Afterhours @ Live Club, Trezzo d’Adda (Mi) – 9 marzo 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Caristo

Gli Afterhours ripartono da dove avevano lasciato, vale a dire dall’ultimo album “Folfiri o Folfox”. Un disco che, pur non avendo lo smalto delle loro cose migliori, è stato comunque in grado di riportarli a livelli che da diversi anni non sentivamo.
I cambi di formazione, lo avevo già scritto, hanno indubbiamente pesato. Stefano Pilia alla chitarra e Fabio Rondanini alla batteria non sono solamente due dei più grandi musicisti del rock italiano ma anche due individui che si sono inseriti perfettamente nell’alchimia personale e creativa della band milanese.

I nuovi Afterhours sono una band fresca e desiderosa di spaccare il mondo e questo, per un act che è in giro da trent’anni, non è certo un risultato da poco.

A luglio ero stato a vederli a Milano, in una delle primissime date del loro tour estivo e ne avevo ricavato impressioni largamente positive. Adesso, dopo qualche mese di pausa per permettere a Manuel Agnelli di registrare X Factor (esperienza che, a conti fatti, mi pare sia stata molto più positiva di quanto mi sarei immaginato) ripartono per una leg nei club dal Live Club di Trezzo d’Adda e il sold out raggiunto alla vigilia è la migliore indicazione del buon momento che stanno vivendo.
Dispiace solo constatare la pressoché totale assenza di giovani, tra il pubblico di stasera. A colpo d’occhio, l’età media dei presenti sembra essere sulla quarantina, ma in questo caso credo che il problema sia più generale: al momento le nuove generazioni, al di là del fatto di essere pigre e poco curiose, prediligono soprattutto il rap, o i nuovi fenomeni dell’Indie ed è difficile che siano attirate da band che erano già attive ai tempi dei loro genitori. È un peccato perché, di questo passo, verrà meno il senso della tradizione e della memoria storica ma credo che, arrivati a questo punto, la questione riguardi ambiti molto più importanti della musica.

In apertura c’è Andrea Biagioni, che era uno dei ragazzi della squadra di Manuel ad X Factor. È un set brevissimo il suo, cinque canzoni di cui versioni di pezzi importanti come “I’m on Fire” di Springsteen e “Redemption Song” di Bob Marley, unitamente alla sua “Mare dentro”, contenuta nell’ep pubblicato in seguito alla sua partecipazione. Personalmente lo avevo già visto in azione durante il programma e non mi era particolarmente dispiaciuto. La voce indubbiamente c’è, ma l’interpretazione è un po’ troppo priva di caratterizzazione. Potrebbe anche uscire di più, però stando così le cose ho paura che verrà dimenticato in fretta.

Gli Afterhours salgono sul palco accompagnati dal boato del pubblico e attaccano, senza troppi fronzoli, con “Né pani né pesci”, seguita a ruota dall’altrettanto potente “Qualche tipo di grandezza”.
Il suono non è granché, almeno all’inizio e il tutto risulta un po’ impastato; andando avanti la situazione migliora e si capisce di più che in gran parte la resa dipende da scelte della band: le chitarre sono sature di distorsione, il volume alto e la voce di Manuel piuttosto dentro il mix generale, esattamente come il violino di Rodrigo d’Erasmo. Il risultato è che veniamo avvolti da un maelstrom sonoro assolutamente deflagrante, che è poi ciò che ha anche caratterizzato anche l’ultimo disco, seppure qui il tutto sia declinato in modo più estremo.

Lo avevano anticipato in tempi non sospetti, che questo nuovo giro di concerti sarebbe stato molto più incentrato sul disco da poco pubblicato. Effettivamente è stato così: se quest’estate abbiamo assistito ad uno show dove il repertorio del passato aveva comunque un ruolo importante, qui ci troviamo immersi in un primo set che è in gran parte incentrato su “Folfiri o Folfox”; l’album viene suonato quasi per intero, compresi molti episodi che non avevano trovato posto nei concerti di luglio (canzoni come “Oggi”, “San Miguel” e “Noi non faremo niente” hanno debuttato dal vivo proprio in questa occasione).
Anche stavolta la prova è maiuscola, con il dialogo tra le chitarre di Stefano Pilia, più concentrato sul lavoro solista, e quelle di Xabier Iriondo, impegnato invece nelle ritmiche, nonché in un notevole lavoro di effetti, elettronica e qualche incursione alla tromba. Rondanini e Dell’Era formano la solita, inarrestabile sezione ritmica, mentre Rodrigo D’Erasmo, che si divide tra violino, chitarra acustica e tastiere, ha un ruolo notevole nel riempimento e nell’arricchimento del suono. Manuel Agnelli, dal canto suo, è un perfetto direttore d’orchestra. La sua voce non è più quella di una volta, ma si dimostra nel complesso molto più in forma di qualche anno fa; del resto, comunque,  la sua presenza scenica è già da sola capace di mutare volto allo show.
Tutto questo per dire che gli Afterhours ci sono: se erano una macchina da guerra nei loro primi anni, lo sono tranquillamente ancora adesso, pur  non suonando più così veloci e rabbiosi.

