I N T E R V I S T A


Articolo di Luca Franceschini

Amore italiano, lo dice lui stesso, non è un disco facilmente catalogabile. Dopo tutta la sbornia It Pop di questi ultimi anni, una bulimia di uscite discografiche che non accenna minimamente a diminuire, nonostante solo alcune di queste siano effettivamente in grado di dire qualcosa di interessante, Riccardo Dellacasa si è preso un bel rischio: attivo già con Wemen e Verano, quindi due realtà non assimilabili al panorama sopracitato, approda finalmente ad un progetto personale e confeziona un lavoro dal sapore squisitamente retro, tutto rigorosamente analogico, dove chitarre e synth si fondono alla perfezione a ricreare un paesaggio estivo che contiene però già il presagio della fine imminente. Avevamo parlato con lui lo scorso autunno, quando erano usciti solo due singoli ed il progetto stava lentamente prendendo forma. Ora che Amore italiano è divenuto realtà, ci è sembrato normale riprendere la conversazione da dove l’avevamo lasciata. Ci siamo così incontrati al Madama Hostel, proprio di fianco a quell’Ohibò che è ormai sempre più un punto di riferimento della scena musicale italiana. Quel che ci siamo detti lo trovate qui.

Ci siamo lasciati ad ottobre, col disco che sarebbe dovuto uscire a marzo: marzo è arrivato e il disco è effettivamente uscito…

Amore italiano è uscito il 1 marzo, si tratta del primo disco di dellacasa maldive ed è composto da 12 tracce, tutte quante inedite, che sono il risultato di un processo di selezione di 23 tracce complessive. Lo abbiamo registrato a Roma, nello studio dove lavora anche Edoardo, il nostro tastierista durante i live, che è anche la persona con cui mi trovo prima di registrare, per sistemare i vari dettagli. Il lavoro è durato circa due mesi, considerando anche il mastering, la produzione e tutto il resto. In fase di missaggio abbiamo lavorato con Marco Fasolo dei Jennifer Gentle, che recentemente si è occupato anche di I Hate My Village. Ci siamo trovati molto bene con lui, ci ha dato diversi consigli che abbiamo seguito in fase di registrazione e poi abbiamo avuto modo di confrontarci molto con lui in fase di missaggio e di produzione.

In che modo il risultato finale si è discostato (se lo ha fatto) dall’immagine del disco che avevate all’inizio?

La cosa più importante è che abbiamo potuto confrontarci con un terzo orecchio, che dunque ha saputo darci una prospettiva diversa rispetto alla nostra, ha saputo tagliare dove non serviva, modificare certi passaggi per farli suonare meglio o far risaltare altro. E poi è capitato anche che in fase di produzione e di mix alcuni brani abbiano perso delle parti e altri ne abbiano acquisite. Però tendenzialmente il più l’avevamo già fatto: è un disco suonato, avevamo già tutte le parti pronte, arrangiate, per cui direi che il grosso del lavoro è stato quello che abbiamo fatto nelle tre settimane di studio.

Ha influito il fatto di avere portato dal vivo quei pezzi per molto tempo?

Di sicuro molti di loro sono usciti in maniera più naturale, anche se poi alcuni hanno subito delle variazioni in fase di produzione e mix: è normale, se ti affidi ad un’altra persona, ascoltare quello che dice lui.

Del disco mi ha colpito molto il modo in cui siete riusciti a far convivere la parte più elettronica col lato più chitarristico. Ed il tutto è anche molto caldo, diverso da certe produzioni standard in quel genere, per dire. Ancora di più delle canzoni (che alcune mi sono piaciute di più, altre meno) è questa impronta complessiva ad avermi conquistato in prima battuta…

Il tutto è partito non tanto dall’idea del: “Facciamo un disco come…” quanto: “Guardiamo un po’ il nostro equipment e capiamo cosa abbiamo a disposizione. Tanto saremmo andati in giro a suonare, eravamo già così. Inutile cercare sul computer suoni e plug in per trovare chissà quale soluzione. Siamo partiti semplicemente da quello che avevamo: le tastiere Edoardo, la mia chitarra e il mio amplificatore. È stato uno sfruttamento dei mezzi, senza però dover per forza cercare qualcosa. Il progetto, così com’è sempre stato dal vivo, è stato poi registrato. Ed è tutto analogico, poi: tutto è suonato, non abbiamo fatto nulla in maniera digitale.

Avendovi visto dal vivo quest’autunno devo dire che è vero: questo è un disco che ha un feeling molto live, ci ho ritrovato tutte le cose che ho sentito sul palco.

