Articolo di Luca Franceschini immagini sonore di Ambrogio Brambilla

L’essenza del concerto di Johnny Marr dell’altra sera è racchiusa nei primi due brani: l’apertura, con la robusta “The Tracers”, tratta dal nuovo disco e poi, in rapida successione, il classico degli Smiths “Bigmouth Strikes Again”. In questi dieci minuti scarsi ci sono dentro tutti i motivi per cui il pubblico ha riempito il Fabrique (sempre allestito a capienza ridotta ma comunque con un bel colpo d’occhio). Chi è oggi Johnny Marr? Può essere ancora considerato l’ex chitarrista degli Smiths? O non sarebbe meglio definirlo semplicemente uno dei più talentuosi musicisti della sua generazione? Io a Milano ho visto entrambe le cose e i due brani iniziali me l’hanno confermato. 


“Call the Comet” è il terzo disco solista del chitarrista di Manchester, il terzo con il suo nome scritto in copertina. Strano, se si considera la pletora di collaborazioni in cui si è lanciato dopo la rottura con Morrissey. Eppure, in questa sarabanda di uscite, in ciascuna delle quali ha mostrato un lato diverso della sua espressività, un album intero di canzoni sue non si è messo a farlo prima del 2012. Quando finalmente è successo, le cose sono andate piuttosto bene. Oddio, “Playland” non mi aveva entusiasmato del tutto ma questo “Call the Comet”, dico la verità, è cresciuto con gli ascolti: al netto di qualche momento di stanca e di qualche episodio un po’ pasticciato, contiene un rock energico e sufficientemente bilanciato tra modernità e bei tempi che furono, regalando anche cospicui momenti del famoso riffing del suo autore, uno dei migliori al mondo in questo campo.
Quindi, punto primo, il Johnny Marr del 2018 è un artista che non scrive capolavori ma che si mantiene su un livello più che buono, tale da giustificare che si spendano soldi per sentirlo suonare la sua produzione recente.
Secondo: saremmo sciocchi o in malafede ad affermare che chi va a sentire quest’uomo in tale momento storico non voglia sentire nemmeno un pezzo della band che gli ha dato il successo. La parentesi con gli Smiths è stata, appunto, una parentesi (basta vedere quanto spazio le ha dedicato nella sua autobiografia “Set the Boy Free”) ma allo stesso tempo il punto più alto della sua carriera, sia in termini di visibilità che di spessore artistico. Poche storie: per il 99% degli appassionati di musica Johnny Marr è ancora il chitarrista degli Smiths, non certo quello dei Modest Mouse o dei The The!


È per questo che quando parte “Bigmouth Strikes Again” il boato del pubblico è più forte di prima, il singalong si fa consistente e a me personalmente viene la pelle d’oca alta un metro. Ok, sul palco non ci sono Andy Rourke e Mike Joyce, né tantomeno Morrissey ma c’è quella canzone, quei riff, suonati da quel chitarrista. Che oltretutto, nonostante non sia un cantante vero e proprio, sotto questo aspetto se la cava piuttosto bene: nulla di paragonabile all’originale, sia chiaro, ma più che sufficiente per rendere l’esecuzione un’ottima esecuzione.
Quindi eccoci qui: si va a vedere Johnny Marr per quello che ha rappresentato ma anche per quello che è in questo momento. Da questo punto di vista, il concerto a cui abbiamo assistito ha centrato nel segno. Sul palco sono in quattro (James Doviak alle tastiere e alla chitarra, Iwan Gronow al basso, Jack Mitchell alla batteria), formazione classica, di gente che è con lui in pianta stabile già dal precedente “Playland” e Doviak collaboratore di lunga data, sin dai tempi di “The Messenger”; il suono è potente e pulito quanto basta, il tiro notevole. Niente di trascendentale, sia chiaro, ma si tratta di ottimi musicisti che fanno bene il loro lavoro. È ovviamente Marr a prendersi tutta la scena: l’allestimento è concepito così e non poteva essere altrimenti. Occupa la posizione centrale, si muove spesso davanti ai musicisti e quando esegue i suoi celebri soli e fraseggi, è sempre illuminato meglio degli altri, in modo tale che il pubblico guardi solo lui.
Visibilmente invecchiato, il fisico rimane però invidiabile e di energia ne ha da vendere. Il tocco poi, quello non l’ha mai perso. Non nascondo che i momenti più emozionanti sono stati proprio quelli in cui ha suonato nel modo che lo ha reso famoso, sia che si trattasse dei vecchi classici degli Smiths, sia del suo repertorio più recente. Un riff di Johnny Marr è un riff di Johnny Marr, per cui anche le parti strumentali degli episodi meno memorabili sono stati una gioia per le orecchie.


