Afterhours #30 – Agosto 2017 – Bolgheri (Li), Pineto (Te)

Postato il Aggiornato il

Articolo di Luca Franceschini (Bolgheri, 10 Agosto), immagini sonore di Stefania D’Egidio
(Pineto, 13 Agosto)

Arriva un certo momento nella vita in cui ti accorgi che andare ai concerti è diventata una dipendenza. Magari non proprio con tutti i crismi del caso ma ecco, diciamo, qualcosa del genere. Perché scoprire che gli Afterhours suoneranno a cinque minuti di macchina dal luogo dove sei in vacanza per una decina di giorni e  sorprendersi a pensare: “Finalmente un bel concerto!”, quando in realtà sei in vacanza anche per staccare da un certo modo di fruire la musica che ogni tanto rischia di diventare stressante, dà forse una misura della gravità del problema.

Intanto è giusto andare fino in fondo: innanzitutto, perché sarebbe assurdo pensare di poter fare qualcos’altro con la consapevolezza che un gruppo che segui e apprezzi da anni sta suonando praticamente di fianco a te; poi perché questo nuovo “#30” (l’ashtag è tristemente obbligatorio ormai), il tour che Manuel Agnelli e compagnia hanno messo in piedi in fretta e furia per festeggiare il trentennale della nascita della loro formazione, non passerà da Milano. Per loro, solo una tappa a Brescia in un giorno a me sfavorevole e poi la chiusura a Fontaneto D’Agogna, in un bel locale, ma in una data possibilmente ancora più scomoda. Tanto vale vederseli in Toscana. E tanto vale rispondere subito alla domanda che in molti, in primis me stesso, potrebbero rivolgermi: “Hai scritto di loro tre volte in poco meno di un anno e mezzo. Cosa pensi di avere ancora da aggiungere?”.

Poco, per la verità. Ho recensito il loro ultimo “Folfiri e Folfox”, partendo con l’idea che l’avrei massacrato ma accorgendomi poi (me l’hanno fatto notare, io non è che me ne sia molto accorto) che non ne avevo parlato così male. Sono andato a vederli due volte nel corso del relativo tour; una volta all’aperto, un’altra nella leg al chiuso, nei club. Entrambi i concerti mi sono piaciuti parecchio e ho scritto cose molto lusinghiere, dicendo che fossero una band totalmente rinata.

Per la verità, se me lo avessero detto anche solo un anno prima, non ci avrei mai creduto. Con “Padania” avevano toccato il fondo, andando davvero oltre la soglia dell’orrore di conradiana memoria. È antipatico parlare così, lo so, ma a parte un paio di brani (che per fortuna sono bene o male gli unici che hanno continuato a portare sul palco), il resto mi era apparso totalmente inascoltabile, arrivare alla fine per più di una volta era stata un’impresa che ancora adesso non mi capacito di avere compiuto. Oltretutto, mi sto ancora domandando come abbiano potuto fare peggio de “I milanesi ammazzano il sabato” (che già era talmente brutto che bisognava impegnarsi).

Poi io magari non sono neppure la persona giusta per dirlo, visto che quando uscì “Quello che non c’è” (che oggi ritengo un gran disco, pur con i suoi limiti) riuscii a dichiararmi deluso, perché non suonavano cattivi e sporchi come nei primi due dischi. La verità (ci tornerò sopra tra un attimo) è che ognuno di noi ha la propria rappresentazione dei gruppi che ama, la maggior parte delle volte è questa immagine fittizia che guida i nostri giudizi, per quanto consapevoli o meno possiamo esserne.

Manuel Agnelli era stato sfottuto per vari mesi sui Social, con la comparsa di meme molto divertenti che prendevano di mira la doppia defezione dei membri storici e presentavano il gruppo come una nave da cui tutti volevano scappare. Vero o no che fosse, alla fine ha vinto lui. Perché chi è rimasto gli ha fatto quadrato intorno, mentre i nuovi innesti, per quanto già impegnati in mille progetti, hanno dimostrato di tenerci al punto tale che oggi sembra siano sempre stati lì. Guardare Fabio Rondanini e Stefano Pilia suonare per due ore e mezza sotto il cielo di Marina di Castagneto, davanti a centinaia di persone coinvolte e adoranti, guardarli rilassati, divertiti, totalmente a loro agio, mi ha fatto ancora una volta affermare con una certa sicurezza che questi sono i migliori Afterhours che ci poteva capitare di vedere.