È così, anche se purtroppo alla fine lo abbiamo registrato in tre e non in quattro, visto che il basso l’ho registrato io mentre dal vivo c’è Davide Bezier. Però è vero: la dimensione live è quella dove più ci divertiamo, quella che ci piace di più, che ci responsabilizza e ci dà maggior soddisfazione. Anche perché tutti quanti arriviamo da esperienze più o meno durature, più o meno importanti, per cui sappiamo come funziona. Ed anche il fatto di trovarci bene insieme è un dato in più, fa sì che quello che si sente da sotto il palco sia l’insieme di quattro ragazzi che si sono conosciuti da poco ma che hanno messo in comune le loro esperienze per creare qualcosa che funziona. E questo, tra l’altro, ti fa dire che è davvero importante per un musicista fare concerti e andare a sentire musica. Quanti artisti, infatti, su disco suonano in maniera incredibile ma poi la resa live può essere deludente? Perché suonare dal vivo è un lavoro completamente diverso e va fatto, bisogna impegnarsi. Poi è proprio bello: a me piace tantissimo coinvolgere la gente durante i miei spettacoli perché mi piace che diventi anche parte attiva di quello che sta succedendo, che non si limiti ad essere spettatore. È andare al di là di un muretto costruito tra il gruppo ed il pubblico, le restrizioni non mi piacciono, è proprio il nostro modo di essere.

Tornando al disco, alla fine avete fatto una sorta di concept, una cosa anche piuttosto impegnativa, quindi…

È il primo disco che faccio come autore, cantante. Come ti dicevo l’altra volta, sono sempre stato abituato e mi è sempre piaciuto ascoltare un disco dall’inizio alla fine. Adesso è fin troppo semplice ascoltare pezzi sparsi, l’attenzione è poca e mantenerla per un tempo duraturo è sempre più difficile. Io però sono sempre stato abituato diversamente, i dischi che mi hanno formato li ho sempre macinati dall’inizio alla fine. Il disco dev’essere così, deve avere un carattere autoreferenziale, è molto diverso da una compilation di singoli. I singoli infatti rimangono singoli: ci può stare che i tre che ho fatto abbiano una sorta di fil rouge tra di loro ma singoli rimangono. Prima dell’estate poi uscirà un brano che è rimasto fuori dal disco e che mi preme fare uscire. Ed è rimasto fuori non perché non fosse in linea con la band o con l’immaginario nostro ma perché all’interno della tracklist che tutti e quattro abbiamo costruito, non c’entrava troppo a livello di suono, non vi si incastrava naturalmente. Quindi, i singoli rimangono singoli ma il disco deve essere omogeneo. Proprio per questo, lo abbiamo chiamato “Amore italiano” e lo abbiamo diviso in due lati: “Lato amore” e “Lato italiano”. E questo non perché ci siano canzoni che parlano più d’amore e altre meno ma perché ascoltandolo tutto, ci sono momenti in cui si capisce proprio che finisce una parte e ne inizia un’altra. Tutto questo contribuisce a creare un discorso coerente, quindi.

A questo punto mi verrebbe spontaneo chiederti in base a quale criterio avete operato la selezione dei vari pezzi…

Vari fattori: i BPM, i ritornelli, l’idea complessiva del pezzo, il fatto che magari c’erano due brani simili e quindi ne andava messo solo uno, per evitare doppioni. Abbiamo scartato anche pezzi bellissimi in sé ma che in quel momento era chiaro sarebbero risultati superflui rispetto a quei dodici che avevamo scelto. Li teniamo da parte per ora: li riarrangeremo e li faremo uscire in altre occasioni.

Un’altra cosa interessante è che laddove la maggior parte degli artisti oggi si concentra sul tiro del brano oppure su singoli elementi melodici che possano “arrivare” in fretta e determinare il tutto, voi avete mirato piuttosto al feeling d’insieme di ogni singolo episodio: per cui ogni tanto prevale il lato Pop orecchiabile, altre volte l’atmosfera ricercata. Insomma, non avete avuto la preoccupazione di fare il disco d’impatto a tutti i costi…

Se mi metto alla chitarra ed ho l’idea di scrivere un pezzo, alla fine della giornata l’ho fatto, non ho mai avuto molti problemi a comporre, visto che nasco musicista. Poi ho ben chiaro che per me che questo è l’inizio di un percorso, non è che sono già arrivato, così come non è che la prima volta che ho imbracciato uno strumento ho scritto una canzone! Quindi sì, ogni pezzo ha la sua natura però è vero che se vai a vedere il minutaggio, alla fine sono pezzi super pop, la composizione è quella. Poi ci sono dei brani in cui si dà più spazio allo strumentale, altri dove le parti sono più serrate ma questa è una scelta e probabilmente le cose in futuro potrebbero anche cambiare. Io però adesso, a livello complessivo, non la vedo come: “Figata, ho fatto un disco!” ma come la prima tappa di un percorso. Ho iniziato due anni e mezzo fa a scrivere canzoni, prima mi sono sempre e solo limitato a suonare, per cui è tutto un esercizio, per me. Tra l’altro, la metà dei brani del disco sono stati scritti in un arco di 28 giorni; altri risalgono ad un anno prima; tre li ho scritti solo un mese prima di entrare in studio. E non ti dirò mai quali sono…

Ecco appunto, te lo stavo per chiedere (risate NDA)!

