Delta, dove tutto confluisce

Articolo di Giacomo Starace

E’ iniziato il quarto capitolo della storia dei Mumford & Sons. Delta si presenta come il frutto di un percorso iniziato dieci anni fa con il primo album Sigh No More: il sound del gruppo è cambiato radicalmente, ma vengono mantenuti quelli che sono i loro elementi caratteristici (lo stile percussivo, i testi poetici e filosofici, la calda voce baritonale di Marcus, gli inni cantati a squarciagola dal pubblico dei loro concerti), che pervadono tutto il nuovo disco. I Mumford stavolta si presentano con un apparato sonoro diverso e di tutto rispetto, creato con il produttore Paul Epworth, pilastro del pop dell’era moderna (U2, Adele, Coldplay, Paul McCartney) e proprietario degli studi Church di Londra, dove hanno registrato. Il rapporto di familiarità fra i membri del gruppo e il produttore ha permesso di sperimentare ogni tipo di idea, definendo la nuova forma della loro musica. La prima cosa che colpisce l’ascoltatore è la quantità di suoni presenti nei brani: basi elettroniche, sintetizzatori, riverberi e un’intera orchestra, ben diverso dalle prime pubblicazioni.

La sfida per la produzione è stata importante: accompagnare una band nata dal folk acustico in un percorso di rivoluzione completa. Una sintesi del lavoro con Epworth può essere fatta basandosi su Slip Away e Beloved, rispettivamente settimo e quarto brano dell’album. In una intervista per Consequence of Sound, il tastierista Ben Lovett ha raccontato come Slip Away fosse un po’ un test della scelta di lavorare con Epworth e, infatti, iniziarono la registrazione come un tentativo per vedere come sarebbe andata questa collaborazione: sei ore dopo erano arrivati quasi alla versione definitiva e si erano resi conto che stava accadendo qualcosa di importante. Questo ha dato loro la confidenza e la certezza utili per continuare. Beloved ha invece mostrato ai quattro l’intelligenza creativa di Epworth: “[Epworth] immagina le canzoni partendo prima di tutto dal ritmo. Non presta attenzione ai testi o alla melodia. […] Ha immaginato [Beloved] in un modo a cui nessuno di noi quattro aveva pensato e ce l’ha fatta suonare mentre gesticolava nello studio, cercando di spiegare le sue idee ritmiche”. La gestazione dell’album si è articolata specificamente sviluppando le idee dei singoli membri, in particolare Marcus Mumford e Winston Marshall. The Wild, quinta traccia del disco, nasce dalla mente di Marcus, che, dopo aver allestito uno studio di registrazione casalingo, si è messo alla prova utilizzando ogni strumento presente in esso. Arrivati quasi alla fine del lavoro sul disco, alla richiesta di un ulteriore pezzo da inserire nel mix, ha fatto ascoltare il risultato del suo esperimento agli altri, che lo hanno promosso a pieni voti. La mente di Winston è, invece, alla base di Woman e Picture You, terza e nona canzone: mentre stavano suonando in uno studio di Nashville era nata Woman, che i quattro avevano riconosciuto come una cosa completamente diversa dal resto della loro musica, ma suonava bene; la frase con cui Ben commenta questo episodio riassume l’atteggiamento tenuto durante il loro lavoro su Delta: “Forse quello era un momento in cui ci sentivamo completamente slegati da quello che abbiamo fatto in precedenza”. Picture You nasce invece da un esperimento di Winston e Garrett Miller, un suo amico ingegnere di Nashville, mentre improvvisavano su un sintetizzatore Juno. Continua Lovett: “Ricordo che ero in California quando [Winston] ha mandato una e-mail […] Ho messo [la registrazione] in macchina e ho guidato lungo la Pacific Coast Highway. Pensai che fosse qualcosa di veramente innovativo. È diversa, ma questo non ci spaventa”. Da una jam session in studio a tarda notte nasce invece il brano più “strano” dell’album: Darkness Visible, numero dieci, estrapolato dai 30-40 minuti registrati mentre i quattro improvvisavano su vari sintetizzatori. In aggiunta a questa base inseriscono un pezzo del Paradise Lost di John Milton, letto da Gill Landry, membro degli Old Crow Medicine Show, amici di lunga data dei Mumford. Da esperienze precedenti prende vita Rose of Sharon, ottava canzone dell’album, che riprende chiaramente le sonorità dell’EP Johannesburg, registrato con Baaba Maal durante la loro collaborazione in Sudafrica.

Com’è noto, i rapporti con altri artisti sono un elemento prezioso e fecondo di idee per i Mumford, come traspare anche da quest’ultimo lavoro: “Questo è quello che amo di ogni collaborazione; come in una conversazione, ascolti qualcuno che risponde a quello che hai detto prima e […] questo ispira un altro pensiero. […] Ci porta più in avanti”. Questi esempi della fase di lavorazione evidenziano la novità che rappresenta quest’album, frutto di una libertà creativa che, parole loro, era nuova per la band. Se nella gestazione del disco l’approccio dei Mumford è stato diverso rispetto ai lavori precedenti, nella scrittura dei testi si percepisce un ritorno a uno stile più babeliano, cioè scelte linguistiche complesse, termini colti e riferimenti letterari. Sia le liriche che la musicalità dei brani danno un’identità molto intimistica a Delta, ad esempio la voce baritonale di Marcus assume spesso un tono sommesso e delicato, senza crescere a dismisura come nei primi album. Per cercare di dare uno spunto riguardo il risultato finale del disco, ho analizzato alcune tracce.

