R E C E N S I O N E


Articolo di Cristiano Carenzi

Il nuovo disco de La Governante lo avevo da qualche settimana eppure, a sei giorni dall’uscita, a parte qualche frase, non avevo scritto nulla. Non perché non mi fosse piaciuto, anzi, ma perché mi sentivo inadeguato a recensire questo disco che apparentemente mi sembrava troppo lontano da ciò che ascolto di solito. Ad un certo punto, senza sapere più dove sbattere la testa sento l’amico che me lo aveva mandato per parlargli di questo problema, chiedendogli anche di consigliarmi qualche band a cui poteva essersi rifatta quella in questione nella stesura dell’album. La sua risposta mi stupisce, facendomi capire che è giusto che io ne parli come ne sono in grado, senza bisogno di troppo studio dietro ad un determinato genere poiché quando sono uscite band come gli Amor Fou o i Non voglio che Chiara io ero piccolo e una passione per la musica non la avevo ancora sviluppata. A questo punto il mio punto di vista cambia e sorpasso le paranoie del dover fare la recensione perfetta e mi chiedo piuttosto: cosa può comunicare questo disco ad un ragazzo di diciotto anni che è solito ascoltare tutt’altra musica?

Mi cimento in altri ascolti al disco e alla fine la risposta è sorprendente. Le undici canzoni che compongono Italian Beauty le ho trovate molto interessanti, questi episodi musicali che si alternano mi coinvolgono completamente, anche grazie al largo uso di ottimi synth. Come in ogni disco ci sono alcuni episodi che spiccano sugli altri e in questo caso sono stati due i brani a colpirmi maggiormente ovvero La fretta inutile e Alberi infiniti: parlo prima della seconda canzone, una strumentale molto lenta che ti culla accompagnata dalla voce del cantante che è soave e tranquilla proprio perché non sembra presa da questa “fretta inutile” che il primo brano citato sembra racchiudere, e che personalmente ho trovato essere anche una buona lettura di tutto il progetto.

La fretta inutile (oltre ad essere innanzitutto un fattore che vivo io appena ho due faccende in più del solito da fare) descrive molto bene anche la contemporaneità dalla quale tutto il progetto sembra allontanarsi. Troviamo infatti storie d’amore descritte con tranquillità e nella loro forma più pura in canzoni che si prendono i loro quattro minuti in media per essere raccontate come si deve, e nonostante ciò i 36 minuti di disco scorrono tranquillamente. Non si parla di sapori “alla roma nord” o di “threesome” finiti male che, più che come canzoni d’amore, possono essere visti come inni di un ritratto generazionale.

Nei racconti di questo disco si ritorna all’intreccio di mani, ai sentimenti, un racconto più simile a quello dei cantautori che ascoltavo in macchina da bambino (quando non ero ancora io ad imporre la musica da ascoltare ai miei). Il secondo disco de La Governante, oltre ad essere un disco pieno di passione, riesce in maniera ottimale nel suo intento, coinvolgendo e trasportando (sia grazie alla parte strumentale che a quella testuale) anche un ragazzo abituato ad ascoltare altri generi nelle situazioni descritte nei diversi brani del disco.