Iron & Wine @ Alcatraz, Milano – 5 febbraio 2018

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Articolo di Luca Franceschini, immagini sonore di Antonio Giovanditti e Raffaele Concollato

Se c’è una lezione che si può trarre dal concerto di questa sera è che nella musica è ancora importante fare dei distinguo: l’ondata di Folk, barbe e camicie da boscaiolo che ci ha sommerso da qualche anno a questa parte (e che sembra comunque aver già perso molta della sua forza propulsiva) non è per niente uniforme al proprio interno. Mi ero fatto abbagliare anch’io, all’inizio, dai primi passi dei Mumford and Sons, avevo speso belle parole per l’esordio discografico dei Lumineers. Col tempo mi sono dovuto ricredere. Non è il genere, quello che conta. Il problema è la profondità che il singolo artista riesce ad esprimere col mezzo comunicativo che ha scelto di utilizzare.
Un certo tipo di Rinascimento Folk può apparire limitato, può apparire noioso, stucchevole ma è anche vero che bisogna guardare chi si ha davanti. E con Iron & Wine, mi spiace dirlo, è tutta un’altra storia. Ovviamente non solo per quanto riguarda lui ma è di lui che stiamo parlando ora. Innanzitutto è di un’altra generazione: ha iniziato 15 anni fa e all’epoca una certa tendenza sonora era solamente accennata. In secondo luogo, sa scrivere canzoni molto meglio di tanti suoi colleghi. È un’arte che ha affinato nel tempo, che ha saputo far progredire pian piano ma è piuttosto innegabile che oggi sia davvero di un altro pianeta rispetto anche solo ai due nomi sopra menzionati.
Terzo, nel corso della sua non ancora lunghissima carriera, Sam Beam ha saputo evolversi dalle strutture lineari e tutto sommato prevedibili dei primi lavori, verso una maggiore complessità e varietà della proposta e delle sonorità. Pur rimanendo all’interno di un preciso contesto di riferimento, lavori come “The Shepherd’s Dog”, “Kiss Each Other Clean” e “Ghost on Ghost” sono autentici compendi di come si possano scrivere canzoni di volta in volta migliori utilizzando bene o male sempre gli stessi ingredienti.

“Beast Epic”, da un certo punto di vista, rappresenta un ritorno all’ovile, alla semplicità e alla malinconia agrodolce del passato ma con una maturità ed una consapevolezza fisiologicamente accresciuta. Si tratta di un disco semplice, immediato, probabilmente anche banale. Ma la densità di qualità è alta, molto alta. Sono le canzoni di un ultra quarantenne, di un marito e padre di famiglia della South Carolina che è arrivato ad una consapevolezza di sé tale per cui può permettersi di scrivere e cantare cose scontate senza farle apparire tali. È un disco fatto con mestiere, certo, ma anche con tanto amore per la verità e questo, alla fine, paga sempre.
Oggi lo rivediamo dal vivo dopo un bel po’ di tempo (lui dice che sono passati tre anni ma sono piuttosto certo che siano di più) ed è bello farlo per ascoltare un disco così. Il pubblico, in effetti, ha risposto bene: inizialmente previsto al Santeria Social Club, il concerto è stato poi spostato nel più capiente Alcatraz e, sebbene il locale sia stato organizzato a capienza ridotta, si è registrato un sold out che non può non far piacere, se si pensa che un artista del genere è sempre rimasto un nome di culto dalle nostre parti.
La cornice è suggestiva, con il palco decorato da soffici nuvole bianche pendenti dal soffitto, che durante lo show hanno partecipato in modo semplice ma efficace al gioco di luci.

Sam Beam si presenta puntuale con la sua band di quattro elementi, la stessa con cui ha registrato “Beast Epic”, e senza perdere troppo tempo in convenevoli attacca con la lunga “The Trapeze Swinger”, l’outtake che ha scelto per aprire tutte le date del tour. La malinconica e struggente lettera d’addio del trapezista alla sua amata, col suo andamento ripetitivo è perfetta per condurci nel mood della serata. Sarà un concerto totalmente acustico, senza la benché minima concessione all’elettricità, fatta eccezione per la tastiera di Eliza Jones, che però sarà costantemente suonata in modalità pianoforte. Per il resto c’è un contrabbasso (Sebastian Steinberg), un violoncello (Teddy Rankin-Parker) e una batteria (Elizabeth Goodfellow), ad accompagnare la voce di Beam, che ovviamente si occupa anche dell’unica chitarra presente.
Una formazione cameristica, dunque, lontana da tutto quello che può essere normalmente associato al rock ma anche distante dai luoghi comuni del Folk, visto che per tutta la sera non vedremo né un Banjo né un Dobro, né un Ukulele.