I brani nuovi, checché ne dicano i numerosi detrattori, dal vivo funzionano e, incredibile a dirsi, per una volta non si è sentita la mancanza dei vecchi classici (almeno, io non l’ho sentita). Persino i pezzi più “scomodi”, sperimentali e dissonanti come “Folfiri o Folfox” o la disturbata “San Miguel”, con le sue allucinate parti vocali, hanno reso alla grande rappresentando un picco emotivo decisamente alto all’interno del set.
In mezzo, tra un brano e l’altro dell’ultimo disco, arriva qualche episodio ben collaudato dal passato più o meno recente: “Ballata per la mia piccola iena” e “La sottile linea bianca” sono ormai dei punti fissi nelle scalette dei milanesi, ma sono due tracce splendide, non ce ne stancheremmo mai. Interessante il ripescaggio di “Musa di nessuno”, con un bell’intreccio tra tromba e chitarra acustica, una buona esecuzione a dispetto di un brano non propriamente indimenticabile.
Arriva anche qualche cosa da “Padania”, l’album in assoluto più controverso del gruppo, quello realizzato in mezzo a mille difficoltà e incomprensioni, che hanno portato alla fine della precedente incarnazione degli Afterhours. Per chi scrive si tratta del loro disco peggiore in assoluto ma, paradossalmente, “Costruire per distruggere” è un brano dall’impatto notevole, sia musicalmente che a livello di testo, ogni volta che viene suonato dal vivo si genera una tensione e una sospensione che è impossibile non notare.
Non si può dire lo stesso per il singolo “La tempesta è in arrivo”,  comunque un rock diretto e senza fronzoli che in questo contesto ci può anche stare.

I sei si congedano dal loro pubblico con una malinconica versione di “L’odore della giacca di mio padre”, che vede Manuel seduto alla tastiera.
Sono passati solo una settantina di minuti, è evidente che non può finire qui. La serie di bis, corposa, si apre con una rabbiosa “Male di miele”, che vede il Live Club letteralmente esplodere sul ritornello. Segue un altrettanto potente “Le verità che ricordavo” e saranno questi gli unici due momenti dedicati al primo periodo, all’interno di uno spettacolo che, a questo punto è apparso evidente, intendeva fotografare soprattutto quello che gli Afterhours sono adesso.
Segue una meravigliosa “Bye Bye Bombay”, straordinaria per intensità, col pubblico nuovamente protagonista. Il finale dilatato del brano, tra divagazioni chitarristiche e feedback vari, si collega idealmente con il secondo bis, che si apre con le atmosfere straniate della strumentale “Ophrix”, ultimo episodio del nuovo disco ad essere proposto.

Poi le suggestioni acustiche di “Padania” (che sembra essere diventato uno dei brani più amati dai fan), e le straordinarie pulsazioni ritmiche di “La vedova bianca”, scaldano nuovamente il clima prima di “Ci sono molti modi”, decisamente l’apice assoluto del concerto. E con esso, la conferma che “Ballate per piccole iene” rimane il disco, tra quelli recenti,più amato dalla band ,quello che loro stessi preferiscono maggiormente suonare dal vivo.
Una divertente “Tutti gli uomini del presidente”, affidata all’ironico falsetto di Roberto Dellera, sembra il modo migliore per mandare tutti a casa, questa volta per davvero.

Invece, richiamati dall’entusiasmo dei presenti, gli Afterhours ritornano per l’ennesima esibizione, con Manuel che, piuttosto divertito, dice :  “Vi facciamo solo un pezzo perché altrimenti la casa di riposo chiude e non ci fanno più entrare”.

“Quello che non c’è”, titletrack del disco che ha inaugurato il loro nuovo corso (e che il sottoscritto ha ormai decisamente rivalutato, come avevo già avuto modo di scrivere) chiude definitivamente un concerto che in due ore non ha davvero concesso errori o sbavature.
Battute sulla vecchiaia a parte, Manuel e compagni non sembrano proprio essere un gruppo del passato: piacciano o meno le cose che stanno facendo (e sono io il primo a dire che potrebbero dare di più) è innegabile che siano più che mai dentro il loro presente.
Ragione in più per andarli a vedere a questo giro, ovunque suonino nelle prossime settimane.

 

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