I N T E R V I S T A


Articolo di Cinzia D’agostino

Di live come quelli dei Tre Allegri Ragazzi Morti in Italia ce ne sono davvero pochi. Senza offesa per i nostri amati musicisti della scena di casa, ma l’energia e l’intesa fortissima che riescono a instaurare col pubblico è davvero una peculiarità che rende unici questi eterni adolescenti di Pordenone, attivi da ben 25 anni nella realtà musicale italiana. Venerdì 8 Marzo alla Latteria Molloy di Brescia i Tarm hanno ancora una volta portato sul palco un rock puro e diretto, coinvolgente ed emozionante, dove i nuovi brani tratti da Il Sindacato dei Sogni suonavano già come “classici” dei quali non si può fare a meno in un concerto. Non sono mancati i pezzi a cui il pubblico è più affezionato, dalla tanto amata da noi allegre ragazze morte “Il principe in bicicletta”, alla liberatoria “Il mondo prima”, fino all’inno “La tatuata bella” che il pubblico canta autonomamente senza sbagliare una strofa. Più che un concerto, è stato come sempre un meraviglioso rito magico e liberatorio tra la band e il pubblico, dove partecipa solo chi si sente un allegro ragazzo morto e, in qualche modo, lo diventa.

Ancora con i brividi di quel live intenso e nella testa le canzoni dell’ultimo album mi preparo a fare un’interessantissima chiacchierata con Enrico Molteni, bassista dei T.A.R.M.

Avete registrato “Il sindacato dei sogni” a Montello, vivendo insieme in una casa di pietra vicino al bosco. Quanto ha influito la convivenza nella registrazione?

Ha influito molto, nel senso che negli anni la tecnologia ci ha portato a fare i dischi un po’ asettici. Pensa a un gruppo come i Postal Service un gruppo americano che si chiama così perché hanno fatto il disco spedendosi le cose tramite il servizio postale. Adesso c’è internet quindi ti puoi immaginare la facilità a spedirsi le cose. Mentre per questo disco abbiamo cercato di registrare un po’ come si faceva una volta, quindi stando assieme, suonando per ore alla ricerca di idee, spunti. Da questo punto di vista è stato fondamentale. Il trovare il posto giusto per fare questa cosa, la persona che ci ricordasse come si facevano i dischi una volta, è stata un cosa sicuramente importante

Avete trovato di nuovo una vostra intimità quindi…

Esatto! Perché è quello il punto. Nel momento in cui stai lì assieme e suoni, ad un certo punto dici “no ma secondo me qui un po’ più veloce, un po’ più lenta, qua facciamo un cambio, questa frase la ripetiamo due volte”… Sennò ultimamente, l’intervento dei produttori o di figure esterne prevede che certe cose non le decidi tu. Mentre questa cosa, nel bene o nel male ha riportato la nostra alchimia al centro della produzione. Quello che c’è nel disco non ha editing, non è stato messo in griglia col computer. Ci sono anche cappelle ma volevamo che fosse così, un po’ più genuino, un po’ più simile a una foto istantanea che a una foto elaborata.

Durante le registrazioni avete ascoltato molta musica anni ’70 ’80: Neu!, Television, The Greatfull Dead, i Dream Syndacate, rock psichedelico e elettronica. Eravate proprio alla ricerca di un’ispirazione particolare in questo senso?

Devo essere sincero, la ricerca della tecnica di registrazione e del posto è andata pian piano a dare un bacio a quello che erano gli ascolti in quel momento. Davide stava ascoltando robe krautrock, mentre io ero effettivamente nel momento Grateful Dead che forse non è ancora finito perché è un gruppo che ha registrato così tante cose che è difficilissimo orientarsi, quella band è come una grande città. In più siamo andati a registrare in questo studio con un ragazzo che si chiama Matt Bordin che è super esperto di quelle robe lì. Noi non avevamo un’idea precisa, sicuramente volevamo discostarci un pochino da quello che va di moda in questo momento. Lo spirito nostro è sempre stato un po’ quello, se va di moda la canzone scritta stile Battisti noi cerchiamo di fare una cosa completamente diversa. Dopo chiaramente ne paghiamo anche un po’ le conseguenze nel senso che poi la gente ti chiede “ma perché non avete fatto una canzone tipo Battisti?” E noi diciamo “beh, perché l’abbiamo fatta tipo Kraftwerk”. (ridiamo)

Ho letto che quattro dei dieci brani sono stati scritti durante le registrazioni. Quindi nasce prima la composizione e poi arriva il testo?

Per i Tre Allegri di solito è sempre stato che arrivava prima la canzone, le parole o per lo meno una sorta di spunto di Davide con un giro di chitarra o anche con un accordo con un giro di voce e da lì si costruiva. Mentre questo disco effettivamente è nato più dalla musica, siamo partiti da dei giri, abbiamo fatto delle basi, dei loop con dei cambi e poi dopo Davide ci ha messo sopra le parole.