Il concerto viaggia piuttosto su atmosfere Sixties, Swing e leggermente Jazzate, con la Goodfellow (bravissima davvero) a dettare i tempi e a ricamare spesso variazioni su strutture semplici, piano e chitarra ad intrecciarsi magistralmente sotto le parti vocali. C’è un bel feeling da Jam Session, quasi, molto simile a quello che ha portato alla nascita di “Beast Epic”. Ed infatti tutti i brani del passato vengono completamente svecchiati, proposti in versioni inedite e stravolte, sia nelle linee vocali (irriconoscibile “Grace for Saints and Ramblers”, solo per fare l’esempio più clamoroso) sia negli accompagnamenti strumentali. Acquistano nuova vita e in quasi tutti i casi migliorano (è il caso soprattutto delle composizioni tratte dai primi due dischi), come se fossero invecchiate assieme al proprio autore e ne avessero acquisito tutto il carico di esperienza e maturità.
Il pubblico intuisce immediatamente la serietà della questione e, cosa davvero sorprendente, si zittisce sin dalle prime note e ascolta in un silenzio quasi surreale. Persino i telefonini vengono sollevati al cielo molto meno del solito. Fa questo effetto qui, la bellezza: accade molto di più di quanto si pensi ma ogni tanto capita anche che venga riconosciuta; a quel punto la gente cambia. Ed è sempre bello vedere il grado di oggettività che c’è in tutto questo.


Anche Sam nota la grande attenzione del pubblico e ne è visibilmente compiaciuto: ringrazia a più riprese tra un pezzo e l’altro e scherza parlando sottovoce come per non disturbare. La sua barba (che sembra farsi più lunga e folta col passare degli anni) è l’elemento che spicca di più nella sua figura ma è impossibile non farsi conquistare dalla sua aria gentile, dai suoi toni pacati e dalla semplicità incantevole con cui canta e accarezza la chitarra, lasciando tutti senza fiato per l’intensità che sprigiona. È il caso soprattutto per i due brani che esegue da solo a metà set, con la band che si prende una meritata pausa: “About a Bruise” dal nuovo album e la vecchia “Passing Afternoon”, dal secondo “Our Endless Numbered Days” sono quasi due episodi a parte, attimi di intensità assoluta e meravigliosa semplicità, tanto che ci si dimentica quasi di respirare.

Si tratta di uno show musicalmente impeccabile e ottimamente strutturato, che non conosce cali di tensione. Merito, oltre che di una band affiatata e bravissima, anche di una setlist che spazia un po’ dovunque nel repertorio di Iron & Wine: non manca una consistente porzione del nuovo album (“Last Night”, “Thomas County Law”, “The Truest Stars We Know”, oltre ad un’applauditissima “Call It Dreaming”) alternata ad episodi più remoti come “Cinder and Smoke” (versione molto scura, quasi da crooner) e “Love and Some Verses”, e ad outtake poco note ai più (valga per tutte la menzione di “God Made the Automobile”, suonata raramente anche in questo tour).
A voler essere pignoli, ci si potrebbe forse lamentare del fatto che i dischi più recenti siano stati un poco trascurati. Rimane il fatto che il groove di “Monkeys Uptown” e della totalmente stravolta “Boy With a Coin”, nonché una intensissima “House By the Sea”, siano da annoverare tra i momenti più riusciti del concerto.

I bis sono solo due ma non c’è motivo di lamentarsi: il classico “Bird Stealing Bread” e soprattutto una “Fade Into You” dei Mazzy Star lentissima e notturna, con splendide armonie vocali (una costante di tutto il concerto, peraltro), con il tocco divertente delle due ragazze della band che hanno indossato delle barbe finte per “solidarizzare” con Sam e Sebastian Steinberg.
“Speriamo non passino altri tre o quattro anni prima di rivederci di nuovo” ha detto prima di congedarsi definitivamente. Speriamo davvero di no. Un concerto di questo livello andrebbe rivisto quanto prima. Anche solo per ricordarci che il Folk del nuovo millennio è anche capace di andare oltre ai luoghi comuni.

Photo credits:
Raffaele Concollato: 1,11
Antonio Giovanditti: 2,3,4,5,6,7,8,9,10,12

Grazie a Sesto Daily News

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