Articolo di Simone Nicastro, immagini sonore di Ambrogio Brambilla

L’album di Charlotte Gainsbourg del 2017 era entrato per direttissima nelle zone alte della mia classifica di fine anno: un lavoro prezioso, elegante e moderno con quella dose immancabile di pop/chanteuse alla francese, ereditata indubbiamente da mamma e papà. Un concerto atteso e a cui mi sono recato con grandi aspettative e che posso dire fin da ora sono state tutte mantenute.

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Permettetemi però una veloce osservazione sul pubblico presente mercoledì scorso al Fabrique: tralasciando i tre beceri alle mie spalle che hanno smesso di blaterare le loro sciocchezze solo dopo l’intervento di una mia amica arrivata al limite della sopportazione, la sensazione generale è che una buona parte delle persone accorse, erano lì più per “il timbro presenza” di esserci ad uno dei concerti “indie/hype” del momento, ma totalmente disorientati e non preparati a quello che avrebbero ascoltato e vissuto. La conseguenza è stata una straniante atmosfera di ascolto leggermente distratto e quasi mai partecipe. Purtroppo questa moda a Milano mi sembra che ultimamente abbia preso veramente troppo piede.

Ma veniamo al concerto vero e proprio: in apertura la sempre ottima LIM che mantiene le traiettorie dei sui lavori in studio e propone una elettronica minimale e convincente. Il palco, già allestito per la Gainsbourg, si presenta con delle cornici di led a far intravedere la varia strumentazione. Charlotte, accompagnata da cinque musicisti tutti rigorosamente in bianco, si alterna sia alla tastiera che solo alla voce, sempre con movimenti lenti ma carichi di quella sensualità che tutti non possono fare a meno di riconoscerle immediatamente. Le canzoni sono in maggior parte tratte dall’ultimo lavoro Rest, e quindi si inerpicano sulle sonorità maggiormente “intelligent dance” che tanto hanno giovato al talento dell’artista. Ring‐a‐Ring o’ Roses, Sylvia Says, Les Oxalis e una versione dilatata e immaginifica di Deadly Valentine.

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Lo charme e la vocalità leggera ma spigolosa di Charlotte riempie con grazia lo spazio fra tutti i presenti e il palco, i musicisti si divertono soprattutto nei momenti in cui gli arrangiamenti deviano su sonorità da pop/disco fine 70’s, il gioco di luci e ombre corrono in parallelo ai momenti più intimi che si inseriscono in quelli più “tirati”. Con l’apice a livello emozionale, durante la dedica per la sorella deceduta, con il brano intitolato alla stessa Kate.

Ci sarà spazio anche per qualche ripescaggio dagli album più vecchi, una cover inaspettata di Kanye West e soprattutto quella Lemon Incest che lanciò Charlotte nell’universo discografico appena 14enne, in duetto con il padre Serge (pensate una cosa del genere fatta oggi!!).

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Un’ora e venti circa di spettacolo ma la sensazione è comunque di totale appagamento e di ulteriore conferma delle capacità autorali e interpretative, di una delle signore della musica mondiale.

À bientôt, Charlotte.