APPUNTI DALL’ EUROPEAN JAZZ CONFERENCE – NOVARA


Articolo di Mario Grella

In previsione del concerto di gala dell’European Jazz Conference, si può ingannare l’attesa tra un dibattito, una conferenza, qualche intervista (che pubblicheremo nei prossimi giorni), con uno dei tanti concerti che costellano gli interstizi spazio-temporali della Conference. Alla sala Borsa ecco Piero Bittolo Bon con un ironico e frenetico “Bread & Fox”, anche se nutro qualche dubbio sul fatto gli ospiti internazionali abbiano colto appieno il significato del titolo del “set”. Comunque sia, la musica di Bittolo Bon e soci è molto piacevole, almeno per le orecchie come le nostre: free ritmico, vagamente groove, anche un po’ martellante, ma sempre molto gradevole.

Attesa piacevolmente ingannata prima del concerto di gala di questa sera: Franco D’Andrea Octet con “Intervals” e Gianluca Petrella con “Cosmic Renaissance”. Cominciamo dalla fine del concerto di Franco D’Andrea, tanto per mescolare le carte di una musica a cui le ricette preconfezionate non piacciono. Quando cioè ci si aspetterebbe di veder ricomposta se non la melodia, almeno l’armonia. Invece no, destrutturata era e destrutturata resta, con quel pianoforte in mezzo all’ottetto che sembra sussurrare a non si sa bene chi, e con i fiati ora insistenti, ora sbriciolati che lo ignorano e preferiscono fare per conto loro. E gli altri? Gli altri continuano imperterriti a voler sembrare tutti capitati lì per caso. Persino quando il contrabbasso cerca di mettersi in mostra, e non è di per sé cosa facilissima, gli altri sette della banda non collaborano: Free erano e Free restano, ma di fatto il puzzle buttato per aria funziona e il magico disordine non rientra nei ranghi.

Dialogano invece, subito dopo, volutamente tra loro Gianluca Petrella al trombone e Mirco Rubegni alla tromba. E quei due là dietro? Beh, niente male una batteria difficilmente dialoga con le congas, un po’ come la moglie e l’amante o c’è una o c’è l’altra. Invece spesso ci sono tutte e due, e così Federico Scettri alla batteria e Simone Padovani alle percussioni tengono insieme la famiglia fatta da suoni caraibici e da periferia urbana post-industriale.

Ma la serata non è finita qui, naturalmente. A due passi dal Teatro Coccia c’è il Piccolo Coccia dove ci aspetta Roberto Ottaviano con “Eternal Love”. E qui l’ambiente è genuinamente “cool” senza troppe sorprese con la rassicurantissima presenza di clarini (Marco Colonna) e sax, la batteria “ben temperata” di Zeno De Rossi, Giovanni Maier al double bass e un certo Alexander Hawkins al piano. È questa la salvifica e consolatoria classicità? Direi di sì. Insomma un ritorno all’ordine dopo le baruffe.
Una gran bella famiglia a cominciare dal grandissimo Alexander Hawkins; ha fatto bene Roberto Ottaviano a ricordarlo: “no Brexit for music”, prima di scatenarsi in uno sciamanico assolo con tanto di sax roteante come fosse la durlindana. Grande concerto. Risultato finale della giornata? Ottimo e abbondante come si diceva una volta del rancio.
Anche questa sera sazi di jazz.

Photo credit: Emanuele Meschini