Forse non i migliori in assoluto, perché agli esordi c’era il fuoco della giovinezza, la fisiologica energia data dall’avere vent’anni di meno, un repertorio composto esclusivamente da capolavori. Però ammettiamolo: per come si erano ridotti tre anni fa, sono risorti in una maniera che ha del miracoloso. Tanto che oggi possono tornare indietro al 1987 e dire: “Noi c’eravamo. C’eravamo trent’anni fa e ci siamo ancora adesso, più forti e cazzuti di prima”. La ragione di questo tour, forse, è tutta qui. Lo dice lo stesso Manuel dal palco, prima di “Non voglio ricordare il tuo nome”; è un pezzo che parla di cambiamento, gli Afterhours sono un progetto che è cambiato molto, nel bene e nel male. Cambiare, dice lui, può essere doloroso, ma alla lunga è sempre e comunque positivo. È vero nella vita professionale come in quella privata, se pensiamo quali sono le vicende che gli hanno ispirato l’ultimo disco, possiamo essere certi che sa di che cosa parla.

Per cui ben venga questo tour dei 30 anni (che vengono calcolati rispetto all’anno di nascita della formazione, non dalla pubblicazione del disco d’esordio) anche perché, per tutto quello che abbiamo detto, siamo sicuri che si tratterà solo di una parentesi prima di tuffarsi in altri progetti che avranno quasi certamente la scrittura di nuove canzoni come ingrediente principale.

Il luogo in cui si svolge il Bolgheri Festival (altro nome altisonante che non significa nulla, questo non è un festival e lo sanno tutti, forse anche gli organizzatori) è una sorta di arena improvvisata composta da un palco, una tribuna e qualche stand gastronomico a prezzi decisamente più “milanesi” che toscani. Il tutto, collocato in una vasta area di prato accanto alla strada che collega Donoratico con Marina di Castagneto, proprio al centro del grande via vai di turisti di queste settimane.
Anche se poi, contrariamente a quanto ci si poteva aspettare, il grosso del pubblico (non numerosissimo, ma d’altronde in queste zone non giocano propriamente in casa) è composto da fan appassionati e competenti, non da semplici curiosi, almeno a giudicare da come quasi tutti i brani vengano cantati in coro.

Buona la resa acustica, anche se ogni tanto l’insieme è apparso un po’ confuso, penalizzando soprattutto il violino di Rodrigo d’Erasmo.
La cosa migliore, a conti fatti, è l’inizio. Il quartetto “Strategie”, “Germi”, “Male di miele” e “Rapace”, tutte in rapida successione, col gruppo che entra in scena mentre gli altoparlanti stanno ancora diffondendo la musica d’attesa e attacca a suonare così, senza convenevoli, è tra le cosepiù belle che abbiamo visto fare da loro negli ultimi anni. Non solo per il valore dei brani in sé, che è indiscutibile, ma perché la potenza e l’impatto fragoroso con cui vengono proposti sono quelli dei tempi migliori.

Si mantenesse tutto su questo livello, staremmo parlando di un concerto epocale ma anche qui, cosa si intende per “questo livello”? E qui si ritorna al discorso delle immagini fatto prima. E ci sono due considerazioni da fare. La prima è che tanti fan avrebbero di sicuro voluto sentire un concerto pesantemente incentrato sulle vecchie cose. Succede sempre, quando un gruppo è sulla scena da così tanto tempo, è normale. Molte band lo sanno e si muovono di conseguenza; gli Afterhours no. Perché non importa quel che pensiamo noi. Loro considerano tutti i loro lavori allo stesso modo e, soprattutto, amano molto anche la produzione più recente. Quindi, devono aver pensato, se l’occasione è il festeggiamento di una carriera, la carriera è fatta di otto dischi in studio, non solo di due. E quindi, dal loro punto di vista, ci sta che peschino un po’ dappertutto e che, nel complesso, gli esordi siano stati leggermente sacrificati.

Ma, come ho detto, questo ha a che fare con l’immagine, con i gusti personali: c’è chi vorrebbe sentire “Germi” per intero ad ogni concerto e chi sarebbe contento con “Non è per sempre”; chi li ha scoperti tardi e quindi è più legato a certi dischi e chi li ama talmente tanto che qualunque cosa va bene. La band stessa poi, dal canto suo, fa quello che vuole e, detto molto sinceramente, lo apprezzo molto. Così come avevo a suo tempo apprezzato che avessero voluto dare così tanto spazio a “Folfiri e Folfox”: se credi in quello che fai, lo suoni e te ne freghi di chi vuole i vecchi classici. Suonare un brano solo perché il pubblico te lo chiede non è esattamente un gesto elegante da parte di un artista. Lo fanno tutti? Pazienza, non è un buon motivo per piegarsi. Per cui apprezzo questa posizione, anche se va contro ai miei interessi.

