L I V E – R E P O R T


Articolo di Iolanda Raffaele

L’eredità dei padri a volte può essere un fardello, altre volte è un’opportunità, se poi tuo padre è Fabrizio De André l’impresa potrà apparire non facile, ma il finale sarà senza dubbio interessante. Al di là di ogni confronto o paragone con questo spirito Cristiano De André supera una delle sue prove più grandi: cantare Faber rimanendo se stesso, richiamare alla memoria uno degli artisti più coinvolgenti della scena italiana, mantenendo la propria originalità e personalità.

Ci vuole molto talento per simili avventure e lui ha saputo dimostrarlo bene sul palco del Teatro Politeama Mario Foglietti di Catanzaro giovedì 31 ottobre durante la rassegna del Festival d’Autunno. In compagnia dei musicisti Osvaldo Di Dio, Davide Pezzin, Davide Devito e Riccardo Di Paola, ha dato sfogo alla sua preparazione musicale e ad uno strepitoso polistrumentismo che ha affascinato il pubblico e ne ha catturato l’attenzione per tutta la durata del concerto. Così padre e figlio vivono in una sola voce, compiono un viaggio insieme tra le canzoni con gli stessi panni e nella stessa passione, gridano la stessa rabbia e la stessa primavera.

È il 2019, ma nella partecipata serata catanzarese è il 1973, l’anno di Storia di un impiegato, l’anno di rivolta e ribellione, l’anno di speranza proprio come le tante immagini e i frammenti che scorrono alle spalle del cantante genovese. Introduzione apre il concerto, si prosegue con Canzone del maggio e il suo sentenzioso “anche se voi vi credete assolti siete lo stesso coinvolti” e con “la fiducia nelle proprie intenzioni” di La bomba in testa. La scenografia animata di filmati, luci e visual grazie alla regia di Roberta Lena crea l’atmosfera perfetta, le emozioni si diffondono dal palco tra la gente, tra gli affezionati, tra i giovani che scoprono ora la musica del maestro Faber, tra gli inguaribili rivoluzionari e i routinari piacevolmente sorpresi.

Chitarra, violini, pianoforte riempiono il Teatro Politeama, da Storia di un impiegato ritornano Al ballo mascherato, Sogno numero due, la suggestione e la profondità di La canzone del padre. Occupa bene il posto lasciato dal padre e diventa un po’ suo padre – come dice la citata canzone – in Verranno a chiederti del nostro amore, in Il bombarolo e nelle parole struggenti miste di prigionia e libertà di Nella mia ora di libertà.

Cristiano De Andrè manifesta la felicità di essere di nuovo in Calabria, si intrattiene con la platea e spiega il significato dell’arrangiamento di questo album affermando, tra l’altro, che “l’arte alta non subisce il tempo, non ci sono poteri buoni, il potere non è mai buono, ma si vive di questo, così l’arte ci fa volare un po’ di più”. L’album Le nuvole 1990 fa la sua apparizione con ‘A Çimma e Megun megun, in dialetto genovese, i cui testi furono scritti con Ivano Fossati; con l’attesa Don Raffaé, composta invece con Massimo Bubola e la descrittiva e riflessiva La domenica delle salme. In una sorta di messa laica in cui gli spettatori sono invitati a scambiare un “cinque” in segno di pace, Cristiano De Andrè, tra eclettismo e un pizzico di follia intona Smisurata preghiera, il vero testamento spirituale di suo padre, proprio di ogni individuo che viaggia in direzione ostinata e contraria.

Da Anime salve, tredicesimo ed ultimo album di inediti del 1966, escono fuori Khorakané e Disamistade, mentre da La buona novella del 1970 Il Testamento di Tito. Raccontare un padre da figlio-padre, reinventare il dolore trasformandolo in gioia, lasciare che la musica prenda il posto delle lacrime, tutto questo è quello che traspare dalla sua esibizione, questo è ciò che regala ai suoi ascoltatori. Commozione e nostalgia attraversano le note di Amore che vieni e Quello che non ho diventa l’occasione per cantare con il pubblico che conosce tutte le parole e lo segue anche in La canzone dell’amore perduto, tanto famosa quanto toccante ed intramontabile. Simboli di pace, di anarchia e di cambiamento fanno da cornice a Fiume Sand Creek e Crêuza de mä, e la chiusura con la canzone Il pescatore diventa una festa per tutti, tra applausi incessanti, sguardi contenti e la consapevolezza di sentirsi più ricchi quando ricordiamo che il passato è solo un presente impolverato dalla quotidianità, che ritorna subito appena lo desideriamo e che non dobbiamo mai perderlo.