R E C E N S I O N E
Recensione di Daniele Verderio
È un breviario folk a segnare il ritorno dei Mumford and Sons, 7 anni dopo lo sperimentale album Delta (2018). Il nuovo disco di inediti Rushmere è un viaggio verso casa, come il titolo indica chiaramente. Per Marcus Mumford (voce, chitarra e tanto altro), Ben Lovett (tastiere) e Ted Dwane (basso e contrabbasso), Rushmere è il posto dove tutto è iniziato: un laghetto nel sud-ovest di Londra che li ha visti suonare le prime canzoni insieme, vent’anni fa. Con loro, da quei primi momenti e fino all’addio al gruppo nel 2021, c’era anche Winston Marshall, che con il suo banjo ha contribuito a definire il Mumford-sound fin dal sorprendente esordio discografico con Sigh No More (2009).

Come l’acclamato Babel (2012), miglior album ai Grammy, e l’elettrico Wilder Mind (2015), anche Rushmere ha debuttato al primo posto delle classifiche UK. Affiancato dal produttore Dave Cobb, il trio ha registrato il disco tra Inghilterra e Stati Uniti, alternando sessioni nello studio di Marcus nel Devon a quelle oltreoceano tra Nashville (Tennessee), culla del country, e Savannah (Georgia), città che ha dato i natali alla scrittrice Flannery O’Connor (1925-1964). Sconosciuta ai più, i racconti spietati della O’Connor hanno fatto piangere Bruce Springsteen, come il Boss stesso ha ammesso, e influenzato la produzione di Nick Cave. L’anima religiosa e autenticamente folk della scrittrice vibra, da sempre in realtà, anche nella musica così americana dei londinesi Mumford: canzoni e testi che vivono tra il buio e la luce, il peccato e la redenzione, la morte e la vita eterna.
A proposito di eternità, il disco si apre proprio con una preghiera: Malibu. Come Rushmere, un altro titolo preso in prestito da un luogo che ha lasciato il segno. Nella californiana Malibu, i Mumford si sono trovati per la prima fase di scrittura del disco, dando vita a questo inno in crescendo. Prima il sussurro chitarra-voce di Marcus, poi il ritornello polifonico, fino all’esplosione finale. Le parole del ritornello “You are all I want / You’re all I need / I’ll find peace beneath the shadow of your wings” non sono altro che la traduzione folk del salmo 60 “Dimorerò nella tua tenda per sempre, all’ombra delle tue ali troverò riparo”.
La chitarra acustica di Marcus scandisce anche la seconda traccia Caroline, brano su un amore finito e tradito, e la title-track Rushmere, canzone manifesto del progetto e giustamente scelta come primo singolo. Un inno appassionato e nostalgico tra occhi feroci (“the wildness in the eye”), sogni insanguinati (“bloodshot dreams”), lampioni-incantesimi (“streetlight spells”) e una giovinezza in cui eravamo ancora un segreto a noi stessi. Il banjo, finalmente rispolverato, dà colore a un ritornello (“Light me up, I’m wasted in the dark”) che ripropone ancora una volta l’eterno conflitto tra luce e tenebra, già cantato dai Mumford nei precedenti successi Guiding Light, Lover of the light e Whispers in the dark. Il linguaggio immaginifico delle strofe e la cruda verità del ritornello conducono all’intensità del ponte, uno dei momenti più belli dell’intero album. “There’s madness and magic in the rain / There’s beauty in the pain / Don’t lie to yourself”. Rushmere, un singolo destinato a diventare un classico del repertorio dei Mumford.
Dopo Malibu, un’altra preghiera: la quarta traccia è Monochrome. Marcus torna a sussurrare un testo misterioso rivolto a una “Hyacinth girl”. Il riferimento potrebbe essere alla ragazza dei giacinti invocata da T. S. Eliot ne La terra desolata, incarnazione mistica di un senso di amore e perdita. “Hyacinth girl / You are peace / There is Christ in the ground beneath your feet”, canta Marcus Mumford, riecheggiando forse in pochi versi tutta l’esperienza umana e letteraria del grande poeta.
