One Dimensional Man @ Circolo Magnolia, Segrate (Mi) – 20 aprile 2017

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Andrea Caristo

Pierpaolo Capovilla ha deciso di ridare vita ai suoi One Dimensional Man, la sua prima creatura musicale, col suo monicker particolare ispirato agli scritti di Herbert Marcuse, sei anni dopo l’ultimo disco “A better man”. Il gruppo aveva vissuto il suo momento di grazia nella seconda metà degli anni Novanta ma era poi stato inizialmente accantonato alla luce del successo ottenuto dal Teatro degli Orrori.

Ci sarà un nuovo disco, a quanto pare, ma per il momento abbiamo solo una serie di concerti di cui quello del Circolo Magnolia costituisce una delle tappe principali. Arrivo sul posto quando i Manitoba hanno appena finito il loro set, quindi non posso esprimermi sulla loro performance. L’affluenza è piuttosto scarsa (lo dirà anche Capovilla poco dopo: “Siete pochi ma ben selezionati”) e l’età media decisamente alta: segno, probabilmente, che il gruppo appartiene per il momento al passato e che i lunghi anni di inattività gli hanno fatto comprensibilmente perdere consensi. Vedremo se con l’uscita del disco e con l’attenzione mediatica che ne seguirà, riusciranno ad ottenere un po’ di ricambio generazionale.

I protagonisti della serata salgono sul palco poco prima delle 23 e attaccano con “Guts”. I suoni sono sporchi e grezzi come nel loro stile anche se qua e là ci saranno dei problemi di spie che faranno infuriare non poco il cantante nel corso dello show. Del resto anche lo stage dove si sono esibiti, che è quello più piccolo e stretto a disposizione del locale, non ha certo favorito la resa sonora, che in questo punto di solito non è mai impeccabile.

La formazione, dopo così tanti anni, si presenta completamente rinnovata: c’è stato il ritorno alla chitarra di Carlo Veneziano mentre alla batteria è stato arruolato Francesco Valente, da tempo in forza al Teatro.
Il set scorre via implacabile, un brano dopo l’altro, con poche pause dovute solo all’accordare gli strumenti e a sistemare i problemi tecnici di qui sopra. I volumi sono altissimi, a tratti al limite della sopportazione e lo spazio angusto del locale non fa altro che aumentare l’atmosfera di prigione sonora nella quale sembra di essere immersi.

Contribuisce anche la setlist, pesantemente incentrata sui primi tre dischi, che sono quelli più violenti e monolitici dal punto di vista del sound. Poco o nessun fraseggio, ogni episodio è un assalto frontale dall’inizio alla fine, una cavalcata inarrestabile che non concede nulla a stacchi, intermezzi o cambi di tempo. Merito del drumming incessante di Francesco, che detta il ritmo alla chitarra e al basso che macinano senza tregua riff che hanno l’irruenza del Punk e la pesantezza del Metal.

Su tutto svetta poi la voce di Capovilla, lontana da quella a cui ci ha abituato col Teatro degli Orrori, più ruvida e aggressiva, in linea con la violenza iconoclasta dei brani.
Arriva anche qualche pezzo nuovo, che dovrebbe essere tratto dall’album di prossima uscita (i dettagli non sono però ancora stati resi noti) e da quanto abbiamo sentito pare che sia tanta la voglia di ritornare alle origini, agli assalti sonori senza compromessi dei primi lavori.

Nel finale arrivano anche “Tell Me Marie”, il singolo del più recente “Take Me” e “You Kill Me”, che per molti è il loro brano simbolo e che ha avuto anche il compito di chiudere il concerto.
Una buona esibizione, per il ritorno di una band che, seppure non molto conosciuta, ha scritto una pagina significativa del nostro rock. Aspettiamo il disco fiduciosi.

 

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