Venti pezzi in scaletta, la metà dei quali tratti da “Call the Comet”, se si considera anche “Jeopardy”, brano uscito da quelle session ma poi escluso dal disco. Dal vivo, tutto acquista un suo perché, soprattutto le cose più dirette: “Hi Hello”, “Day In, Day Out”, “Hey Angel”, “Spiral Cities”, sono decisamente ottimi brani, ottime sintesi di British Sound, dal Pop alla New Wave, magari leggermente autoreferenziali ma sempre e comunque efficaci dal punto di vista dell’impatto melodico.
Laddove i toni si fanno più oscuri e dilatati, come in “New Dominions”, dove sono i pad e il basso in evidenza, e nella eterea “Walk Into the Sea”, le cose funzionano ugualmente; soprattutto nella seconda, dove è il tema portante di chitarra a farla da padrone.
Promosso a pieni voti, dunque; un disco che, a conti fatti, è forse il migliore dei tre realizzati da solista e che sembra davvero concepito per essere suonato dal vivo.
Dagli altri due viene suonato poco, pochissimo: la divertente “Easy Money” arriva da sola a rappresentare “Playland” mentre per quanto riguarda “The Messenger”, il lavoro del 2012 era stato addirittura lasciato fuori da questo tour. Ci ha pensato il fortuito incontro con alcuni fan quella mattina, durante l’incontro in Feltrinelli in cui Johnny ha presentato “Set the Boy Free”: come lui stesso spiega dal palco, gli hanno richiesto “New Town Velocity” e lui ha deciso di rimetterla in scaletta volentieri nonostante, ci ha detto, non la suonasse da un po’.


Sul fronte delle richieste c’è un siparietto divertente, quando esorta il pubblico a dire che cosa avrebbe voluto sentire e abbozza una versione per sola voce di “Fly Like An Eagle” della Steve Miller Band, con gli altri che gli vanno dietro come possono. Poi si interrompe, dice che non se la ricorda e, quasi a prenderci in giro, accenna il riff di “This Charming Man”: boato da parte del pubblico, pezzo subito interrotto e lui che se la ride, quasi intendesse dimostrare bonariamente che la gente era lì soprattutto per quello.
Non è però così: c’è un altro aspetto del suo passato che in molti si ricordano bene e sono i dischi registrati con gli Electronic, il super gruppo messo in piedi con Bernard Sumner dei New Order e Neil Tennant dei Pet Shop Boys. È stata, dal punto di vista creativo, una delle fasi più brillanti della carriera di Marr, non mi aspettavo però che la omaggiasse dal vivo e dunque è stato bellissimo ascoltare ottime versioni dei singoli “Getting Away With It” (“A Madchester Disco Song!” ha urlato mentre partiva l’attacco) e “Get the Message”.
Da ultimo, i brani degli Smiths: è evidente che potrebbe fare un concerto intero con questo repertorio e per tutto quello che dicevamo all’inizio, è un bene che non lo faccia. Detto questo, quando partono “The Headmaster Ritual”, “Last Night I Dreamt That Somebody Loved Me” e soprattutto “How Soon Is Now?”, col suo immortale giro di chitarra, i brividi corrono copiosi lungo la schiena. Magari non sarà stata la parte migliore del concerto dal punto di vista musicale (certe cose sì ma le eccellenze le abbiamo avute anche altrove, soprattutto nell’esecuzione di alcuni nuovi brani) ma la componente affettiva è ineliminabile ed è impossibile negare che in questi momenti mi sia fortemente emozionato.

I bis sono corposi e straordinariamente tirati, anche qui con una sapiente mescolanza di vecchio e nuovo: si parte con l’anthemica “Rise”, il brano che apre “Call the Comet” e che posizionato così in fondo alza tantissimo il ritmo; poi “Bug”, uno degli episodi più politici del disco, un attacco frontale al clima emotivo e culturale che ha portato alla Brexit, concetto ribadito anche durante l’introduzione parlata.
Siamo alla fine, la stavamo aspettando tutti, era piuttosto prevedibile che venisse suonata: “There Is a Light That Never Goes Out”, dedicata enfaticamente al pubblico, è forse l’unico vero momento di celebrazione di questa sera. Al punto tale che nella parte finale la band si ferma e Johnny chiama il sing along sul ritornello. Un momento pacchiano, certo, è probabile che Morrissey sarebbe inorridito nel vedere quel brano struggente violentato così, come se fosse una canzonetta d’amore qualsiasi. Detto questo, come si fa a non commuoversi e a non cantarla tutta a squarciagola?
Sembra tutto finito, questa volta ma poi, con l’accordo finale del pezzo che viene tenuto lungo, Johnny annuncia che ci sarà un altro brano ed ecco partire “You Just Haven’t Earned It Yet, Baby”: versione tiratissima, saltiamo tutti come matti per un’ultima grande botta di energia e poi è davvero finita.
Un gran concerto, in definitiva. Johnny Marr è ancora in gran forma e, nonostante l’età media dei presenti, non si può proprio definire un dinosauro del rock. La tanto sospirata reunion degli Smiths non ci sarà mai ed uno dei motivi, al di là della coerenza di fondo di Morrissey e del suo ex sodale, è a mio parere proprio questo: le loro rispettive carriere soliste procedono troppo bene perché abbiano il desiderio di rimettersi insieme per una cosa a cui non credono. Giusto così, in fondo. Perché dovremmo continuare a vivere di ricordi?