“Il sindacato dei sogni” esprime e trasuda ancora più degli altri album la libertà. Vi ha sempre contraddistinto ma stavolta mi è sembrato di percepire l’intenzione di trasmetterlo con più enfasi. “Mi capirai solo da morto” ne sembra un manifesto…

Direi che è una attenta analisi. Anche qui non credo sia stata troppo studiata. Però nel momento in cui Davide si è trovato a scrivere i testi, credo che quello sia stato un elemento che probabilmente aveva voglia di sottolineare. Perché comunque il panorama odierno è cambiato da un paio d’anni a questa parte, c’è stata una sorta di nuova ondata e sicuramente l’aspetto di libertà legato alla creatività è una cosa di cui forse i giovani non hanno neanche bene un’idea. Dicono che siamo un gruppo punk anche se di punk, a parte gli inizi, non è che ci sia molto. Però sicuramente c’è qualcosa di molto punk nel nostro dna nel senso di andare contro a quello che c’è attorno. Mentre in questo momento storico per esempio tantissimi cercano di mettersi in linea con quello che c’è e la normalità va molto dal punto di vista musicale; quindi secondo me Davide effettivamente voleva un pochino sottolineare il fatto che si può fare quello che si vuole, non bisogna per forza essere legati a certi canoni commerciali.

Ma quindi c’è una relazione tra la libertà e i sogni?

Sì. È cambiato forse recentemente l’idea di sogno che c’era una volta. Mi sembra di aver capito che in tutti i gruppi che sono nati negli anni ’90 come il nostro, il sogno era quella di poter fare un altro tipo di musica, cioè non per forza allineata con quello che passava alla radio. Tutto il punk è nato come contrasto con i gruppi progressive o con i cantautori. I cantautori erano il primo nemico del punk, erano noiosi, erano pallosi. Quella rivoluzione lì per noi è rimasta, ce l’abbiamo un pochino dentro. Il sogno in quel momento era di poter fare qualcosa di diverso. Adesso io non so più quale possa essere il sogno vero dei giovani oggi. Mi sembra di capire che sia una sorta di affermazione della capacità di poter fare il cantautore con le rime baciate. Questo disco in modo genuino e anche abbastanza semplice cerca di continuare il discorso iniziato che è quello che si può fare anche una canzone pop sbagliata che può essere più bella di una canzone pop giusta.

La maggior parte del vostro pubblico, da quanto ho sempre visto ai vostri concerti, è composta da giovani. Come vedete dal palco queste nuove generazioni, che idea vi siete fatti?

Negli anni c’è sempre stato un ricambio molto forte, il pubblico è sempre stato molto giovane perché forse riconosceva in noi qualcosa di diverso, di pazzo e fuori dagli schemi. In queste prime date invece sembra che non ci sia stato questo gran ricambio generazionale. Visto che abbiamo fatto un disco rock vecchio stile, non arrivano i giovanissimi ma quelli che negli anni hanno sbirciato nel nostro mondo, arrivano sì giovani ma anche coetanei, persone con i bambini. Quindi il pubblico in questo momento va  dai 16 ai 60, ci può essere uno coi capelli bianchi e una coi capelli blu.

Nel disco avete in qualche modo ritrovato la vostra purezza delle origini inserendo però un filo conduttore psichedelico e quel tocco di originalità in più che gli artisti ospiti che hanno partecipato hanno contribuito a dare. Ci vuoi parlare di loro e di come avete sviluppato questa intesa?

Anche in questo caso non ci sono ospiti studiati per apparire come featuring come si usa molto in questo periodo. Ci sono musicisti che sono ospiti speciali, sono amici e persone vicine. Penso a Manzan (Bologna Violenta) che comunque conosciamo da un sacco di anni e che per un caso abita a 5 km dallo studio dove abbiamo registrato. Penso ad Adriano Viterbini che abbiamo raccolto in questi ultimi anni ed è direi il Jimi Hendrix italiano. Bearzatti invece è un sassofonista originario di Pordenone e c’è un bel legame da anni anche se lui vive a Parigi ed è un jazzista, la persona più lontana da immaginare come ospite. Ci sono quindi tanti musicisti con cui abbiamo un rapporto d’amicizia vero e non di facciata. In più, noi che siamo musicisti non tecnicamente eccezionali, amiamo queste ospitate e abbiamo cercato di arricchire il più possibile musicalmente questo disco.

Parliamo della copertina. Sul sito americano cercavate una ceramica qualsiasi o proprio i gatti?