Però poi c’è la seconda considerazione. Che è un po’ più antipatica, bisogna dirlo. Perché se fai un nuovo tour, fai un nuovo tour. Rinnovi tutto, completamente. E invece l’impianto generale è stato del  tutto molto simile a quello che si è da poco concluso. Forse è questo il problema, forse occorreva prendersi più tempo. Non partire così presto, col rischio di confondere la gente, di non avere il giusto spazio per rifiatare. O forse è semplicemente una questione di immobilismo. Perché va bene che ognuno, potendo scegliere, sceglierebbe cose diverse, ma quella che i nostri stanno portando in giro non è esattamente una setlist da anniversario.

Alla fine, il senso complessivo dello spettacolo è molto, ma molto vicino a quello dell’ultimo tour, un nucleo consistente di brani è sempre quello, da anni,  se ne sta lì, non si sposta di una virgola. Avremmo preferito qualcosa di più coraggioso, ecco. Da questo punto di vista, abbandonare “Ossigeno” dopo poche date è stato un errore grave, anche se dall’altra parte si può lodare il recupero, davvero dai cassetti più polverosi, de “La sinfonia dei topi”, che è stato l’episodio a più alto coefficiente di rarità in tutta la serata. C’entra forse il verso profetico “E finirla di sentire che mi sto prostituendo, perché faccio ciò che voglio e mi fa sentire meglio”? Siamo pronti a scommetterci, così come è ormai assodato (e non può che farmi piacere questa cosa) che Manuel Agnelli non ha  compiuto chissà quale tradimento partecipando ad X Factor. Si è costruito un personaggio interessante, ma questo non ha cambiato la natura della sua band. E lui, sul palco, è rimasto quello di sempre: teso, concentrato, vagamente cupo, un po’ narciso, ma sempre e comunque grato al suo pubblico, che ringrazia a più riprese e ripaga ampiamente suonando 32 canzoni (per ora la setlist più lunga di tutto il tour) per due ore e mezza buone di show. Se c’era qualcuno che si aspettava qualche battuta fulminante, spero si sia accorto di aver sbagliato posto.

Però ecco, tornando al discorso di prima, un po’ più di coraggio non avrebbe guastato. Per di più, come se volessero sbeffeggiare apertamente chi pretende di dire loro che cosa dovrebbero fare, va a finire che le poche cose che ripescano davvero sono due brani da “I milanesi ammazzano il sabato”: “Tutto domani” (praticamente mai suonata) ed “È solo febbre” (che se non erro non era mai neppure comparsa in scaletta durante queste date). Non esattamente canzoni memorabili, ma loro sono fatti così, prendere o lasciare.
C’è una porzione abbondante dedicata al nuovo disco, forse superflua, considerato che lo hanno ampiamente portato in giro nell’ultimo anno e mezzo. Sbrigano la pratica nel giro di sette pezzi, da una disturbante e fragorosa “Cetuximab”, utile nel mostrare a tutti che questi sei ormai insieme suonano da paura, al singolo “Il mio popolo si fa”, di sicuro non la cosa più interessante del lavoro, anche se bisogna ammettere che dal vivo ha una buona resa, col suo ritmo incalzante e il suo ritornello anthemico, una prova di forza istintiva che tuttavia, nell’economia del concerto, risulta piuttosto gradevole.

Il suono del gruppo nel corso dei mesi si è andato sempre più irrobustendo, oggi più che mai quello che mettono in scena è uno spettacolo fortemente basato sulle chitarre, con ritmiche serrate e potentemente distorte che si sposano perfettamente con i fraseggi di Pilia e Iriondo, densi di feedback, rumori ed effetti vari che creano un clima straniante di costante tensione. Il violino di D’Erasmo (che in qualche sporadico momento è impegnato alla tastiera) è quasi sempre presente ed impiegato molto di più a riempire lo spettro sonoro per andare a rendere ancora più allucinata l’atmosfera, piuttosto che come un classico strumento ad arco, per sottolineare i momenti più melodici.
Il risultato più logico di tutto questo è che anche nei momenti più “rilassati”, come potrebbero essere “Padania”, “Riprendere Berlino” o la sanremese “Il paese è reale” (anche questa ritornata dopo qualche tempo in scaletta) i suoni sono sempre molto pesanti.

