo momento e mi ha tirato una botta fortissima in testa: quando gli ho fatto sentire tutte le pre produzioni mi ha detto che non c’eravamo proprio,ma che allo stesso tempo era convinto di voler lavorare con me perché mi stima da sempre; siamo amici da tempo, anche lui è dell’88, l’ho conosciuto che aveva 22 anni e adesso ha messo su questa bella etichetta. Senza troppi giri di parole, mi ha detto che credeva nel lavoro, ma che a parte qualche pezzo, bisognava rifare tutto.

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Ma questo è successo che eri già tornato dalla Sardegna?
Sì, dopo la prima volta. Ci siamo stati due volte: la prima eravamo solo io e Iacopo e abbiamo fatto quelle pre produzioni che a Gnonon sono piaciute. Poi è entrato in gioco anche Giuseppe e abbiamo ripreso il lavoro. Ad un certo punto, da zero, gli ho mandato “Le vite degli altri”, che ho composto di getto e memorizzato nel telefono come “bozza notturna”. Gli ho mandato una nota audio, lui si è innamorato di questa canzone e da lì anch’io ho capito la strada. Il bello di Gno  fu che mi disse un po’ quello che mi hai detto tu all’inizio: “Sei troppo incatenato al tuo passato; questo manierismo forse ci stava in un altro sound, ma adesso è il caso che ti metti a parlare come mangi altrimenti a me non interessa”.
Mi ha preso in una fase un po’ depressa e mi ha tirato nuovamente fuori le palle. Tre persone quindi, mi sono state accanto, oltre la mia ragazza, che anche dal punto di vista artistico mi è rimasta vicina, era sempre sul pezzo. Sono loro le persone con cui mi sono interfacciato di più in questo periodo.
Ah, e poi anche Emanuele Patti, che abita proprio sopra di me, abbiamo una casa divisa in due. Per la prima volta ho collaborato con qualcuno alla scrittura di un pezzo: lui è un cantautore che stimo molto, anche se non ha ancora pubblicato un disco ufficiale, per così dire. Abbiamo scritto insieme “Sospesa” e “La comparsa”: la prima ha il testo interamente suo e la musica interamente mia; della seconda abbiamo scritto insieme il testo.
Come puoi vedere, invece di una band, ho avuto in continuazione interazioni artistiche molto fertili.

E le registrazioni?
Le abbiamo fatte a Mariano Comense, dove abita Giuseppe. C’è questa casa nei boschi dove ci siamo piazzati a lavorare, con Iacopo che veniva su dalla Sardegna. È stato molto bello perché anche stare a stretto contatto, dormire insieme nella stessa casa, è un qualcosa che serve, che fa crescere. Anche all’Auditoria di Fino Mornasco, lo studio di Germano Colombo, che ci ha anche suonato su qualcosa. Al Vicolo Studio di Milano e al Tangerine Studio di Sassari, e poi mixato da Andrea Suriani, che ha lavorato sia con I Cani che con Calcutta. Che cosa ti posso dire ancora?

La copertina?
Ah giusto! È di Marco Brancato, che aveva fatto questa collezione chiamata “Insects”. L’ha scoperta Gno e me l’ha subito proposta per la copertina. Non ci abbiamo pensato troppo, abbiamo solo rifatto un po’ i colori assieme a Marco, che è un artista davvero molto bravo…

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C’è proprio dentro un sacco di roba, in questo disco…
È un molto vario, sì, ha viaggiato molto, è molto contaminato; ne “Il figlio malpensante”, tra l’altro, suona anche Marco “Garrincha” Castellani de “Le Vibrazioni”…

E invece dal vivo?
Ci sarà un vero e proprio tour: ci presenteremo in quattro sul palco e in qualche data cercheremo di avere in aggiunta i fiati. Ci saranno due polistrumentisti, la batteria, mentre io mi occuperò della chitarra acustica e della voce.

I nomi?
Beh, ci sarà ovviamente Giuseppe Magnelli, Iacopo Samuel Federici alle tastiere e al computer (anche se faremo tutto dal vivo, non ci sono né basi né sequenze); e poi alla batteria ci sarà Mamo (il batterista degli Io?Drama NDA).

Ah, ci sarà anche lui quindi?
Sì, è stata una cosa dell’ultimo minuto perché fino a poco tempo fa sembrava che non riuscisse a farcela…

Senti ma… i pezzi degli Io?Drama li farai?
È possibile, non lo escludo… sai, non sono così drastico, non rinnego certo il mio passato anche se, e questo voglio sottolinearlo, sto iniziando una cosa nuova. E quando faccio una cosa nuova, voglio essere proiettato su quella, i nostalgici incalliti non mi sono mai piaciuti…

 

 

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2 pensieri riguardo “Pollio: ecco il mio humus

    […] Fabrizio Pollio è un cantautore milanese, fondatore e frontman della band Io?Drama, dal 2013 membro attivo del collettivo Rezophonic e dal 2015 membro della Nazionale Artisti Tv. […]

    […] potenziale commerciale elevato, l’ideale punto di partenza per un nuovo cammino. Lo avevamo visto a dicembre, quando al Serraglio suonò per la prima volta quelle canzoni e due cover (tra cui una “Magic […]

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