42: è un incipit che fa gridare al grande ritorno dei primi Mumford, armonie a quattro voci, accompagnate da un tappeto sonoro leggero di organo Hammond, poi un riff molto catchy a dettare il ritmo incalzante tipico del loro sound. Nell’articolo precedente sottolineavo come non sia possibile capire fino in fondo le canzoni dei Mumford senza riconoscere la drammaticità dei loro testi. Il brano infatti inizia con uno schietto da che parte mi giro quando non c’è nessuna scelta da fare […] ero così sicuro di tutto questo: quante volte ci capita di non avere idea di cosa ci stia capitando nella vita? Quante volte ci siamo ritrovati a dover assistere a ogni nostra certezza scardinata? Se avessi bisogno di te nella mia ora più buia / se venisse fuori che non c’è nessun altro / se questa è la nostra ultima speranza vedremmo un segno. Un segno che spalanchi una nuova possibilità: se questa è la nostra ora / noi vedremmo un segno / quindi dacci un segno / ho bisogno di una luce guida. Presumibilmente si riferisce al Salmo 42, in cui si chiede a Dio di mostrarsi, in un momento di grande tribolazione. La necessità della luce guida mostra inoltre uno dei temi che pervade l’album, cioè il contrasto luce-oscurità. Un’altra possibile spiegazione del titolo della traccia è l’essere la quarantaduesima canzone composta dal gruppo. L’ultimo verso citato rivela anche un dettaglio curioso: il legame fra i vari pezzi viene sottolineato con dei richiami fra essi, ad esempio ho bisogno di una luce guida si ricollega al titolo successivo Guiding Light (Luce guida).

GUIDING LIGHT: è stato il primo singolo pubblicato, iniziando a farci pregustare cosa sarebbe stato l’album intero. Caratteristica immediatamente riconoscibile è la presenza degli amati e preferiti strumenti acustici, affiancati da una serie di effetti elettronici figli della produzione di Epworth. Il brano ha avuto una difficile gestazione, hanno registrato versioni diverse prima di arrivare al risultato finale, che li ha impegnati molto in studio. Musicalmente è in perfetto stile Mumford: riff incalzante che detta l’andamento e le dinamiche del pezzo, passando all’ottava superiore nei ritornelli, garantendo una ariosità e un’apertura che si sposano perfettamente con i crescendo della voce di Marcus. In un breve video caricato su Youtube, è lui stesso a spiegare come la canzone parli della comunità di persone che hanno intorno, di quanto sia indispensabile in momenti di difficoltà. In fondo è quello che vive chiunque: da soli è molto più facile soccombere alle difficoltà, ma, se al nostro fianco c’è qualcuno che ci tende la mano, che ci dica ti giuro che vedrai di nuovo l’alba, allora sì che si può alzare lo sguardo e superare ogni ostacolo. L’occasione di presentare la traccia in televisione (la prima volta all’interno della loro partecipazione a The Tonight Show di Jimmy Fallon) ha portato maggiore confidenza al gruppo riguardo il nuovo album, toccando con mano i feedback del pubblico.

BELOVED: decisamente uno dei pezzi più belli del disco. Musicalmente è semplice: una batteria sommessa, una chitarra acustica che fa capolino nella melodia d’accompagnamento dettata da tastiera e chitarra elettrica, la voce principale che si mantiene stabile senza particolari virtuosismi. È una semplicità che permette a quello che è uno dei loro testi più belli di risaltare. Avevano preannunciato che il disco avrebbe affrontato “quattro D” death, divorce, drugs and depression (morte, divorzio, droghe e depressione), per cui si può dire che ci avevano avvisati, ma questo non impedisce al brano di far risuonare le corde più profonde dell’animo. Il lutto di cui parla Beloved (la morte della nonna di Marcus) prende l’ascoltatore come se fosse proprio, per la sincerità drammatica con cui la voce protagonista si rivolge alla persona che se ne sta andando. Prima che tu parta / devi sapere che sei amata / e prima che tu parta / ricorda che ero con te, ritornello a cui si aggiunge, nell’ultima parte della canzone, mentre te ne vai non ti tratterrò […] ci siederemo e parleremo […] e io non dimenticherò il fuoco nei tuoi occhi / e mentre te ne vai devi sapere che sei amata […] non ti tratterrò […] e mentre te ne vai / guarda i miei bambini giocare ai tuoi piedi. L’evolversi della melodia, il finale ‘mumfordiano’ in cui voce e strumenti si fondono in un grido, tutto volge a esprimere un dramma difficile da narrare. I quattro inglesi riescono, attraverso una descrizione puntuale degli ultimi momenti con la persona cara, a esprimere la tragicità, le sensazioni di spaesamento e di ingiustizia che accompagnano un lutto importante. Dice che il Signore ha un piano / ma ammette che è parecchio difficile da comprendere.

In conclusione, ci troviamo davanti a un gruppo che si fa riscoprire ogni volta, innalzando ad ogni sfida l’asticella da saltare, regalando una musica ricca e piena di significato che continua a renderli amati dal pubblico di tutto il mondo. Considerando che Delta è soltanto il quarto episodio della loro carriera, è lecito aspettarsi negli anni a venire molte altre evoluzioni dei Mumford & Sons. Il tour mondiale di Delta (e dei 10 anni di Sigh No More), iniziato a Dublino la sera stessa dell’uscita dell’album, passerà anche per l’Italia il 29 aprile, al Mediolanum Forum di Assago (MI).

Tracklist
01. 42
02. Guiding Light
03. Woman
04. Beloved
05. The Wild
06. October Skies
07. Slip Away
08. Rose of Sharon
09. Picture You
10. Darkness Visible
11. If I Say
12. Wild Heart
13. Forever
14. Delta