Manuel con la voce fa sempre fatica, lo si avverte soprattutto laddove, per esempio su “Grande”, la tonalità è alta, ed è da solo con la sua acustica. Ma anche in altri momenti si sente che ha perso un po’ di potenza e arranca un po’. Da una parte è normale, per uno che ha sempre usato la voce come l’ha usata lui; dall’altra, la scelta di tenerlo sempre costantemente dentro il mix generale, ha senza dubbio giovato all’effetto complessivo, valorizzando quel che c’era da valorizzare.
È in ogni caso in un momento di grande forma generale, la band sta vivendo una sorta di seconda giovinezza, lui ne è consapevole ed è ovviamente contento. Non c’è ombra di retorica quando, subito dopo essere ritornato per il primo bis (il set regolare si era chiuso un po’ in sordina con la già menzionata “Tutto domani”,  ma prima c’era stata “Costruire per distruggere”, davvero grandiosa coi suoi fiati dissonanti in stile Free Jazz , il suo andamento solenne e vagamente epico; non si direbbe che sia uscita da “Padania” in effetti) si rivolge ai presenti dicendo: “Grazie di averci richiamato fuori per i bis. Non è scontato e d’altra parte sarebbe stato un po’ triste uscire lo stesso, se non ci aveste voluti!”.

Alla fine torneranno altre due volte, suonando altre 12 canzoni, dopo che l’uscita uno per uno di tutti i musicisti sulla coda di “Voglio una pelle splendida” aveva fatto pensare che sarebbe finita così.Era di sicuro stato tutto previsto, per carità, ma la dice lunga sul fatto che non si siano voluti per niente risparmiare. Avrebbero magari anche potuto tralasciare “La tempesta in arrivo” (che in questo tour non era mai stata suonata, ero quasi convinto di averla fatta franca) ma per fortuna arrivano anche una meravigliosa “BungeeJumping”, con il solito finale a briglia sciolta, una “Pelle” davvero intensa e “Quello che non c’è” che come sempre sa far salire a dovere il climax emozionale, anche se questa volta viene proposta in una versione più essenziale, priva della coda strumentale che la abbelliva anche in studio e quindi viene quasi trasformata in una ballata canonica. C’è sempre quel testo in bilico tra rassegnazione e liberazione, che mette i brividi ogni volta, con quella ormai famosa affermazione che “La chiave della felicità è la disobbedienza in sé a quello che non c’è” che, c’è da scommetterci, in questi anni deve aver guidato parecchio il suo autore. E anche se può sembrare strana, non è neppure così falsa, a patto che si sappia come prenderla.Ci sarebbe anche “1.9.9.6.”, che mi passa un po’ inosservata perché, nonostante sia un gran brano, l’irriverenza gratuita espressa mi è sempre stata un po’ indigesta. Ma è uno dei loro manifesti poetici e va bene così, deve esserci in un’occasione simile.

Così come non risulta fuori luogo che si peschi anche dagli episodi più ammiccanti, quelli che, soprattutto il pubblico femminile aspettava con particolare ansia: “Non è per sempre” e “Bianca” non sono canzoni d’amore, (anzi!) ma parlano un linguaggio più sentimentale di altre, negli anni sono diventate dei classici e forse anche un po’ simboli di questo gruppo. Ho visto tanta gente delusa, quando questa primavera a Trezzo non furono suonate; ha molto più senso che ci siano ora, certo, anche perché sono due ottime argomentazioni a sostegno della tesi che Manuel Agnelli sia uno dei più grandi autori che abbiamo in Italia (sembra assurdo, ma c’è ancora in giro qualcuno che sostiene il contrario).
Il finale definitivo, quello senza appello, è affidato a “Bye Bye Bombay”: “Io non tremo, è solo un po’ di me che se ne va” cantano tutti a gran voce, quasi a voler esorcizzare una qualche sconosciuta paura. E così, per quello strano ma universale paradosso che tutta l’arte porta con sé, un brano scritto dopo un viaggio in India in compagnia di Emidio Clementi dei Massimo Volume (che a sua volta ne ha tratto un paio di bellissimi racconti) diventa il modo migliore per fissare quel che sono oggi gli Afterhours; presi a ricordare quello che erano, ma solo perché c’è ancora tanta strada da fare.

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