Edda @ Serraglio, Milano – 17 marzo 2017

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Furlan

Graziosa utopia” è stato un disco molto atteso per varie ragioni. Il successo di “Stavolta come mi ammazzerai” è stato meritato, ma senza dubbio inatteso, considerando che i due precedenti lavori solisti dell’ex Ritmo Tribale avevano raccolto pareri discordanti e, in generale, non avevano goduto di grande visibilità.

Ma Edda è riuscito a cambiare formula: si è preso due musicisti, Luca Bossi e Fabio Capalbo, che sono riusciti a valorizzare le sue indubbie doti compositive e che, soprattutto, hanno saputo arginare il suo temperamento folle e su di giri, tenendolo sul pezzo, costringendolo a scrivere brani che avessero sempre il loro tocco di eccentricità, ma fossero allo stesso tempo presentabili e in possesso di una struttura definita.
Ne è uscito un lavoro sorprendente, di cui avevo già parlato a suo tempo, che ha portato Stefano Rampoldi a mollare il suo lavoro sui ponteggi e a dedicarsi a tempo pieno alla musica. Non male per uno di cui appena sei anni prima non si sapeva neppure se fosse vivo o morto…

Adesso, tre anni dopo quel disco e il relativo tour, è arrivato  “Graziosa utopia” che, per le ragioni sopracitate, era attesa come la pubblicazione più importante per il cantautore milanese.
La sfida, almeno per quanto mi riguarda, è stata vinta: non siamo a livello del precedente (forse questo nessuno lo chiedeva) ma lo stato di forma è ancora ottimo, il talento nello scrivere canzoni, per nulla svaporato.
È un disco più essenziale (10 canzoni invece di 17) ma molto più curato nella confezione: c’è una minore irruenza selvaggia nei suoni, le chitarra distorte sono scomparse o sono state messe in secondo piano, a favore di un sound più morbido e avvolgente, più “laccato”, in certi frangenti. Stesso team di produzione, dunque, però esplicito tentativo di virare verso il Pop, senza l’intento di addomesticare, ma senza dubbio di far crescere un artista con talento da vendere  che, lasciato da solo, rischia inevitabilmente di disperderlo.

Il risultato è dunque un album forse più incentrato sulle canzoni che sulle sensazioni, un album che mostra una grande coesione d’insieme e che potrebbe forse segnare una fase decisiva nella carriera di Edda.
Di sicuro adesso siamo di fronte ad una realtà consolidata. Il Serraglio, che lo accoglie nella sua prima data milanese, la quarta dall’inizio del tour, è strapieno e a fine serata ci renderemo conto che è andato sold out.
È ufficiale: Edda non è più solo l’ex cantante dei Ritmo Tribale. Certo, le canzoni del suo gruppo madre gli vengono chieste in continuazione, nel corso dello show (questa volta però non ne suonerà nessuna) e la presenza di nostalgici di quel periodo è sempre consistente. Eppure, la sensazione (che non avevo avvertito nel corso del tour precedente) è che questa volta la maggior parte del pubblico fosse lì per quello che rappresenta, non per quello che rappresentava.

Il concerto, nello specifico, è stato più o meno quello che ci aspettavamo. L’inizio è come sempre esilarante, con lui che esce indossando un bomber e uno zainetto, cantando come un pazzo “Due ragazzi nel sole” dei Collage, canzone del 1976 che ha scelto di usare come intro al posto della vecchia sigla di Topo Gigio.
Poi, liberatosi di questo abbigliamento eccentrico, imbraccia la chitarra e attacca “Il santo e il capriolo”: ideale chiusura del nuovo disco, ancora più ideale apertura del nuovo show.
Assieme a lui ci sono sempre Fabio Capalbo alla batteria e Luca Bossi, che si alterna tra basso e tastiere. La novità è invece la presenza di Francesco Capasso alla chitarra, evidentemente ingaggiato per rendere più facile la riproposizione dei brani nuovi, che hanno arrangiamenti molto più complessi rispetto a prima.