Davide un giorno ha trovato su internet un gatto con il pelo di una colorazione che sul volto faceva praticamente la maschera nostra e da lì è partita l’idea, si è messo a cercare un po’ in rete delle immagini da poter customizzare. Lui poi interviene sulle foto, ci disegna sopra e alla fine la cosa è nata un po’ così, anche con lo spirito un po’ sornione, del giochino sul fatto che i gattini aiutano la condivisione.

Come mai avete scelto di dar loro i nomi delle canzoni Bengala, Caramella e Calamita?

E’ venuto tutto andando avanti col lavoro. Avevamo voglia di avere titoli brevi perché negli anni abbiamo avuto titoli molto lunghi e abbiamo pensato che se le prime tre canzoni avessero avuto dei nomi che potessero essere anche i nomi dei gatti sarebbe stato divertente. Magari tra un po’ di tempo qualcuno arriverà dicendo “sai che il mio gatto si chiama Calamita?”

Sono rimasta davvero affascinata e nello steso tempo commossa dal video di Bengala. La natività impersonata da gatti è un’idea davvero originale…

L’idea iniziale è di Davide. Non so bene da dove sia arrivata, ad un certo punto ha incominciato a dirmi “ho un’idea su una natività fatta da gatti” era tutto gasato da questa cosa. All’inizio non riuscivo a mettere a fuoco,  in realtà quando l’ho visto sono rimasto stupito e poi ho capito un po’ quella che era l’idea. In tutto ciò non so da dove gli sia arrivata, dovremmo chiedere a Davide.

Chi siete a volto scoperto e chi con la maschera durante i live? Subite una trasformazione?

In questo momento la maschera non ci accorgiamo neanche più di averla. Nel momento in cui abbiamo la maschera siamo il gruppo che siamo, è diventata una sorta di costume del supereroe. In realtà tutti i gruppi hanno una maschera, un look, un immaginario o la si capisce subito o dopo anni. Penso a Curt Cobain… non credo lui si sarebbe mai immaginato di lanciare la moda del pauperismo, del capello lungo, il jeans strappato e il maglione largo, ma fondamentalmente quello è stato.

Buffo. Anche i Sick Tamburo portano una maschera e provengono dalla vostra stessa città.

Certo! Infatti il gruppo più famoso a Pordenone sono stati i Devo, un gruppo americano. Indossavano queste tute come quelli che lavorano sui rifiuti tossici e il cappellino che era una sorta di vaso storto, erano comunque in maschera. Anche i Residents a Pordenone erano famosissimi, erano vestiti col frack e al posto della testa avevano un bulbo oculare con la tuba sopra. Tutti questi gruppi negli anni hanno influenzato questa fascia di appassionati di rock pordenonesi per cui comunque nella nostra città è stato naturale crearsi la maschera per essere un gruppo.

Infatti in “Calamita”, quando cantate che era la città con i punk meglio vestiti al mondo, ho sentito un chiaro richiamo al movimento punk pordenonese degli anni 70-80.

E’ vero, è verissimo. A Pordenone infatti c’era questa cosa del The Great Complotto che era il primo baluardo del punk fuori dall’Inghilterra e dall’America dove però non c’erano proprio le stesse regole. Ad esempio la droga non era tollerata nel punk pordenonese, era invece importantissimo il look. Tu per essere accettato dovevi avere un look, non essere vestito come gli altri ma come te, inventarti una tua caratteristica. La droga non era permessa ed è il motivo per cui un gruppo come il nostro c’è ancora, come i Prozac, i Sick Tamburo. Tanti musicisti negli anni hanno immaginato che spaccarsi fosse la risposta, invece lì no. C’è anche qualcosa di virtuoso nel punk di Pordenone…

Com’è è nata l’idea del ”talentarm”? E’ una sorta di risposta underground ai talent della tv?

E’ un po’ un giochino legato a quella cosa lì. L’idea è venuta dal momento in cui tantissimi condividevano versioni con la chitarra delle nostre canzoni ecc. Credo che questa idea sia stata pazza, originale perché tantissimi hanno risposto e adesso stanno venendo ad aprire i concerti facendo le canzoni nostre nel loro stile. E’ una cosa divertente per noi vedere un gruppo sul palco che suona le nostre canzoni. In una data c’erano minorenni che cantavano come noi quando cercavamo di suonare come i Nirvana, poi uno che faceva dub, quindi tutti i generi che abbiamo toccato negli anni stanno tornando indietro sotto varie forme con questi gruppi di ragazzi che hanno voglia di giocare a tal punto da suonare davanti a un pubblico le canzoni nostre nella loro versione.

Non perdete le loro prossime date:

29-03 New Age – Roncade (TV)

30-03 Studio Foce – Lugano

06-04 Bronson -Ravenna

08-04 Officine Grandi Riparazioni – Torino

13-04 Karemaski – Arezzo

16-04 Alcatraz – Milano

18-04 Monk – Roma

27-04 Balena Festival – Genova

Photo credits Olga Litvinova