Baustelle @ Teatro Candoni – Tolmezzo (UD), 29 marzo 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Giovanni Tamburino, immagini sonore di Valentina Brosolo

Le luci si sono appena riaccese dopo la breve impacciata esibizione di un Lucio Corsi (in chitarra acustica e vestito vagamente femminile) che, nonostante qualche brutto tiro dell’emozione, è riuscito a far scorgere un grande talento ed una fantasia estremamente spiccata nei testi: favole musicate di animali quasi antropomorfi della sua Maremma in massima parte tratte dal suo Bestiario Musicale.
La sala del teatro Candoni di Tolmezzo resta illuminata ancora qualche minuto, giusto per dare il tempo al pubblico in attesa di chiedersi quanto ancora ci avrebbero messo a salire sul palco, quando ecco il buio che preannuncia l’inizio dello show.
I Baustelle arrivano accompagnati da uno scroscio di applausi, sulle note di Love, baroccheggiante intro strumentale de L’amore e la violenza, il nuovo disco della band toscana.
Proseguono fedeli alla tracklist con Il Vangelo di Giovanni, a cavallo tra la più genuina tradizione cantautoriale italiana e sonorità vagamente disco-pop, facendola seguire – introdotta dal Vox Continental di Diego Palazzo – da Amanda Lear, primo estratto dell’album, in cui il duo Bianconi-Bastreghi dipinge con le voci le velleità di un amore intralciato da un cinismo che è più posa che attitudine alla vita.


Il pubblico segue appassionato lo snocciolarsi di suoni, parole e luci. In particolare queste ultime sono state sicuramente studiate nei minimi dettagli per essere tutt’uno con la melodia e le sue variazioni, mentre la band avanza in un’esibizione impeccabile, da veterani che sanno cosa far risaltare e come farlo pezzo dopo pezzo.
È già evidente che, se da una parte è lo scambio tra musicisti e pubblico che ne risente, la preferenza per i palchi teatrali rispetto alle grandi folle esaltanti ed esaltate di locali di musica live, ha come scopo ben preciso quello di permettere a chiunque sia lì, di potersi immedesimare interamente nelle canzoni, senza tutte le possibili distrazioni in cui si può incappare in un più familiare Alcatraz e affini, dalla confusione sonora tra volumi esagerati e urla demoniache da parte dell’uditorio alla calca – altresì detta pogo – che non permette di concentrarsi semplicemente su quanto accade sul palco.
Loro stessi non sono interessati a fare le rockstar con pose e atteggiamenti da spacconi, eppure riescono a mantenere una carica di ambiguità, un costante ammiccare che non lascia la possibilità di uno sbadiglio, tra uno studiato gesticolare delle mani di Francesco e un ancheggiare a tempo in alcuni momenti da parte di Rachele.
Sulla scia dei ritratti, è il turno di Betty, dal cui ritornello prende il nome l’album, in un affascinante e malinconico alternarsi di dolcezza e decadenza.

«Betty ha talento
sa ballare con l’amore e la violenza
Vive bene e vive male
Non esiste differenza
fra la morte di un rosa
e l’adolescenza».

È il momento di Claudio Brasini e la sua Les Paul, con un riff nel più puro stile glam anni ’80 che accompagna l’ingresso di Eurofestival: una raffinata presa per il culo delle logiche del mainstream e di un mondo che guarda se stesso attraverso lo schermo di un televisore, Il testimone passa alle sonorità elettroniche dei synth di Ettore Bianconi e a voci sempre più distorte in Basso e batteria, mentre ad un arpeggio di chitarra acustica si sostituisce nuovamente l’elettrica e un piede preme sempre più forte sul pedale del wah.
Proseguono con i pezzi dell’album, senza saltarne uno; l’ultimo è introdotto da Bianconi con un breve appunto: che le cose da tenere a mente per un musicista sono di non scrivere mai canzoni di Natale e/o per eventuali figli. Aggiunge che ha fatto due errori in un colpo solo e conclude l’album e la prima parte del concerto con Ragazzina.

Si spengono le luci sul palco e la band si prende qualche minuto di pausa, prima di tornare e regalare al pubblico alcuni tra i pezzi a cui nel corso degli anni si sono più affezionati, a partire da Charlie fa surf, della quale – bisogna ammettere – un pubblico per la maggior parte formato da non più giovanissimi accoglie in maniera molto sentita i versi “Io non voglio crescere / andate a farvi fottere”, a testimonianza di una schiera di gente che negli ultimi vent’anni li ha seguiti sempre più o meno fedelmente e che con i Baustelle c’è cresciuta più che bene.
Vanno avanti con con Un romantico a Milano e Gomma, per poi passare a Bruci la città, brano portato al successo da Irene Grandi (di cui Bianconi è coautore) e tornare a ripercorrere i loro grandi classici: La canzone del parco, Aeroplano, La guerra è finita, Le rane.
La conclusione è lasciata all’ultima perla che i nostri stanno presentando ai palchi di tutta Italia: l’appassionata Veronica n.2, col suo inseguirsi di voce e chitarra nel ritornello, prima che la musica taccia e la parola fine venga lasciata al prolungato applauso di un uditorio ormai lanciato in una meritatissima standing ovation.

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