L’insieme non è male: vuoi che Stefano ormai è diventato più serio, da quando si è dovuto sobbarcare tutte le parti di chitarra per un tour intero, vuoi che adesso c’è un musicista in più e  l’affiatamento tra gli altri tre è un dato sempre più reale, la conseguenza è che abbiamo avuto la sensazione di uno show più curato, maggiormente studiato nei particolari, con un approccio sempre irruento ed istintivo, ma anche saltuariamente più controllato (in qualche canzone sono stati usati effetti e campionamenti vari, che hanno in qualche modo “regolarizzato” l’impostazione dei brani).
Edda scherza con il pubblico, racconta qualche aneddoto (memorabile quello sul suo provare ad andare a Sanremo, snocciolato prima dell’esecuzione di “Stellina”; o ancora meglio, quando lamentandosi delle sue difficoltà a memorizzare i testi delle canzoni, tira in ballo Vasco Brondi e si lascia scappare che sia lui, che Le Luci della Centrale Elettrica, saranno in cartellone al prossimo Miami) ma nel complesso è più tranquillo, tende a contenersi e a rimanere serio perché, come lui stesso ammette a un certo punto, c’è troppa gente e si sente un po’ sotto pressione.

Di conseguenza, spazio alla musica, anche perché di repertorio a questo giro ce n’è davvero parecchio. Lo show è incentrato ovviamente sul nuovo disco (di cui verranno suonati tutti i brani, tranne “Arrivederci a Roma”), che dal vivo fa la sua bella figura, sia con i pezzi più energici (i due singoli “Benedicimi” e “Signora”, ma anche “Picchiami” hanno beneficiato di un’ottima resa), sia con gli episodi più Pop (“Zigulì” e “Pensiero d’amore” su tutti, mentre “Spaziale”, che è uno dei vertici compositivi da lui raggiunti, non è uscita come avrebbe dovuto, forse per la sua maggiore complessità).
“Stavolta come mi ammazzerai” riceve anch’esso un trattamento di favore e di fatto si divide col suo successore la quasi totalità dei brani in scaletta. È bello vedere come le canzoni di questo disco non siano invecchiate per nulla, conservando intatta la loro spontaneità e potenza: le varie “Pater”, “Tu e le rose”, “Bellissima”, “Coniglio rosa”, “Piccole isole”, vengono snocciolate con grande sicurezza e si alternano a meraviglia coi pezzi del nuovo lavoro.
Solo due gli episodi del passato più remoto: “L’innamorato” e “Milano”, entrambe dall’esordio “Semper biot”, da sempre presenze fisse all’interno del set.

La voce di Edda è limpida e potente, molto più precisa e controllata rispetto a qualche anno fa, la sicurezza con cui canta e insieme suona la chitarra è ormai un dato acquisito.
Il pubblico, da parte sua, pur non partecipando in maniera eccessiva durante l’esecuzione dei brani (una cosa che mi capita sempre più spesso di osservare, in verità. O si filma col telefonino, o si sta fermi e zitti. Saltare, cantare e pogare sembrano ormai abitudini vecchie di secoli) si dimostra caloroso e applaude sincero tra un pezzo e l’altro.
I bis di rito ci riservano una intensa versione di “Saibene” (per chi scrive, il suo brano migliore in assoluto”), una potente “Mademoiselle” e una “Dormi e vieni” che è perfetta per chiudere tutto e darsi appuntamento alla prossima volta.
È stato un concerto non perfetto, ma senza dubbio piacevole, che ha rappresentato un’ottima indicazione sullo stato di salute del progetto Edda. Ci sono ancora tanti chilometri da fare e tanti palchi su cui salire. Siamo sicuri che per Stefano Rampoldi questo 2017 sarà un anno importante e ricco di soddisfazioni.

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Un pensiero riguardo “Edda @ Serraglio, Milano – 17 marzo 2017

    […] indie con artisti sulla carta minori, ma capaci di sedurre gli ascoltatori. Tra i tanti ricordo Edda, Giorgio Poi, The Bloody BeetRoots, Canova e […]

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