Dopo la breve parentesi ermetica, Truth dà la scossa. Sonorità elettriche per una canzone più diretta (“I was born to believe, the truth is all there is”) e debitrice di una band che, come i Mumford, si regge su una tensione vitale tra il vecchio continente e gli spazi sconfinati americani, tra fede dei padri e apertura al contemporaneo: gli U2, in particolare quelli di Songs Of Innocence (2014). Marcus, poi, negli Stati Uniti ci è effettivamente nato, come canta autobiograficamente nel pezzo: “I was born in California”.
Echi di Damien Rice, invece, nella traccia numero 6 Where it belongs. Dopo aver cantato la lotta tra luci e tenebre e aver fatto il nome di Cristo, c’è spazio anche per l’inferno in Rushmere: “And when you’re weak, do you ever think of living wildly / And let your anger go to hell? / Where it belongs”. Il pezzo trova senso nel brano successivo Anchor: le due canzoni si guardano, come in uno specchio. Dall’inferno si passa all’origine. Si cresce ed è tempo di scoprire chi siamo veramente per non essere più un segreto a noi stessi (come già cantato nella title-track): “I’m the one that needed help / I can’t say, “I’m sorry,” if I’m always on the run / From the anchor”. In coda al brano, Marcus Mumford suggerisce l’alternativa esistenziale: o una vita attaccata all’ancora o quella di un viandante senza speranza. Il pezzo si chiude infatti con le parole “Hold me fast”, riprese fedelmente da Hopeless Wanderer, grande successo dell’album Babel.
L’eternità (“the promise of forever”) è al centro anche della struggente Surrender. In questo caso, il rimando agli U2 è certo. In Moment of Surrender, Bono cantava: “At the moment of surrender / I folded to my knees / I did not notice the passers-by / And they did not notice me”. 16 anni dopo, anche i Mumford si mettono in ginocchio, l’unica postura possibile dopo la sconfitta e la resa: “Defeat and surrender always feel the same to me / But what does it matter? They both bring me to my knees”. Il ritornello è un grido a essere rigenerati (“break me down and put me back together”), l’esigenza di essere voluti per sempre (“hold me in the promise of forever”): semplicemente, abbandonarsi. Il punto più infiammato dell’album.
Blood on the page, penultima traccia, è un duetto con la cantautrice classe 1996 Madison Cunningham, astro nascente del folk-rock e, come Marcus, figlia della California. Le voci dei due si intrecciano perfettamente, portandoci al finale dolce di Carry on, che ripropone lo scontro originale oscurità/luce (“I will take this darkness over any light you cast”). Dal linguaggio ecclesiale della prima strofa (unholy, heresy, original sin) all’invito a tornare bambini del ritornello: “‘Cause there’s no evil in a child’s eyes”. Nella sua semplicità, il brano ospita la frase più poetica del disco (sì, c’è ancora la luce di mezzo): “The day blind stars over our heads again /Wait with their light”.
Andare avanti: con questo incoraggiamento, si chiude Rushmere. Un album che meritava di essere aspettato. Musica urgente che per germogliare, paradossalmente, ha avuto bisogno di tempo, complice anche l’addio al gruppo di Winston Marshall, e che nel tempo è destinata a restare. Canzoni vere, scritte con sincerità. I Mumford and Sons le stanno già suonando in giro per il mondo e la buona notizia è che passeranno anche in Italia, dove mancavano dal 2019 (7 luglio all’Arena di Verona, 19 novembre all’Unipol Arena di Casalecchio di Reno e 21 novembre all’Unipol Forum di Milano). In missione per conto di Dio: Marcus Mumford, Ben Lovett e Ted Dwane, è stato un ritorno grandioso.
Tracklist:
01. Malibu (4:03)
02. Caroline (3:20)
03. Rushmere (3:12)
04. Monochrome (3:05)
05. Truth (3:44)
06. Where It Belongs (4:07)
07. Anchor (2:51)
08. Surrender (3:11)
09. Blood On The Page (3:07)
10. Carry On (3:43)
Photo © James Marcus Haney






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