L I V E – R E P O R T


Articolo di Manuel Gala, immagini sonore di Mairo Cinquetti

Brillano le stelle in questa notte carica di energia e spensieratezza al Circolo Magnolia di Milano. Le prime ad apparire sono Arturo, una delle stelle più luminose del cielo, una gigante arancione che, proseguendo lungo il timone del carro, arriva fino all’Orsa Maggiore, facendo da contorno ad una luna speciale, grande e luminosa come l’attesa che pervade le vene delle persone presenti. È la serata della rinascita blues, del live atteso come aria pura da respirare in una città piena di smog. È la serata di Fantastic Negrito e del suo viaggio nel mondo della black music in tutte le sue sfaccettature. Nato nel 1968 in Massachusetts, Xavier Amin Dphrepaulezz (aka Fantastic Negrito) è l’ottavo di 15 figli cresciuti da un padre molto severo e profondamente religioso. La musica lo ha salvato dalla strada, dalle droghe e dallo spaccio, dalle pistole e dalla rivalità fra gang. Ha imparato a vivere da solo e a cavarsela senza aiuti, studiando musica di nascosto. E credetemi, sul palco sembra tutto fuorché un autodidatta. Ma andiamo con ordine.

Ore 21… è tempo di Italian blues con il gruppo che apre il concerto, i Superdownhome, i quali hanno un impatto visivo ottimo grazie alla loro inconfutabile eleganza. Ottima performance per il duo bresciano davanti ad una folla già calda e ben disposta ad interagire con gli artisti sul palco.
Ore 22…che lo show abbia inizio. Entrano i musicisti ed infine appare lui, il vincitore degli ultimi 2 Grammy per la categoria Best contemporary blues album! Negrito è osannato e acclamato dal pubblico e lui risponde “presente”, attaccando con uno dei suoi pezzi più famosi, My Time in L. A. Sembra un torero appena entrato nell’arena che, grazie al pubblico in delirio e al suo accattivante fascino canoro, aizza la folla in una sorta di “chi mi ama, mi segua!”.

Danza sulle note della band il nostro sacerdote blues, scivolando a destra e sinistra sul palco come avesse le magiche scarpe di Jackson, suonando Bad Guy Necessity e Scary Woman, trascinandoci in una sorta di coro gospel incitando i presenti a battere le mani senza pietà. La notte si fa sempre più luminosa e la carica di Negrito aumenta a dismisura sulle note di Honest Man, una sorta di autodichiarazione sul cambiamento della sua anima da peccatrice ad eterea e purificata.
Ci sta preparando il genio forgiato dalla strada ad assistere alla sua ascesa tra i grandi del rock, portando sulle spalle l’eredità pesante di gente come Prince e BB King, incanalando l’orgoglio black man nelle strofe del capolavoro A boy Named Andrew, acclamata dal pubblico e urlata verso il cielo ormai pieno di stelle brillanti.

La voce, la sua voce è qualcosa di inspiegabile; passa dalla tonalità Skin degli Skunk Anansie a quella di un baritono. Nel mezzo le varie sfumature delle sue corde vocali danno l’idea di muoversi in modo repentino fra il dolce di Trasgender Biscuits e la modalità graffiante di In the pines (Oakland) sul ricordo di Kurt Cobain e Chris Cornell. Il quartetto sul palco suona in modo divino e accompagna Fantastic Negrito al gran finale della sua esibizione con Plastic Hamburgers; si balla e ci si muove senza fermarsi un momento in danze quasi tribali, senza coreografia ma con la voglia di esternare il fuoco che si ha dentro cantando “let’s break out these chains, let’s burn it down”. Sul riff di The Duffler il delirio collettivo è servito in un tripudio di mani al cielo per scandire il ritmo incalzante. Si chiude la serata col binomio Night has turned to day/Bullshit Anthem fra applausi a scena aperta e urla deliranti di gioia.

La costellazione Fantastic Negrito è nata e risplende più che mai, unendo i punti fra i vari generi e formando un triangolo estivo stellare fra il blues, l’anima e la sua immensa voce, in una serata magica di felicità.