Eh ma sai, non è così importante! Comunque è interessante notare che i pezzi scritti per ultimo presentano meno parole. Questo perché è un esercizio, è un processo in divenire: ci lavori, acquisti esperienza e magari capisci qual è il momento giusto per far entrare le parole e quando invece è meglio che ci siano le parti strumentali.

Un’altra cosa che mi ha colpito e che non mi aspettavo è che alla fine tutto il disco è stato ispirato dall’incontro con quel ragazzo su un pontile di Genova (vedi precedente intervista). Io avevo capito che quello era stato lo spunto per dare il nome al progetto e per i primi due singoli ma alla fine ci hai scritto sopra un album intero…

Ho iniziato il disco con la frase “Sei mai stato alle Maldive?” che è quella appunto con cui lui mi ha salutato alla fine, poi ci sono una serie di canzoni che vanno dall’estate all’autunno. È il racconto dell’estate di un ragazzo conosciuto a caso sul pontile di Genova. Poi è chiaro che in quattro o cinque ore che abbiamo chiacchierato alcune cose sono state rimaneggiate, si sono mescolate con suggestioni prese da altre parti, però il tutto è arrivato da lì. È stata una conversazione naturale però sai, col passare del tempo i ricordi svaniscono o assumono un’altra sfaccettatura, quindi è evidente che c’è dietro tutto un discorso di rielaborazione letteraria di quello che è accaduto. C’è anche una certa ironia, come se non ci fosse un grande prendersi sul serio, alla fine sono solo parole…

Però c’è una certa vena malinconica: non so, non lo giudicherei certo un disco allegro…

Sicuramente. Non è un disco primaverile, questo di sicuro: se fosse un disco primaverile ci sarebbe tutta l’attesa dell’estate, sarebbe dunque più aperto, più speranzoso, in qualche modo. Invece è un disco ambientato per la maggior parte in estate e l’estate è un periodo che sai che finirà, sai che arriverà il giorno in cui bisognerà tornare alla quotidianità. Poi ci sono dodici tracce, ognuna per ogni mese dell’anno…

E “Settembre”, tra l’altro, è la numero 11…

Sì ma ti giuro che non l’ho fatto apposta, me ne sono accorto praticamente a disco stampato. All’inizio mi sono detto: “E adesso?” ma poi ho pensato che dopotutto non importa, alla fine quella è una data che ha segnato il nostro immaginario, in un modo o nell’altro verrà sempre evocata, non possiamo farci nulla.

Una curiosità: ma questo Davide adesso lo sa, che hai fatto un disco su di lui?

Guarda, è stata una conversazione per così dire “analogica”: io avevo il telefono spento, lui aveva il telefono spento, non ci siamo scambiati i contatti, è stata una cosa del tutto naturale e casuale. Mi piace mettermi lì e parlare con la gente, conoscersi, se anche poi rimane un incontro relegato a quella sola circostanza non importa. Ormai con Social e quant’altro abbiamo infinite possibilità di rimanere in contatto e di condividere esperienze. Invece quella è stata una situazione davvero fuori dal tempo, come sarebbe potuta accadere 30 anni fa. Rimane un ricordo, quindi, anche se poi chissà, magari un giorno lo rivedrò pure, non so…

Ci sono due brani molto interessanti: il primo è “La corsa”, dove si mette a tema la generazione odierna e le sue difficoltà. L’altro è “Settembre” dove, ad un certo punto, dici una roba del tipo che se non posti sui Social non esisti. Rappresentano entrambe una fotografia piuttosto fedele e disarmante del nostro tempo…

C’è una nota estremamente “politica”, forse. Non dico che siamo degli attivisti, eh! Però abbiamo tutti a cuore determinati temi, che possono essere il cambiamento climatico o il precariato. Per dirti: il primo brano, “Adeguamento lento”, si chiamava già così ma aveva un testo completamente diverso. Ci piaceva, però ad un certo punto Edoardo mi ha detto che se il testo fosse rimasto quello, non lo avrebbe messo sul disco. E allora, siccome siamo una band ed ognuno deve dire la sua, il testo è stato riscritto. “La corsa” dice: “Trent’anni fa compravamo case adesso invece non abbiamo basi” perché io vedo la generazione dei miei genitori che è decisamente messa meglio di noi. Chi ha la casa a Milano, oggi? Solamente quelli che hanno i genitori che possono dare una mano al figlio, altrimenti è dura. Per quanto riguarda invece i Social Network, te lo dicevo già anche l’altra volta: li uso perché siamo nel 2019 e l’artista non si limita più a scrivere e registrare musica ma dev’essere anche un comunicatore, deve postare contenuti, ecc. Lo faccio per esigenza, sono consapevole dei tempi che viviamo ma se fosse per me…

Non li useresti?

