Bonetti @ Ohibò, Milano – 24 marzo 2018

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Articolo di Luca Franceschini

Al Circolo Ohibò mi sono affezionato poco a poco. C’erano le prime volte in cui ci andavo e mi sembrava sia un buco, sia un labirinto dispersivo; c’erano le volte in cui mi lamentavo della resa sonora, o quelle in cui a darmi fastidio erano le colonne in mezzo alla sala, o il fatto che quando è tutto pieno, se stai dietro non vedi nulla.
Ci si può lamentare di tutto questo e anche di più ma la verità è che a Milano l’Ohibò è una garanzia, specie da quando i locali storici hanno iniziato a chiudere uno dopo l’altro.
Oggi che compie sei anni, io che lo frequento assiduamente da cinque, non potevo non essere presente. Anche perché, motivo niente affatto secondario, stasera c’è anche il Release Party di Dopo la guerra, il secondo disco di Bonetti, cantautore che ad Off Topic abbiamo imparato ad amare sin dai tempi del suo primo lavoro.
Il disco in questione è bellissimo, la classica prova della maturità di chi sa raccontare i fatti drammatici della vita con la giusta dose di positività e consapevolezza. Un talento vero, nel mare magnum di artisti che nascono e muoiono nel giro di un brano piazzato all’interno di una Playlist su Spotify.
Così, dopo aver recensito l’album e dopo averlo intervistato, mi mancava solo di ascoltarlo dal vivo.
In apertura i live di Mantovani e di Mara Pruneri, due artisti emergenti che danno vita a set piacevoli ma che, purtroppo, non riescono colpire nel segno. Quello che manca, sembrerebbe, è proprio la scrittura, non in grado di incidere a sufficienza, senza nessun brano che spicchi veramente.

Bonetti sale sul palco vestito da soldato, accompagnato dalle note di “Signore e signori, veniamo dal tutto vogliamo niente”, l’intro strumentale che apre il disco; poi da solo attacca “È guerra”, che col suo minimalismo acustico rappresenta un po’ la sintesi di tutte le vicende narrate nel disco. Il suono full band arriva solo con la successiva “Cosa mettono nei muri” ed è subito un gran bell’impatto. Alessandro Chiorino (chitarra, tastiere, cori), Marco Sgaggero (basso, cori), Marco Massa (batteria), sono in realtà i Pagliaccio, che con Bonetti condividono l’origine piemontese (loro però sono di Biella) e l’appartenenza alla stessa etichetta, la Costello’s. Hanno accettato di accompagnare Bonetti come backing band per alcune delle date dell’imminente tour e stasera ci siamo resi conto che è stata una decisione vincente: suonano insieme da un sacco di tempo, hanno un affiatamento e una naturalezza non comuni, che però quando ci sono fanno la differenza. In più, c’è una botta autenticamente rock nel modo in cui presentano i pezzi, così che quello che mettono in piedi è uno show energico, dove è molto forte anche la componente istintiva.
Tale soluzione non va certo a tradire le intenzioni comunicative del disco ma dona ai brani una carica in più, mettendone in evidenza quel carattere solare e positivo che era già presente nelle versioni in studio ma che qui risulta maggiormente accentuato.
C’è stato anche un certo lavoro in fase di riarrangiamento: niente di troppo ricercato od eclatante; piuttosto, il tentativo di rendere i pezzi più scorrevoli e fruibili, soprattutto quelli che sul disco avevano un carattere maggiormente intimista. È il caso di “Dobbiamo tirar fuori qualcosa”, dove la chitarra sostituisce il Synth come strumento prevalente, offrendo un’intenzione diversa e vagamente più “solare” della versione in studio.

Non mancano i pezzi del primo disco Camper e anche qui, da “Sandra a Torino” al manifesto “Tom Petty & The Heartbreakers” (davvero potente quest’ultima!) la cura Pagliaccio sembra aver dato i suoi frutti.
C’è anche, giustamente, un brano dal repertorio di quella band: “L’occasione”, che sul loro disco “La maratona” era impreziosita da un featuring di Bianco, funziona benissimo anche in questa sede, con Bonetti che canta il ritornello assieme ad Alessandro.
Sul palco i nostri si divertono e paiono decisamente su di giri, tanto che a un certo punto Bonetti rompe una corda ma non pare che la cosa gli pesi più di tanto, coinvolto com’è dal clima di entusiasmo che si respira.
Anche il pubblico è contento e partecipe, applaude caloroso tra un brano e l’altro e richiama i musicisti per i bis. Due, entrambi tratti dal primo disco: “A Loano va bene” e l’immancabile “Camper”, che chiude un concerto vivace e convincente, positiva anticipazione di un giro che potrà senza dubbio regalare emozioni, al di là della già confermata partecipazione al Mi Ami.
L’Ohibò compie sei anni e speriamo ce ne siano tanti altri, di compleanni da festeggiare. Ci abbiamo visto un sacco di concerti ed è ormai parte delle nostre vite, non possiamo negarlo: per cui ben venga la sua esistenza e uno staff competente e appassionato che ne cura la proposta. La musica in Italia si fa anche così, non solo a colpi di sold out al Forum…

Report fotografico di Silvia Violante.

 

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