L I V E – R E P O R T


Articolo e immagini sonore di Stefania D’Egidio

“Voglio una vita spericolata, che se ne frega di tutto sì” sembra essere stata scritta proprio per Evan Dando, il talentuoso cantante dei Lemonheads che ricordavo dagli anni ’90 non solo per la sua incredibile voce, ma anche per la sua fulgida bellezza, che lo aveva reso, per un breve periodo, tra i personaggi più ricercati del jetset.

Sarà che il concerto di Milano è stato anticipato da rumors negativi sul suo conto, ma fino all’ultimo ho temuto che lo show fosse annullato. Sui social infatti, il racconto di come fosse salito sul palco di Bologna completamente ubriaco, inveendo contro il pubblico e gli altri membri della band e spaccando un paio di chitarre; qualcuno addirittura aveva scritto che era ormai l’ombra di se stesso.

Così, mentre si faceva la fila, in attesa dello show, ci si scambiava qualche impressione con gli amici. A giudicare dalla buona affluenza di pubblico al Biko, le previsioni nefaste non sembravano aver scalfito l’entusiasmo dei fans di vecchia data, quelli che li seguono dagli anni ’90 in poi, pur avendo praticamente prodotto solo album di cover nell’ultimo decennio. In fila per entrare anche un noto giornalista musicale, il mio idolo Luca De Gennaro, compagno di tante belle serate passate davanti alla radio. Apertura cancelli verso le 21.45, una breve coda per consentire a chi veniva da fuori di sottoscrivere la tessera Arci e poi tutti dentro per l’apertura dello show, affidata allo svedese Karl Larsson, frontman dei Last Days of April. Accompagnato da un’acustica Gibson, che sembrava averne viste parecchie di primavere, Karl mi ha sorpreso per la limpidezza di voce e la bellezza delle melodie, quasi un moderno menestrello che merita un ascolto ben più approfondito.

26022019-039A2351

26022019-039A2374

Via via il locale si è andato riempiendo, con il palco occupato dagli strumenti delle “Teste di limone”, tra cui un’acustica, anch’essa del famoso marchio statunitense di chitarre, rattoppata con due foto ricordo sulla cassa… forse proprio quella maltrattata a Bologna! Chissà se la ragazza delle foto è stata la musa di Evan o è la donna a cui si aggrappa nei momenti in cui l’oscurità prende il sopravvento.

Dopo circa una trentina di minuti ecco entrare la band, prima gli altri, poi lui, l’impatto è proprio shockante: quelli che un tempo erano bellissimi capelli lunghi ora sono una massa informe e spettinata che sembra non vedere lo shampoo da parecchio, volto solcato dalle rughe e aspetto stralunato, continuando a guardare verso l’alto per tutto il tempo, chissà cosa gli passava per la testa. Tra un brano e l’altro qualche parola biascicata e incomprensibile, ma nulla da ridire sulla performance: quando canta e suona lo fa come Dio comanda, forse perchè in una serata di grazia. I Lemonheads in versione 2019 si presentano rinnovati nella sezione ritmica, con un giovane batterista che infonde linfa vitale con la sua grinta, e un bassista dall’aria tremendamente seria; dall’altro lato la presenza rassicurante di Chris Brokaw, che sembra dare equilibrio all’amalgama.

27022019-039A2577

27022019-039A2469

La scaletta scritta su un foglio e attaccata sul palco è stata rispettata solo per i primi brani, poi si è partiti inevitabilmente con l’improvvisazione, tra i brani più belli sicuramente It’s a Shame about Ray, con il suo famoso riff, ma il meglio di sé Dando lo ha dato in versione acustica, concedendo spazio alle canzoni dell’album Varshons 2, secondo capitolo di cover, uscito a distanza di un decennio dal primo, in cui i membri del gruppo rendono tributo ai loro più disparati interessi musicali, passando dal country di Just Can’t Take it Anymore di Gram Parsons ad una versione adrenalinica di Straight to You di Nick Cave.

Alla fine i Lemonheads ci hanno regalato due ore piene di musica, andando ben oltre le più rosee previsioni della vigilia e lasciando tutti soddisfatti della serata; spero solo che Dando ritrovi un po’ di amor proprio perché sarebbe davvero terribile perdere un altro prezioso talento, la storia della musica ci ha abituato a fini tragiche e a storie di autodistruzione, proprio mentre scrivo questa recensione mi giunge notizia della morte di Keith Flint, frontman dei Prodigy, ma ogni tanto non sarebbe male avere un lieto fine.

27022019-039A2568

27022019-039A2525

27022019-039A2455

27022019-039A2410

27022019-039A2384

Setlist ufficiale della serata:

Hospital
Down about it
Turnpike Down
Great big no
Shame about Ray
Can’t forget
Speed of the sound
Rudderless
Abandoned
Left for Dead
Tenderfoot
Old man blank
It looks like you
My idea
Just can’t take it anymore
Drug Buddy
Unfamiliar
Big Gay Heart
Hannah and Gabi
Stove
If I could Talk Dawn
Can’t Decide
Into your Arms
Straight to You