No, assolutamente. A me piace anche starmene per gli affari miei, leggere in un parco, andare a farmi una passeggiata… non ho bisogno di questa cosa qua! Però sai, va così e se le persone non si adattano ai tempi poi si rimane fuori e non va bene neanche questo.

Tornando al discorso del disco come prodotto globale, coeso: che aspettative hai riguardo a come verrà recepito, a come verrà fruito? Perché certo, è un lavoro non certo eccessivamente ostico o sofisticato però ha la sua durata, è concepito in un certo modo e richiede dunque un certo impegno…

Siamo senza dubbio consapevoli che la proposta che facciamo è un qualcosa che nel panorama italiano attuale ancora non c’era. Nessuno ha ancora usato le chitarre in questo modo, nessuno ha usato i Synth così. Da questo punto di vista, siamo una cosa nuova. Per come la vedo io, etichetterei il nostro genere come “Italian Disco Psycho Pop”: facciamo canzoni Pop in italiano, con una natura Disco e con delle vibrazioni psichedeliche. Alla fine l’essenza è quella, al di là dell’artificio che possono avere certe etichette. Quindi, fatta in questa maniera, è una cosa nuova ed è una scelta precisa, sia perché avevamo a disposizione certi mezzi, sia per il nostro gusto personale. Per cui non saprei bene come inserirci all’interno di questo panorama. Quello che penso è: bene che c’è Coez, bene che c’è Calcutta, bene che c’è Gazzelle, bene che c’è Carl Brave, Giorgio Poi e tutti gli altri. Però ci sono già! E andare a fare la copia della copia, a me sinceramente non frega nulla. Non ho dunque la presunzione di dire che questo sia un disco per tutti: magari ti piace perché ti ricorda qualcosa che hai sentito anni fa, perché anche un orecchio non fine capisce che questo non è It Pop! Non è un progetto che si vuole inserire all’interno di una scena già esistente ma che vuole avere una sua identità, che vuole fare le cose innanzitutto per sé, per divertirsi, poi se arriva anche alla gente, meglio! D’altronde è un progetto nato meno di un anno fa, è ancora tutto in divenire!

Spesso però è anche un discorso di etichette discografiche, no? È facile per loro la tentazione di cercare artisti che assomiglino a ciò che va più di moda, per cercare di sfruttare l’onda. Voi a La Valigetta, come ci siete arrivati?

Io e Marco (Allegri, fondatore e proprietario dell’etichetta NDA) ci conosciamo da tanto tempo. Lui faceva una serata al Sottomarino Giallo, un locale di Milano che adesso non c’è più. Era resident dj tutti i mercoledì sera e io, che all’epoca avevo 15 anni, facevo le macchinate assieme ai miei amici del liceo che avevano già la patente, per fare il mercoledì sera in questo locale. Da lì sono passati anni però il rapporto è quello di due persone che hanno avuto gli stessi interessi, gli stessi ascolti… c’è qualcosa che ci accomuna, ci facciamo lunghe chiacchierate tutti i giorni, in cui ci confrontiamo. Ci siamo ritrovati quando stavo per uscire con il primo singolo: un mio amico mi ha messo in contatto con lui per un festival a Cremona, quando lui ha saputo che avevo un brano in uscita ma che avevo solo un ufficio stampa, ha voluto che posticipassi tutto per poterlo pubblicare lui. È andata bene, ci siamo trovati e quindi abbiamo deciso di fare insieme anche il disco.

Concludendo, ti chiedo cosa succederà ora in tema di concerti…

Il 30 marzo suoneremo all’Ohibò: faremo i pezzi del disco, i singoli vecchi e ci saranno alcune sorprese, nel senso che arriverà qualche ospite… ma di più non posso dire! Ci sarà anche un brano inedito, molto importante per noi, che uscirà in futuro ma che intanto inizieremo a suonare dal vivo…

È il pezzo di cui mi parlavi prima?

Non lo so, vedremo (risate NDA)…

Toccherà venire per scoprirlo, dunque…

Sicuramente! Anche perché quella live è la nostra dimensione migliore: ci piace rischiare, ci piace prenderci le nostre responsabilità. Poi quel che viene viene, però con tutto il lavoro che stiamo facendo, ci auguriamo che possa colpire ne segno. Speriamo di divertirci noi, di far divertire, di lasciare un bel ricordo della serata e, perché no, vederci anche al Mi Ami, visto che suoneremo lì al sabato…